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Blue Oyster Cult - Curse Of The Hidden Mirror
( 3531 letture )
Quando consulto la biografia di una band su Wikipedia, e scorrendo tra i paragrafi ne trovo uno intolato "decline and fall", finisco inevitabilmente per prendere il gruppo in questione in simpatia. Non c'è niente di più struggente e romantico dell'idea di un declino lento ed inesorabile, di un gruppo di talentuosi artisti vittime di una serie di sfortunati eventi, di una parabola umana discendente che leggi di mercato e circostanze della vita possono rendere ancora più ripida ed inesorabile. Ed il fatto che Curse Of The Hidden Mirror sia il tredicesimo album registrato in studio da questa gloriosa band, attiva dal 1967, ed allo stesso tempo l'ultimo uscito per una qualsivoglia etichetta discografica dal lontano 2001, lo rende ancora più meritevole di compassionevoli ed analitiche attenzioni.

Dove avranno toppato? Dopo tutto parliamo di una band capace di vendere più di 124 milioni di copie in tutto l'orbe terracqueo, ed autrice di successi coverizzati dagli artisti più disparati: Godzilla è stata reinterpretata da Racer X, Fu Manchu, The Smashing Pumpkins, Sebastian Bach ed altri ancora, (Don't Fear) The Reaper è stata invece riproposta da Evanescence, The Goo Goo Dolls, The Beautiful South, Wilco e Big Country, per citarne solo alcuni, ed è presente nei videogiochi Prey, Rock Band e True Crime New York. Cominciamo allora col dire che questo album suona sornione ad appagato, penalizzato da una produzione di stampo ultraclassico che stride con l'inesauribile velleità rockettara dei nostri. L'opener Dance On Stilts suona blueseggiante e sussurrata, rivitalizzata a tratti da una punteggiatura di pause e fill che ne movimentano il tappeto di tastiere, alla continua ricerca di una collocazione spaziale tra i canali destro e sinistro. L'onore del primo accostamento lo vincono i Great White, per la capacità di proporre una canzone ritmicamente moderna ma eseguita con suoni barbosi e rotondi, con una batteria quasi live e chitarre di una distorsione casta, a cavallo tra INXS ed... INPS. Dopo un curioso allungamento nel finale che ospita il momento più groovy del pezzo, è la volta di Showtime, un rock maturo di coordinate Rush, Stiff Little Fingers ed i nuovi Thin Lizzy con Ricky Warwick alla voce. Mix tra stoner, punk e reggae, il brano suona fresco ed accessibile, pur senza affondare con convinzione. The Old Gods Return tenta un deciso cambio di direzione, con un incipit intrigante, nebbioso e dalle reminiscenze epiche: un riffing più pesante è il puntino sulla i (o l'umlaut sulla o, nel caso specifico) capace di riproporre un metal delle origini, che pur sgonfiandosi al momento topico del ritornello rivela una buona dose di irriverente ingenuità nel chorus "forever". Pocket fu scelta come singolo per la presentazione dell'album, e buona parte del fallimento commerciale di Curse Of The Hidden Mirror potrebbe essere imputata a questa opinabile decisione. Canzone anonima assai per la verità, ci troviamo al cospetto di un hard-rock primordiale con una voce a metà tra cantato e raccontato, che sa di strade americane e profuma come le pagine di un libro di John Steinbeck: Eagles al testosterone, ritmata quanto basta e bella piena solo al momento dell'assolo, Pocket è una canzone a più strati dall'impostazione disordinata, che poco si presta all'ascolto radiofonico, ed alla soddisfazione immediata. Molto meglio la successiva One Step Ahead Of The Devil, un hard-rock davvero tosto e contemporaneo, pacchiano e glitterato come un video dei Wig-Wam: come una Piccola Bottega degli Orrori della musica, in questi minuti trovano spazio organi Hammond, raffinatezze di sapore progressive e decompressioni improvvise, calibrate sapientemente per non deviare l'attenzione da una formula semplice e collaudata, priva di cedimenti, che -semplicemente- funziona. Suscitano tenerezza i suoni inadeguati, privi di mordente ed aggressività, che ci sforziamo di considerare come una prova di integrità mirata a non nascondere le tante primavere alle spalle. I Just Like To Be Bad, nonostante il titolo baldanzoso, è trascurabile e prolissa, e ci consegna un gruppo di nuovo flaccido, alla patetica ricerca di un suono british-power-pop-in-bianco-e-nero alla Beatles: poco convinta, affaticata, dall'incedere insicuro come una recita di fine anno, l'improbabile accelerezione nel finale non ne aiuta di certo la definizione, e la divertita perplessità che ne deriva ne compromette una volta per tutte l'apprezzamento. Here Comes That Feeling propone invece un chorus interessante e melodico, purtroppo penalizzato da una voce troppo nasale per risultare gradevole ad un ascolto attento e ripetuto: peccato, perchè ne poteva uscire un pezzo da lounge-rock poco impegnato e perfetto, questo sì, per un passaggio alla radio. Out Of The Darkness è una ballad alla D-A-D, semplice semplice, di un'essenzialità IKEA, con una melodia memorabile no, ma almeno apprezzabile. L'assolo rivela un pathos alla Dire Straits, e si avverte una genuina sensazione di coralità che ne fa un momento di buona coesione e coinvolgimento. Catchy e parimenti asciutta la successiva Stone Of Love, frizzante e colorata filastrocca, tra imprevedibili traiettorie di farfalle e paesaggi di mulini a vento. Ottima la resa dinamica della sezione ritmica, che ritroviamo in gran spolvero anche nella seguente Eye Of The Hurricane: battiti hard-rock, quasi metal nella strofa, archi e suoni compatti fanno pensare a dei Jethro Tull dopo la palestra, con tanto di influenze folk ed un assolo su base slow-rock a shakerare ulteriormente il tutto. Introdotta da un basso pirotecnico, a condurre il brano con autorità come in una canzone dei Primus, chiude l'album Good To Feel Hungry: sperimentale e danzereccia, ottima come ultima traccia per incuriosire e rimandare ad un'ideale continuazione (che non sarebbe mai arrivata), il brano completa l'ibridazione con un finale pomposo a base di assoli e cori, a testimonianza di una mai doma voglia di sperimentare.

Curse Of The Hidden Mirror non lascia un'impressione negativa, e non si ha la sensazione di aver male impiegato il proprio tempo riservandogli almeno un ascolto. Ci sono spunti diversi, influenze tra le più disparate, ed un'interessante frizione fra derive modern-rock e produzione classicheggiante scelta per dar loro una qualche consistenza. La band sembra dolcemente fuori dal tempo, legata per un momento ai suoni delle origini e dopo pochi istanti capace di cogliere con sensibilità i movimenti del rock contemporaneo, rielaborandoli in un coraggioso mix di hard, heavy, psichedelico e progressivo. Il frutto di questo giro/vagare tra le epoche e gli stili non è sempre brillante e certi accostamenti sembrano almeno casuali, se non propriamente arditi: i risultati migliori si hanno, per contro, nelle rare occasioni in cui la voglia di lasciarsi andare, e di adottare soluzioni più fresche, prevale sulla decennale abitudine. Dispiace leggere che, dopo questo album, ai Blue Oyster Cult non sia più stato offerto un contratto discografico: al termine dell'ascolto mi piace pensare non tanto ad una bocciatura, a mio avviso immeritata, quanto ad una scelta del gruppo, più a suo agio nel riproporre dal vivo un repertorio collaudato che non rinchiuso in uno studio di registrazione alla forzata ricerca di una direzione da intraprendere.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
51.65 su 35 voti [ VOTA]
tpr
Domenica 25 Marzo 2018, 23.51.41
3
bel disco godibilissimo a cui credo si siano ispirati in molti ( L.A. Guns ad es.)
Rob Fleming
Sabato 16 Gennaio 2016, 19.37.37
2
Comprato a 5 euro è stata una delle più belle sorprese di sempre. Un disco bellissimo che non mi sarei mai aspettato dopo tutti questi anni. Questa è classe! Eye of the hurricane una goduria 80
Alessio T
Lunedì 10 Giugno 2013, 23.19.48
1
Ho appena finito di ascoltare l'album. Non mi sento di dargli un voto basso come molti miei colleghi votatori hanno fatto. L'album non ha picchi, non passerà di certo alla storia... però è ben suonato e si vede che è gente che sa suonare, roba fatta da musicisti con la M maiuscola. Musicisti senza troppe idee, forse, ma sempre signori musicisti. Detto ciò, 65 è il mio voto ad una bella e sottovalutata band.
INFORMAZIONI
2001
Sanctuary Records
Rock
Tracklist
01 Dance on Stilts - 6:05
02 Showtime - 4:38
03 The Old Gods Return - 4:36
04 Pocket - 4:15
05 One Step Ahead of the Devil - 4:16
06 I Just Like to Be Bad - 3:54
07 Here Comes That Feeling - 3:21
08 Out of the Darkness - 5:06
09 Stone of Love - 5:49
10 Eye of the Hurricane - 4:40
11 Good to Feel Hungry - 4:12
Line Up
Eric Bloom - lead vocals, stun guitar
Donald "Buck Dharma" Roeser - vocals, guitar
Allen Lanier - guitar, keyboards
Danny Miranda - keyboards, bass, background vocals
Bobby Rondinelli - drums
 
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