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The Lotus - Forgotten Silence
( 2704 letture )
Sono molto felice di poter recensire un gruppo italiano e allo stesso tempo molto arrabbiato. Arrabbiato perché so che l’italiano medio è la persona più pronta a lamentarsi di tutto quello che la circonda e allo stesso tempo più restia a qualunque cambiamento del globo. Ci lamentiamo che in Italia nei pub suonano solo le tribute band e poi nessuno che vada ai concerti dei gruppi metal italiani. Provate a contare gli album che avete comprato quest’anno (comprato, non scaricato o ascoltato) e poi ditemi quanti di questi erano italiani. Quanti? Esatto. Sono sicuro che molti non concederanno la minima chance a questo cd perché si tratta di un gruppo italiano. La cosa più incredibile è poi sentire le storie su una presunta mancanza di cultura rock nel nostro Paese e constatare invece il numero e la qualità delle band nostrane. Band alle quali mancano sempre e comunque l’appoggio e il sostegno dei fan, condizioni indispensabili anche solo per organizzare un concerto, figuriamoci per fondare una carriera. Un atteggiamento incomprensibile, che impedisce l’emersione di una scena degna dell’impegno e del valore dei nostri gruppi.

Classico esempio di gruppo di talento e valore, The Lotus nascono nel 2002 e arrivano al debutto autoprodotto quest’anno, riuscendo ad ottenere finalmente un contratto con l’inglese Copro Records che rilascia il cd. Registrato al Morphing Studio di Bologna e prodotto dagli stessi The Lotus con Cristiano Santini, Forgotten Silence è un lavoro estremamente interessante, che potrebbe trovare terreno fertile tra gli amanti di gruppi quali Anathema, Blackfield, Porcupine Tree e perfino Dream Theater, i quali avranno di che godere ascoltando questo lavoro. Anche perché le influenze si sentono ma non coprono la personalità del gruppo, che emerge man mano che le canzoni scorrono. Il genere è ascrivibile ad un rock alternativo che si spinge spesso su lidi metal e mantiene un’impronta progressive di fondo, che ne amplifica ambizioni e spessore compositivo. Si tratta di una musica introspettiva, malinconica, rabbiosa, sospesa come in una bruma nebbiosa; allo stesso tempo stratificata e potente, lascia spesso campo ad esplosioni metal che non lasciano indifferenti e mantengono il livello della tensione piuttosto alto, come nel caso di Enchained Melody o Balloon City. Il lato più alternative viene invece fuori in canzoni come Forty-Eight e Don’t Be Surprised, quest’ultimo senza dubbio il brano più melodicamente riuscito del cd. Molto bravo il gruppo a dosare questo amalgama di sensazioni senza concedersi il lusso dell’autocompiacimento. Le canzoni raggiungono raramente i cinque minuti, eccezion fatta per la conclusiva Dreamagothika Pt. 2 che ricorda le atmosfere di Metropolis Pt. 2 e contiene una bella e sognante ghost track. All’interno di Forgotten Silence troverete veramente di tutto: spunti prog, coloriture psichedeliche, melodie gothic, parti di musica classica -specialmente per quanto riguarda piano e tastiere suonate dal bravo Kristal e dal cantante Rox-, il tutto tenuto assieme dai riff di Luca De Falco. Si passa con disinvoltura tra registri completamente diversi e lontani come nel caso della folle I Will Come To You che cita i Faith No More di Evidence ed Edge of The World e si trasforma poi in un brano che unisce Uriah Heep e Pink Floyd senza perdere un briciolo di credibilità. Mi piace sottolineare l’estrema versatilità della sezione ritmica composta da Davor Batalj (basso) e Marco Lanciotti (batteria), che mantiene un approccio variegato ed interessante per tutto l’album, passando da partiture tipicamente metal ad approcci più alternative che a me hanno ricordato proprio Faith No More, Jane’s Addiction o gli Incubus. Una scelta che in un contesto così malinconico consente alle canzoni di mantenere una certa ariosità dinamica, senza appesantire inutilmente composizioni già ricche di pathos. Molto interessante e assolutamente da sviluppare in futuro l’uso di più voci, che affiancano il cantato quasi baritonale di Rox in uno stile che non può non ricordare gli inglesi Anathema. Il gruppo si esprime ad alti livelli tecnici senza mai fare sfoggio inutile di virtuosismi, semplicemente convogliando nel corpo delle canzoni la propria maestria musicale. Un approccio premiante, che se da un lato può non essere colto dalle tante allodole che si fanno ingannare dagli specchietti, dall’altro è sintomo di grande maturità e di fiducia nella forza delle proprie composizioni: un aspetto non secondario, trattandosi di un gruppo emergente. In effetti va loro riconosciuto un livello compositivo più che buono: nonostante qualche ingenuità, le canzoni si sviluppano in maniera molto personale e soddisfacente, con melodie interessanti e memorizzabili, frutto di una semplicità solo apparente. Le strutture non risultano legate a schemi prefissati e lasciano spesso spazio ad aperture melodiche e solistiche di buon livello, che colpiscono quando devono. Si tratta di un approccio che giustifica la qualifica di gruppo progressive, pur trattandosi di uno stile compositivo piuttosto lontano dai canoni di quel prog/metal codificato dalla triade Queensryche/Fates Warning/Dream Theater. In effetti, solo echi di questi ultimi sono rintracciabili nella musica del quintetto italiano, a partire dall’arpeggio iniziale di Dreamagothica che mi ha fatto sobbalzare, ricordando non poco quello di Pull Me Under.

Il gruppo si rivela quindi maturo e pronto al debutto, testimoniando che il lavoro svolto in questi anni ha dato dei buoni frutti. Si tratta infatti di un prodotto originale e coerente, che lascia ampi margini di miglioramento pur essendo già valido di per sé. Questo non toglie che si senta qualcosa che non va. La produzione innanzitutto: accettabile ma non eccelsa, consente di godere le singole prestazioni piuttosto chiaramente (molto belli il suono del basso e del piano, ad esempio) ma penalizza un po’ le parti più strettamente metal e toglie colore e profondità alle canzoni, specialmente per quanto riguarda le ritmiche di chitarra e le parti di tastiera che a volte annegano negli altri strumenti. Considerando che si tratta di un’autoproduzione e anche la complessa stratificazione strumentale dei brani, attendiamo le prossime uscite per un miglioramento in tal senso. In secondo luogo, l’uso dell’inglese. Niente di terribile, intendiamoci. Si sente di peggio anche in prodotti provenienti dalla ricca Germania, eppure qualcosa in più va fatto su questo fronte. Anche la prova vocale di Rox non risulta pienamente soddisfacente. Molto interessanti le linee melodiche e il timbro vocale, meno la padronanza e la sicurezza dell’interpretazione. Un appunto che vuol essere solo uno sprone, dato che il giudizio resta positivo. Infine, diciamo che in un livello generale medio-alto manca il colpo del knock-out, anche se Don’t Be Surprised e Lost In The Wind ci vanno vicino. Da registrare invece un piccolo calo nella seconda parte -la citata Balloon City risulta un po’ naive e compositivamente inferiore- in un album comunque omogeneo, che scorre bene nella sua complessità. Questi i limiti che tendono ad abbassare un po’ il voto, ferma restando una valutazione complessiva che non può che essere ampiamente favorevole.

Torniamo quindi al discorso iniziale. Se questo cd fosse opera di un gruppo straniero, sono sicuro che attirerebbe su di sé lodi sperticate, molto al di là del suo reale valore. Temo invece che pochi vorranno ascoltarlo e molti troveranno tutte le scuse del mondo per comprare il venticinquesimo progetto alternativo di qualche bollita star del prog mondiale o il mini-lp di importazione di una sconosciuta band lettone di cui si dice un gran bene, piuttosto che l’album di un gruppo italiano che potrebbe diventare un punto di riferimento nella scena, se opportunamente sostenuto. Potete comunque farvi un’idea ascoltando i brani sul MySpace del gruppo. A voi dimostrare che mi sto sbagliando e che la musica di qualità vale e va premiata per quello che offre e non per la sua provenienza geografica.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
61.82 su 39 voti [ VOTA]
Lizard
Lunedì 7 Marzo 2011, 0.21.37
4
Eh sì... Anche riascoltato a distanza di qualche tempo, confermo che si tratta proprio di un bel dischetto!
ben_75
Sabato 29 Gennaio 2011, 22.01.55
3
per essere così giovani e al debutto..semplicemente strepitosi!!!
Lizard
Venerdì 7 Gennaio 2011, 22.55.17
2
Ti ringrazio! Devo dire che a mio avviso il metal è uno dei pochi settori decisamente in crescita del Made in Italy, per quantità e qualità. Vale la pena prestargli un po' di attenzione.
Mr.Darcy85
Giovedì 6 Gennaio 2011, 21.48.10
1
Saverio l'album non l'ho ancora ascoltato e quindi non giudico,ma ammetto che la tua prefazione mi ha colpito...bravo!
INFORMAZIONI
2010
Copro Records
Prog Metal
Tracklist
01 - Dreamagothika part.1
02 - Fall in Time
03 - Enchained Melody
04 - Don't be Surprised
05 - Forty-eight
06 - I Will Come to You
07 - Andromeda's Mother
08 - Balloon City
09 - Forgotten Silence
10 - Lost in The Wind
11 - Dreamagothika part.2
Line Up
Rox – Vocals, Keyboards
Luca De Falco – Guitars, Vocals
Davor Batalj – Bass, Vocals
Kristal – Keyboards, Programming
Marco Lanciotti - Drums
 
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