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AA. VV. - Rising Of Yog-Sothoth: Tribute To Thergothon
( 3821 letture )
PREMESSA
Rinascere: nascere nuovamente.
Per cosa? Per ripercorrere il sentiero dell’amore?
Rinascere significa riproporsi, giocare nuovamente la partita, ma con le stesse regole e forse… lo stesso risultato!

E dato che, (mis)credenze metafisiche a parte, quell’antipatico concetto che denominiamo “morte” parrebbe ancora irreversibile, ci tocca far ripetere il match -in nostra vece- a qualcun altro.
Ed è questo il caso del doppio Rising Of Yog-Sothoth, edito dalla specializzatissima Solitude Productions, che finalizza un’idea dei tempi che furono, finalmente e coraggiosamente realizzata: vedere ri-suonati, ri-prodotti e dunque ri-editati tutti i 9 brani contenuti nell’esigua discografia degli immensi Thergothon, i padri fondatori dell’ultra slow doom metal, deceduti 15 anni or sono. L’operazione, semplice sulla carta ma difficoltosa nelle assegnazioni e nell’omogeneizzazione delle registrazioni, tributa le due immense release dei finlandesi (Fhtagn Nagh Yog-Sothoth e Stream From The Heavens) con un strategia che mi ha favorevolmente stupito. Rising Of Yog-Sothoth si compone infatti di due dischetti speculari nei titoli ma diversamente strutturati nella successione della tracklist e, soprattutto, antitetici nell’orientazione delle interpretazioni: il Volume I, che contiene anche l’esclusiva ed inedita Dancing In The Realm Of Shades coverizzata dagli americani Persistence In Mourning, concentra gruppi che si sono impegnati in una lettura fedele ed ortodossa del materiale storico; il Volume II presenta al contrario interpretazioni dinamiche e personalizzate, che parafrasano (più o meno a seconda dei casi) l’idea originaria che guidò Skorpio & friends al momento del concepimento.

Da qui le varie possibilità di “godimento”:
1) ascoltare d’un botto tutto il Volume I, immaginando di aver potuto supportare gli immensi Thergothon con le possibilità tecnologiche odierne;
2) snocciolare tutti i brani del Volume II, fantasticando su come si sarebbero potuti evolvere i nostri maestri d’arte, se solo non avessero ceduto di schianto alle prime incomprensioni reciproche;
3) vacillare tra un disco e l’altro, mettendone a confronto i titoli per scovare le customizzazioni più intime.
Ad ognuna di queste opportunità considererei, in qualità di grande valore aggiunto, il compiacimento di vedere accomunate in un unico obiettivo formazioni doom dal carattere più disparato, provenienti da scene differenti e dalla notorietà disomogenea: dai canadesi Axis Of Advance ai russi Nojda, dagli istituzionali Imindain agli ecclettici Aarni, dai semisconosciuti Otzepenevshiye e Singultus ai fenomeni Worship, Officium Triste, Imindain, Evoken, Mournful Congregation and so on
Sarà stato il mio status di grande nostalgico degli anni ‘90 oppure la profonda emozione che ho provato nel riascoltare, finalmente con una produzione decente, alcune delle tracce più importanti della storia del doom, a farmi considerare Rising Of Yog-Sothoth un prodotto imprescindibile per qualunque appassionato nonché per tutti coloro volessero finalmente avvicinarsi al lato più estremo del genere, depurato dalle difficoltà intrinseche delle release del tempo (leggasi registrazioni quasi amatoriali).
È evidente che la spinta d’acquisto di una raccolta tributo (e parimenti il mio studio su di essa) prescinde dalle consuete variabili, che -nella circostanza- divengono semplici dati di fatto: mi riferisco principalmente alle attese nei confronti del songwriting ed all’effetto “sorpresa”, aspetti ovviamente congelati al momento delle uscite storiche che i Thergothon si limitano a trasferire quale preziosissimo lascito agli attuali pretendenti; a questi è stata tuttavia concessa una lieve ridefinizione dello stile, della ritmica, delle timbriche, ovvero di tutte quelle condizioni al contorno che difficilmente (e fortunatamente, dico io) consentono stravolgere la materia su cui lavorare. Al contrario, mano libera alle scelte produttive.
A questo punto, volendo approfondire, presento l’analisi separata dei due tomi auditivi.

VOLUME I
Nella prima parte dell’opera, di livello impensabile anche perché affidata ai partecipanti dal moniker più blasonato, si possono rintracciare momenti che non hanno degno paragone in nessun’altra iniziativa similare: ascoltare ad esempio la profondissima ugola di John Paradiso corrompersi sull’incomprensibile testo di una Yet The Watchers Guard ancora più lenta delle 2 edizioni originali (fu pubblicata sia nell’EP del 1991, sia nel full del 1994) è un’esperienza che esibisce gli Evoken al pari di un qualunque dio monoteista, così come il lento procedere dei 9 lunghissimi minuti di Elemental mi ha convinto ad elevare i Mournful Congregation quale realtà contemporanea maggiormente prossima all’eredità dei Thergothon. La loro chiosa è di una tale fedeltà da avermi indotto più volte a risentire le medesime porzioni su Stream From The Heavens cercandone, con certosina dedizione, le più impercettibili differenze che, pure una volta scovate, mi hanno mostrato un gruppo dalle potenzialità eccelse ed inconcepibilmente incomprese.
Praticamente auree anche le coverizzazioni di Colosseum e Imindain, rispettivamente impegnati con i due gioielli The Unknown Kadath In The Cold Waste e Everlasting; spiegarvi cosa accade al mio corpo ed al mio cervello tutte le volte che il player inforca Everlasting è praticamente impossibile: la traccia mi suscita un coinvolgimento generalizzato che paralizza ogni mia facoltà psicomotoria inducendomi ad uno stato di simil-catarsi; ciò ne confermerebbe l’incommensurabile valore artistico, indipendentemente dal portavoce; detto questo non vorrei sminuire l’apporto su questo Volume I degli Imindain, una volta ancora splendidi nella mera esecuzione. Se qualche dubbio nei loro confronti dovesse ancora rimanermi, questo sarebbe rivolto alla sola fase di scrittura, non ancora definitiva. Che il taumaturgico tocco dei Thergothon possa trasformare il successore di And the Living Shall Envy The Dead nel capolavoro tanto atteso, pur consapevoli che, già con Bethlehems Bastarde -recentissimo split con i francesi Ataraxie- ci sarebbe di che compiacersi.
Dicevamo dei Colosseum, che alle prese con The Unknown Kadath In The Cold Waste proseguono nel percorso “smaltato” di Chapter II: Numquam. Restringendo il campo a questo Volume I la traccia è senza dubbio la più avvolgente ed ossessiva; i Colosseum introducono nel Thergothon-pensiero un gusto per l’atmosfera intensificato e ben sposato all’importanza del compito assegnatogli. La loro The Unknown Kadath In The Cold Waste è una favola dark dai connotati quasi fumettistico/teatrali; un’indolente narrazione noire che vorrete ripetuta all’infinito, a costo di erodere il tasto rewind del vostro telecomando. Un capolavoro!
Il compito più difficile di questo Volume I è stato comunque preteso da Asunder, Officium Triste e Umbra Nihil. Agli americani di Okland, perfettamente a loro agio con lo sviluppo quasi ecclesiastico di Who Rides The Astral Wings, è toccato aprire lo “spettacolo” con uno dei brani meno succulenti della discografia thergothoniana con la quale hanno però dato prova di invidiabile capacità di arrangiamento: centratissime le distorsioni delle chitarre, soprattutto quella squillante della solista che spesso recepisce le partiture che in origine furono della tastiera (ed ecco spiegata la restituzione incentrata maggiormente sulle frequenze medio-alte), così come gli scambi tra il growling e le clean vocals, abbondanti anche nella versione del 1994 ma ora meglio combinate su più linee verticali; ovviamente, così operando, si perde la grezza cedevolezza della traccia-madre, d’altro canto bilanciata da una maggiore potenza e coralità della trasposizione degli Asunder.
Gli Officium Triste si sono dovuti invece adattare ad un modus operandi che solo raramente è stato sperimentato nel proprio songwriting: Crying Blood & Crimson Snow, che comunque è l’episodio meno estremo del lotto, è stata rivista in modo intelligente e del tutto paragonabile all’opener dell’ultimo Giving Yourself Away, titolo che più di ogni altro recepisce gli insegnamenti della sezione lugubre del doom moderno. Pim Blankenstein, in aderenza con l’atteggiamento assunto nella sua Your Eyes e senza variare l’input nativo, si astiene dal cantato distorto limitandosi ad un recitato/parlato che stringe le budella tanto forte da schiacciarle sotto il peso della commozione. Il cronometro lascia intendere un risultato praticamente isoritmico e solo i martellamenti del pianoforte suonano variando il sapore della parte terminale, ora tristissima ma (troppo) melodica. Lontani da una disinvoltura totale, né non sfigurano né impressionano.
Altra band impegnata in un fuori tema bello e buono sono i finlandesi Umbra Nihil: la loro The Twilight Fade è più lunga di un minuto perché rovinata con un assolo che la rende paragonabile ad un brano H/M, snaturandola completamente; anche il tempo di progressione è inadeguato e troppo incalzante. Non mi sono piaciuti per nulla.
Discorso a parte, per motivi differenti, per Worship e Persistence In Mourning. I tedeschi, impegnati nientemeno che con Evoken, faticano a spersonalizzarsi marcando un po’ troppo la loro esibizione. Bastano infatti 5 secondi (anche meno) per riconoscere il tocco (esecutivo, stilistico ed ingegneristico) di The Doomonger che piazza subito un tocco di campana e la single-notes a tessere la nota melodia del brano. La restituzione, secca e minimale, e l’esasperata frenata ritmica rimandano a Dooom tanto da farmi apparire il brano parte integrante di una loro release; all’ingresso del profondissimo growling è poi tutto chiaro: gli Worship hanno totalmente metabolizzato le tristi note di Evoken trasformandole in un sentimento personale, intimo e definitivamente proprio. Avrei preferito diversamente.
I Persistence In Mourning, relegati (si fa per dire) alla chiusura, trovano invece la title-track della prima cassetta dimostrativa, Dancing In The Realm Of Shades. Purtroppo non conosco la versione dei Thergothon, cosa che mi impedisce di scoprirne differenze e singolarità, anche se mi pare facile ipotizzare che alcuni “noise” (in particolare gli stridori di inizio e fine) siano orpelli facenti parte del bagaglio personale di Lippoldt. Ciò che invece posso anticiparvi con sufficiente certezza è che, seppure con una deriva maggiormente doom/death, il brano mi sembra riuscito e meritevole al pari delle sorelle. Solo per lo status di “inedito” merita un ascolto in più.

VOLUME II
Il Volume II risponde a due esigenze parallele che peraltro ben si coniugano con lo spirito del progetto: palesare il risultato del percorso evolutivo nei 15 anni di doom post-Thergothon e dare una vetrina di rilevo a band meritevoli ma ancora poco conosciute. Tracciare con 8 brani un orizzonte, anche solo soddisfacente, è impossibile, seppur nelle esegesi dei vari Inter Arbores, Axis Of Advance e Nojda ho trovato delle buone basi su cui riflettere. È corretto anticipare ai fans intransigenti che con l’esperimento, effettivamente molto libero, non ritroveranno le soddisfazioni di cui ho precedentemente parlato, dato che con questo secondo dischetto è condizione necessaria una certa flessibilità ed apertura mentale.
Se di rilettura trattasi, è altresì vero che la profondità della stessa è stata giocata con tattica totalmente differente da ognuno degli 8 esponenti interpellati: se Krohm, Singultus ed Axis Of Advance hanno solo aggiunto qualche sentimento proprio, sfruttando titoli che si adattavano perfettamente al proprio carattere, con Otzepenevshiye, Inter Arbores e (ovviamente) Aarni si perviene alla massima ed antipodica sostanza. Astral Sleep e Nojda ricorrono invece ai propri mezzi senza disconoscere il concetto basilare.
Ed è stupendo scoprire che la bellezza di Everlasting non venga minimamente intaccata dalla svolta depressive-black operata da Dario Derna (ex tastierista degli Evoken ed ora fac totum nel solo-project Krohm) oppure che il death metal dei veterani Axis Of Advance sia la miglior arma per svelare i natali dell’ultra slow doom di cui i Thergothon furono capostipiti.
Perfettamente centrata la metamorfosi burzumiana di The Twilight Fade di Singultus, caratterizzata dal tipico cantato apocalittico del true black metal di Det Som Engang Var e The Rebirth of the Middle Ages. Supera, e di molto, la pessima prova degli Umbra Nihil.
Assurde ma molto interessanti:
- la reinterpretazione inizialmente drone e successivamente giocata su temi psichedelic-rock, di Who Rides The Astral Wings da parte degli Inter Arbores, che ordina l’artificioso caos iniziale attraverso una spiritualità ovattata quasi sconvolgente (ordo ad chaos);
- lo stoner/folk dei Nojda, performato su Evoken ed addizionato addirittura con una jaw harp (scacciapensieri per noi italiani) che ne conferisce un sapore molto mediterraneo, nonostante la provenienza russa.
- l’ambient/stoner di Verivaikerrus – Hurmehanki (Crying Blood & Crimson Snow) degli Aarni che volge uno sguardo sornione ai coetanei (dei Thergothon) Cathedral.
Totalmente stravolta dagli Otzepenevshiye -e più che raddoppiata nel timing- The Unknown Kadath In The Cold Waste; la sua nuova carrozzeria industrial/drone non mi è per nulla piaciuta, avendo trovato esagerate sia la programmazione del drumming elettronico, eccessivamente incentrato sui piatti (alla Rigor Sardonicous), sia la sbrodolata metrica, sia la produzione dalla resa troppo fitta. A tratti sembra perfino di essere alle prese con un gusto big beat: stomachevole.
Infine gli Astral Sleep che, con Yet the Watchers Guard, spadroneggiano in questo Volume II; la canzone viene trattata in modo molto intelligente: da un lato permane un vocalism estremissimo in grounting aspirato, dall’altro vengono “scaricate” tutte le partiture strumentali, soprattutto quelle delle chitarre, ora acustiche e dunque molto ariose. Il down tempo originario non viene intaccato e l’aurea lugubre diviene massima grazie proprio a questi contrasti. Da ascoltare centinaia di volte apprezzando il lavoro di questi giovani discendenti naturali.

CONCLUSIONE
La conclusione a queste molte righe che ho voluto omaggiare ai Thergothon è pleonastica.
Rising Of Yog-Sothoth è una raccolta da avere a tutti i costi, anche passando direttamente dall’e-store della Solitude Productions, qualora i normali canali nazionali non ve ne consentissero il reperimento. Il valore dei due volumi è ben superiore all’88 che ho voluto lasciare come mera sintesi numerica; E non mi riferisco ad un 90, ad un 95 o ad un 100. Parlo di valore affettivo, emotivo… parlo di passione, di amore, concetti che non hanno né prezzo, né numeri, né -più in generale- rappresentazione scritta!

Rinascere: nascere nuovamente.
Per ripercorrere il sentiero dell’amore!
E per ricordare anche, ma non solo, i Thergothon!
Sia chiaro!



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
38.03 su 27 voti [ VOTA]
EmperorMayhemBlackster
Venerdì 10 Settembre 2010, 16.55.37
10
Mah... A me l'unica cover che mi piace davvero tanto è quella degli axis of advance... lle altre sono pur sempre buonissime ma preferisco di moltissimo l'originale. Quello si che era da orgasmo. Comunque ottima raccolta 85
Giasse
Giovedì 24 Dicembre 2009, 15.09.38
9
Hai fatto benissimo. Vedrai che non te ne pentirai. Soprattutto ricordando di avere acquistato un pezzo di storia!!!
Autumn
Mercoledì 23 Dicembre 2009, 21.21.48
8
E vabbè dai mi hai convinto, ho approfittato dello socnto per qualche giorno sul sito della solitude e me lo sono accaparrato. ....'tacci tua...
I, Oblivion
Mercoledì 23 Dicembre 2009, 11.58.10
7
Tutte striminzite le tue recensioni eh, giasse? xD
desdemona
Martedì 22 Dicembre 2009, 22.18.21
6
hai incuriosito anche me....bella rece giasse...davvero...
Pandemonium
Lunedì 21 Dicembre 2009, 12.19.50
5
Album incredibile, recensione definitiva!!! Mi sono ascoltato quasi tutte le tracce su yuotube leggendo le tue parole Giasse e veramente qui si parla di capolavoro! I tribute li odio di solito, ma qui non si tratta proprio di una mossa commerciale vista la qualità e l'intelligenza di dividere il progetto in due dischi per lasciar il maggior spazio possibile a tutti questi artisti. Evoken e Mornful Congregation ineccepibili come sempre, Worship monumentali, Uffiucium Triste pure... quest'album è la raccolta doom estrema dell'anno, senza se nè ma. Mitico Giasse!
nedogiuda
Lunedì 21 Dicembre 2009, 9.51.00
4
immensi i terghoton, sapevo che doveva uscire questo tributo, e ora che leggo questa recensione corro subito ad ascoltarlo, sono curioso di sentire cosa hanno fatto gli Evoken e i Mournful Congregation
andrea
Domenica 20 Dicembre 2009, 23.37.30
3
davvero, complimenti per la recensione. tra l'altro alcuni gruppi di questo tribute non li ho mai sentiti, ottima occasione per scoprire nuove band! potevano invitare anche gli Shape of Despair (ma si sbrigano col nuovo materiale?!), sarei stato curioso di sentirli in questa sede.
FURIO
Domenica 20 Dicembre 2009, 23.36.22
2
Una simile antologia è assolutamente da avere... Mio caro Giasse dovrebbero assumerti alle Einaudi!!!
Khaine
Domenica 20 Dicembre 2009, 22.48.58
1
Che dire... ora ho voglia di ascoltare questo disco. Ben fatto, mastro Giasse.
INFORMAZIONI
2009
Solitude Productions
Doom
Tracklist
Cd1
1. Asunder – Who Rides The Astral Wings
2. Officium Triste – Crying Blood & Crimson Snow
3. Evoken – Yet The Watchers Guard
4. Imindain – Everlasting
5. Colosseum – The Unknown Kadath In The Cold Waste
6. Mournful Congregation – Elemental
7. Worship – Evoken
8. Umbra Nihil – The Twilight Fade
9. Persistence In Mourning – Dancing In The Realm Of Shades

Cd2:
1. Nojda – Evoken
2. Otzepenevshiye – The Unknown Kadath In The Cold Waste
3. Krohm – Everlasting
4. Inter Arbores – Who Rides The Astral Wings
5. Astral Sleep – Yet The Watchers Guard
6. Aarni – Verivaikerrus – Hurmehanki
7. Axis Of Advance – Elemental
8. Singultus – The Twilight Fade
Line Up
n.a.
 
RECENSIONI
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