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Until Death Overtakes Me - Days Without Hope
( 2639 letture )
Inutile girarci attorno.
Sono deluso.

Il 2009, anno del previsto ritorno degli Until Death Overtakes Me, continua a essere avaro di soddisfazioni in ambito extreme-doom; un'uscita attesissima, carica di aspettative, ma purtroppo sterile! Avevamo lasciato questa desolante creatura (in senso positivo, naturalmente) al terzo episodio della saga Symphony, release che estremizzava -come non mai- la posizione stilistica della band (one-man) metamorfizzata -in modo compiutamente sovversivo- nell'annichilente ed iper-depressivo ambient-funeral che ha "scolarizzato" i pochissimi appassionati del sottogenere. Gli Until Death Overtakes Me del genietto Stijn Van Cauter erano all'epoca nella loro età più difficile: anticonformisti, estremi, inintelligibili, tuttavia magnetici nel loro lento procedere e maledettamente sensuali nelle melodie desertiche, secche, tormentose. Una sorta di adolescenza realizzativa, quella di Symphony III: Monolith, fascinosamente tempestata di saturazioni chitarristiche, priva di ogni qualsivoglia performance percussiva, "vaporizzata" nell'etereo sussurro della tastiera ed infine radicalizzata con l'utilizzo ai margini di un vocalism depravato ed incomprensibile. Una sorta di drone melodicizzato o di funeral dronizzato. Fate vobis.

Vi starete chiedendo: in che modo e quanto Days Without Hope è cambiato? Dove ha fallito? Presto detto: l'album tradisce completamente il cuore.
Innanzitutto They Never Hope, Careless, Painless, Far Away e This Dark Day sono pezzi già editi in Symphony I: Deep Dark Red e Symphony II: Absence Of Life e di cui non si avvertiva alcun bisogno di rilettura.
Stilisticamente Stijn affronta poi il lavoro concedendosi una tregua concettuale, seppur minima. Nessun voltafaccia, ma un ammorbidimento delle soluzioni intraprese, ora maggiormente associabili ad un ascolto convenzionale: certo, le tracce del drumming continuano ad essere rarissime e limitate ai soli timpani, il cantato resta criptico, sporadico e fossilizzato su timbriche esageratamente liquide, le incisioni melodiche sono limitate e la forma canzone destrutturata e quasi amorfa (in senso letterale); tuttavia l'album mostra soluzioni che -considerato l'estremismo della proposta- permettono una maggiore fruibilità. La produzione anzitutto rappresenta una delle novità immediatamente percepibili: il sound complessivo è più godibile di quanto non lo fosse in passato poiché meno compresso nelle scariche fragorose generate dalle distorsioni e dall'effettistica di echos e di flanger applicate alla chitarra; tale scenario permette anche la redistribuzione dei volumi con una logica che premia la sei corde e la voce a discapito delle keyboards, da sempre primedonne nelle composizioni del Van Cauter degli Until Death Overtakes Me (e qui siamo in una visione antipodica rispetto a Symphony III: Monolith). Pure l'approccio atonale che trasformò la 6 corde in un dispositivo esclusivamente ritmico, viene superato: le linee chitarristiche alternano attacchi solisti ad un lento ma deciso riffing distorto; non esistono inoltre punti in cui le due tecniche convergono: quando la single-notes costruisce la melodia, quella d'accompagno tace, sostituita a livello verticale dal basso (buona performance in tal senso) e dalla tastiera; al contrario quando la tastiera torna padrona del refrain, Stijn utilizza l'accordo pluritonale per le armonizzazioni. Una logica -insomma- non lontana da qualunque formazione metal mono-chitarristica esistente sulla terra.
Stesso discorso per l'architettura dei brani. La forma-canzone si presenta disarticolata, ma non totalmente priva di ricicli sui motivi principali poiché nel songwriting non si seguono dinamiche strofe-ritornello-strofe-ritornello ma nemmeno forme strettamente lineari: lo stacco pianistico di They Never Hope ovvero la soffocante radice di Cruel sono momenti che vedrete riproposti, così come quasi tutti i leitmotiv caratterizzanti le rimanenti 4 tracce.

Detto ciò non pensiate che la bocciatura sia motivata da un mio atteggiamento critico troppo fiscale e penalizzante questa rinata voglia di normalizzarsi da parte dell'autore. Le modifiche apportate sono infatti interessanti e peraltro embrionalmente accennate in quel Prelude To Monolith (2003), che ritengo migliore release della band e che -guarda caso- è l'unico titolo della discografia prodotto per la "chioccia" Firebox Records. Il problema, in tutto Days Without Hope, è esclusivamente creativo. Van Cauter si dimostra, pur dopo anni di gavetta, un artista troppo monocorde, troppo chiuso nella sua spirale intellettuale ed -oggi- in netta parabola discendente; i pochi spunti che egli introduce nel nuovo lavoro sono talmente sporadici da non costituire reale materia di discussione: Departure si muove su visioni contorte, ma non sufficientemente amalgamate ed il suo drone è poco apocalittico e molto discontinuo; il procedere pare casuale, lontano anni luce dal caotico rigore di brani alla Funeral Dance.
Il passare dei minuti è scandito dagli sbadigli, dagli inutili tonfi chitarristici, dal continuo auto-citazionismo su melodie prive novità ovvero di risolutezza emotiva che coinvolgono anche le nuove ed ambient-style Cruel e T.D.D. (Reprise), altresì prive di mestizia e troppo simili l’una dall’altra.
I brani meglio interpretati sono comunque la terza Careless, Painless, Far Away (non avevo dubbi in merito) e la penultima Departure, che da un lato spiccano per delicatezza -la prima- e per cattiveria -la seconda-, ma che dall’altro non bastano a sostenere l'intero album ad un livello accettabile e dunque sufficiente. Peccato perché sia Cruel, sia They Never Hope iniziano bene per poi diventare ridondanti e troppo “brodose”; indigesta pure la logorroica This Dark Day assolutamente migliore nel suo sound impastato originario: in questo passo falso l'esagerazione cronometrica (73 e passa minuti distribuiti in 6 lunghissimi pezzi) ha l’effetto di un pugno sul muso, amplificando l’insofferenza all’ascolto secondo dopo secondo.

In definitiva -spiace dirlo data importanza della release- Days Without Hope è un disco senza presente e soprattutto privo di un futuro: oggi faticherete a portarlo a termine, domani (non più tardi) lo dimenticherete sullo scaffale, preferendogli, sempre e comunque, i suoi ultimi predecessori. I patiti dell'ambient-funeral e degli Until Death Overtakes Me potrebbero anche metter mano al portafogli, purché consci della pochezza che gli euro spesi restituiranno loro. Io vi ho avvertito.

Consentitemi una preghiera di congedo.
Stijn -figlio mio- rilassati, divertiti e torna quello che eri...
Ti scongiuro!



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
25.71 su 21 voti [ VOTA]
Giasse
Sabato 14 Novembre 2009, 15.43.29
3
Non limitatevi, se non conoscete gli altri lavori della band, ad ascoltare Days Without Hope: associate l'ultimo uscito a Prelude To Monolith o a Symphony III e poi sappiatemi dire. Oppure confrontate le due diverse versioni di This Dark Day. Certo, in Symphony II il brano è casereccio ed estremissimo... ma d'altra parte davvero ficcante, caldo, turbinoso nei suoi VERI drone...
Renaz
Sabato 14 Novembre 2009, 11.22.34
2
Ora sono troppo curioso, mi toccherà ascoltarlo...
Khaine
Sabato 14 Novembre 2009, 11.11.08
1
Delusione totale...
INFORMAZIONI
2009
Marche Funebre Productions
Depressive Doom
Tracklist
1. Cruel
2. They Never Hope
3. Careless, Painless, Far Away
4. This Dark Day
5. Departure
6. T.D.D. (Reprise)
Line Up
Stijn van Cauter - Guitar, Bass, Keyboard, Timpani, Electric Violin and Vocals
 
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