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Salem - Playing God - And Other Short Stories
( 2765 letture )
Se avessi il coraggio di utilizzare il solo termine delusione per descrivere Playing God - And Other Short Stories centrerei un triplice obiettivo: dipingerei alla perfezione la sensazione di grigiore che mi ha lasciato l'ascolto, mi butterei alle spalle una recensione divenuta con il tempo "dolorosa" - dato il grande affetto che lega il sottoscritto al moniker in questione - ed infine eviterei ulteriori brutte figure ai Salem, astenendomi dal puntare il dito sui tanti difetti riscontrati.
Ma così, anche solo per rispetto dei lettori, non s'ha da fare.

I Salem, con 25 anni di onorata carriera alle spalle, sono infatti uno dei gruppi più rappresentativi del panorama israeliano e probabilmente tra i primi ad essersi affacciati verso lidi estremi cercando di prescindere da etichette o inutili standard compositivi. La verginità creativa del quintetto di Giv' ataim è tanto vera che per l'esordio Kaddish fu addirittura coniato un termine a sé stante per identificarne la particolare commistione tra death, doom e folk alla base della loro proposta: con questo eccezionale prodotto discografico nasceva l'oriental metal, poi approfondito dai black-oriented Melechesh e dai talentuosi e progressivi Orphaned Land. I Salem, di questa triade (o, perché no, trinità) hanno sempre rappresentato la sfaccettatura più ortodossa, quadrata e lenta: alla fine degli anni '80, periodo in cui la band si formò, la reciproca derivabilità tra death e doom fu tale da non permettere una chiara identificazione tra le parti. Il loro caso è in questo senso molto rappresentativo.

Lo sconforto di avere tra le mani un articolo fallimentare è poi amplificato dalla certezza della rovina, tramite una strumentistica inefficace, del grande lavoro del paroliere e pensatore Ze'ev Tananboim, eccelso anche in questo evento del 2010. Gli album della band sono sempre stati sinonimo di spiritualismo ebraico, di solidarietà alla Shoah, di celebrazione del Sionismo ed infine -in modo obbligatoriamente controverso- di condanna verso il terrorismo islamico, senza che questi spinosi argomenti divenissero degli inutili stereotipi commerciali; che anche Playing God - And Other Short Storie sia un concentrato di metaforico intendere, questo è facilmente deducibile dall’analisi dei testi dei 9 episodi cantati (su tutte The Privileged Dead, Downfall Of Paris Part 2 e Playng God), comunque edulcorati dal crudo realismo di puntate alla Blood (Necessary Evil).
A seguire un piccolo assaggio, mostrandovi il postulato dottrinale con cui chiude Downfall Of Paris Part 2.

History is heresy
The story and the prophecy
Are simply what you make them be
A lie transformed into a decree


Veniamo ora alle tante debolezze che mi hanno fatto infuriare.
La melodia derivante dalla tradizione orientale, sempre vivida nel corso degli anni seppur non preponderante, si annacqua in sviluppi triti e ritriti e -soprattutto- mai pienamente incastrati nelle ritmiche extreme. Basti pensare alla scipita Drums Of The Dead Part 1 in cui è la sola voce femminile a lavorare sul canale melodico (nella Parte 2 vi è almeno un accenno di natura folkish della single-notes) o all’esageratamente sincopata The Mark Of The Beast Part 1. Il peggior biasimo è ascrivibile al fatto che la "luce" creata dall'incedere lento e cadenzato tipico dei Salem non viene mai riempita a dovere dai dispositivi melodici; ciò potrebbe non essere un problema se solo il riffing fosse potente e tagliente, cosa che invece non è: pochissimi raddoppi, un'esagerazione di pal-muting e tempos disomogenei che sembrano cercare un atteggiamento prog-style assolutamente inadeguato (Exodus -proprio quella di Bob Marley- ne è un esempio particolarmente malriuscito) soprattutto perché solo accennato e mai seriamente perseguito. Viene naturale un confronto con i primi titoli a firma Orphaned Land (Mabool e The Never Ending Way Of ORwarriorOR sono fuori concorso per manifesta superiorità) e ciò peggiora il giudizio, dato che le rasoiate di Yossi Sa'aron e Matti Svatizky sono lungi dall’essere ravvisabili nel guitarism di Playing God - And Other Short Stories. I Salem sono un gruppo che ha dei valori assoluti indiscutibili (soprattutto nella sezione ritmica) ma che in questo frangente non ha saputo dosare e dunque bilanciare la propria foga compositiva, sfociando in movenze strumentali troppo fini a sé stesse e dunque controproducenti. Downfall Of Paris Part 2 ne è un fulgido esempio in cui è però presente un interessantissimo solo “psichedelico” che, nonostante la riuscita, rimane quale unico esemplare in tutti i 47 minuti di run; The Mark Of The Beast Part 2 al contrario, serve solo a rappresentare la pochezza dei Salem del 2010.

Ma non è finita.
Anche la voce zoppica sotto i colpi del mid-growling acre ma non potente di Tananboim che, a dirla tutta, non è mai stato corposo e pienamente soddisfacente nemmeno in passato. Ammesso questo tallone d’Achille storico, va però registrato un peggioramento (ascoltate The Mark Of The Beast Part 2 per credere), probabilmente dovuto all’effettistica/produzione da parte dell’engineering; Ze'ev cerca di “doppiare” i momenti più aggressivi con l’uso della sovraincisione, ma l’espediente giova poco o nulla, anche a fronte di una ripetitività che lo rende del tutto prevedibile. Stessa sorte (nel mio giudizio) per la performance della sconosciuta (al sottoscritto) corista i cui “arabeschi” (mi si passi il termine) sono sempre inadeguati e melodicamente spigolosi.
Unica vera salvezza del platter è in una sezione ritmica sempre minuziosa, la quale esagera solo in varietà esecutiva a discapito di una fluidità che avrebbe giovato ai vari brani, e che invece costituisce uno dei maggiori problemi all'ascolto. Il solito, ottimo, lavoro al basso di Michael Goldstein non basta insomma a tenere assieme i vari pezzi, facilitando un ascolto rapido ed indolore: scorrere l’intera tracklist è troppo difficoltoso ed insipido. Le 3 strumentali (mai così tante) contribuiscono poi a frantumare Playing God - And Other Short Stories più di quanto non lo faccia già l’inefficace songwriting e la produzione (troppa poca enfasi alle chitarre), facendolo pertanto suonare come un continuo singhiozzo, un ripetuto start & stop, un incessante chip & charge (chi tra voi conoscesse il gergo tennistico mi capirà): semplicemente snervante.

Insomma, concludo osservando che l’album in questione, oltre ad essere il peggiore dei Salem, è anche una delusione cocente che forse mi rende poco lucido in fase di sintesi numerica.
50 è davvero poco, ma parafrasando il titolo mi verrebbe da dire che Playing God è proprio un’altra storia…



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
20.55 su 18 voti [ VOTA]
AngelSlayer
Sabato 5 Giugno 2010, 16.54.34
1
Disco bruttissimo...
INFORMAZIONI
2010
Pulverished Record
Death
Tracklist
1. Drums Of The Dead Part 1
2. Drums Of The Dead Part 2
3. The Privileged Dead
4. Exodus
5. Downfall Of Paris Part 1
6. Downfall Of Paris Part 2
7. The Mark Of The Beast Part 1
8. Beast Lullaby
9. The Mark Of The Beast Part 2
10. The Mark Of The Beast Part 3
11. I Hate Pigs!
12. Playing God
Line Up
Ze'ev Tananboim (vocals)
Nir Gutraiman (guitars)
Lior Mizrahi (guitars)
Michael Goldstein (bass)
Nir Nakav (drums)
 
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