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SpellBlast - Battlecry
( 4222 letture )
I lombardi SpellBlast hanno la caratteristica, forse indesiderata, di dividere la critica: basti pensare al loro debutto, Horns of Silence, che ha preso voti dal 4 al 9 in giro per il mondo, senza che si trovasse un punto comune. Non manca di suscitare, per il poco che possiamo vedere ora, le medesime diatribe questo Battlecry; ma cos’è che divide? Gli SpellBlast, come amano dire gli inglesi, non sono la vostra band power media, dato che inseriscono con disinvoltura influenze folk ed epic, oltre a suoni non esattamente comuni nel genere. Quanto ciò li allontani dai Canoni Santificati, è tutto da vedere. Horns of Silence, con i suoi difetti, era un prodotto fresco e accattivante, qualcosa di diverso, e non si può negare che Battlecry sia un passo avanti.

Cold Wind of Death è già testimonianza efficace: il sound made in SpellBlast è cresciuto, come un adolescente diventato adulto, senza rinnegare le proprie cifre stilistiche ma mettendo in campo strutture a tratti imponenti. Le melodie trovano sbocchi che fanno a tratti gridare al miracolo -non sempre, va detto- e sono più che sostenute da un sound volto a privilegiare tastiere e batteria sul duo chitarristico. Drinkin’ with the Gods amplia il tessuto melodico, pur soffrendo di un’eccessiva morbidezza da parte di Spagnuolo, che in compenso si destreggia su note alte mostrando buona estensione. In History of a Siege – Heroes è affiancato da Fabio Lione, che nobilita una strofa non troppo felice ma ben congegnata, e passano in secondo piano anche i cori forzati di controcanto al ritornello; qui però sono in buona evidenza i due chitarristi quasi omonimi, Arzuffi e Arsuffi. Path on the Sea, che reca scritto “melodia” a grandi lettere, può essere quasi considerata una ballad in doppia cassa, e l’amalgama, non sempre riuscito, non manca comunque di suscitare sensazioni positive, anche perché Spagnuolo regala ottimi momenti. Ragnarok (Dream of the End richiama le genialità di Goblin’s Song (da Horns of Silence), pure troppo in effetti, riuscendo con una certa fatica a distaccarsi dall’esempio, e solo grazie ad una prestazione collettiva sopra le righe. Lorenzo Marchesi dei Folkstone dona magia a Soldiers’ Angels con la sua cornamusa, ma il brano paga una certa monotonia nelle pur buone scelte di fondo. Raid Day è il pezzo più lungo dell’album, attestandosi sui cinque minuti e mezzo contro i tre-quattro degli altri; e di carne al fuoco ce n’è tanta, altroché. Il tono è epico e sostenuto, i cambi ritmici efficaci nel conferire potere ai pentagrammi, manca forse la “botta” melodica decisiva, ma il songwriting è di grande spessore. La seconda parte di History of a Siege, Slaughter, vede ancora Fabio Lione ad affiancare Jonathan Spagnuolo, ma qui la presenza del singer di Rhapsody of Fire e Vision Divine è meno decisiva, per un brano che non spicca. Northern Star, anche se dotata di maggiore energia, a tratti richiama molto Path on the Sea nei temi portanti, salvo scrollarsi le malignità di dosso con una buona fase heavy. In Brave and Fierce Spagnuolo tocca vette allucinanti, tanto in alto quanto in basso, e criticare il brano per un sound troppo incentrato sulla batteria è crudele pagliuzzismo; Command Charge ha buoni cori e qualche armonia vocale alla Serj Tankian, e vede anche un lavoro tutt’altro che indifferente da parte di chitarre e tastiera. Chiude -per chi, come il sottoscritto, non ha Swords in the Wind, cover dei Manowar- la title-track, che ripresenta gli stop-and-go tipici di Horns of Silence, calati in velocità alte e tipicamente power, a loro volta addolcite dalla melodicità tanto di Spagnuolo quanto della violinista Marta Baldi, calata in ritmi quasi tribali.

Il passo avanti dal primo lavoro è evidente, e ci rende felici: gli SpellBlast sono sull’ottima strada per diventare una delle realtà più convincenti del metal italiano. La produzione meriterebbe un discorso abbastanza lungo, soprattutto per sviscerare alcune scelte inusuali: ma quello che conta è il risultato, ed il sound è molto personale, identificabile come SpellBlast, con in più una batteria suonata, registrata e mixata in modo più che ineccepibile. Parlando invece di appunti da muovere, sono due. Prima di tutto, sarebbe forse preferibile distaccarsi dagli abusatissimi temi norreni per, magari, intraprendere un discorso tematico simile a quello dei Folkstone; ma questa è solo un’idea. Il fatto invece è che la pronuncia, eterna croce dei gruppi italiani che cantano in inglese, va sensibilmente migliorata, e qualche errore si può anche notare nel songwriting. Questo non cambia di molto la sostanza, ma di certo contribuisce in negativo alla fruizione del disco, al quale manca davvero poco per essere un’uscita di grande livello.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
58.32 su 61 voti [ VOTA]
davide
Martedì 5 Marzo 2013, 10.22.17
10
ma questo delpiero l'unica cosa che sa dire di un album è accorgersi che degli italiani non sono inglesi?? si vede che non è quello vero..mica sarebbe così scemo...
davide
Martedì 5 Marzo 2013, 0.06.09
9
grandissimi..c'è sempre chi rema contro..in questa penisola del ....
JokAR
Domenica 23 Settembre 2012, 9.53.17
8
Sempre grandi Spellblast, disco più compatto rispetto al precedente ma ho sentito molto la mancanza di brani come Glory to gem e Sign of unicorns...!
Filippo Festuccia
Martedì 4 Maggio 2010, 13.29.21
7
@The Watcher: oddio, demonizzata forse gli inglesi sono diventati meno puristi di noi sicuramente ci sono degli errori come dicevo anche nei testi, ma è chiaro che rispetto alla bellezza di certe melodie passano in secondo piano.
The Watcher
Lunedì 3 Maggio 2010, 23.26.36
6
Leggendo tra le altre recensioni dell'album non capisco come mai un redattore inglese dica che la pronuncia sia solo percettibile mentre qui viene quasi demonizzata.. boh.. degustibus! Keep the metal flame aliveeeeee!
Filippo Festuccia
Lunedì 3 Maggio 2010, 10.26.23
5
@delpiero: insieme a quello del tuo nick a parte gli scherzi -sono juventino pure io - è uno degli aspetti che necessita un miglioramento.
delpiero
Lunedì 3 Maggio 2010, 8.19.11
4
ma l'inglese questi lo hanno imparato al CEPU? orribile
gufo87
Domenica 2 Maggio 2010, 21.24.57
3
niente di nuovo , non riesco ad arrivare alla fine dei pezzi.Bravissimi in tecnica ma che noia!
beast
Giovedì 29 Aprile 2010, 15.30.43
2
boh.mai piaciuti
enrico86
Giovedì 29 Aprile 2010, 14.21.17
1
disco piu che convincente...un disco che miscela la potenza del power-epic e infiorettature folk in un quadro molto personale e originale...due canzoni su tutte "raid day" e "path on the sea"
INFORMAZIONI
2010
Gatti
Power
Tracklist
1. Cold Wind of Death
2. Drinkin’ with the Gods
3. History of a Siege – Heroes
4. Path on the Sea
5. Ragnarok (Dream of the End)
6. Soldiers’ Angels
7. Raid Day
8. History of a Siege – Slaughter
9. Northern Star
10. Brave and Fierce
11. Command Charge
12. Battlecry
Line Up
Jonathan Spagnuolo (Voce)
Luca Arzuffi (Chitarra)
Claudio Arsuffi (Chitarra)
Ivan Dellamorte (Tastiere, Cori)
Xavier Rota (Basso)
Edo (Batteria)
 
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