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Aerosmith - Done With Mirrors
( 4958 letture )
Steven Tyler ricorda: "Avreste dovuto provare quella sensazione nel momento in cui tutti e cinque ci trovammo insieme nella stessa stanza, nuovamente, per la prima volta. Iniziammo tutti a ridere, era come se quei cinque anni non fossero mai passati. Sapevamo che era la scelta giusta".

Questo, in estrema sintesi, il morbo gettato nell’humus dei bostoniani per la tanto agognata e attesa reunion che i fans desideravano più di ogni altra cosa. Eh sì, perché dopo il momento tremendamente svantaggioso in cui la band era piombata, con l’abbandono di Joe Perry e Brad Whitford e i non esemplari risultati dei relativi progetti solisti, una visita dei due transfughi nel backstage del loro ex gruppo partorì il nuovo amore fiammeggiante. Ricongiungersi per dare vita ad un nuovo momento magico. E per la cronaca, mai scelta azzardata si rivelò tanto prosperosa, non tanto per questo album ma soprattutto, per gli anni a venire che regaleranno un successo impensabile ai nostri cinque, infinitamente più grande rispetto ai loro esordi. Nel 1984 gli Aerosmith abbandonano il loro passato trasferendosi dall’etichetta storica, la Columbia, alla losangelina Geffen. L'esordio con la nuova label non è certamente memorabile: Done With Mirrors è un lavoro che nasce sotto l’egida dell’entusiasmo ritrovato, ma non ha sufficienti lanciafiamme in deposito per devastare le platee. Joey Kramer, alcune volte, lo ha citato come un’incisione non particolarmente indovinata, venuta fuori nel modo in cui si definiscono le incompiute. Done With Mirrors, ad ogni modo, è l'album numero otto della carriera del combo di Boston e, nonostante un disco d’oro, nelle chart non sfonderà mai. Le recensioni positive fioccano, i fans salutano il loro ritorno in formazione originale, ma ciò che manca qui è un vero hit-single da ricordare nei decenni, come accadrà di lì a poco con il prossimo, fantastico, Permanent Vacation.

Prodotto dal grande Ted Templeman (per chi non lo ricorda basti dire che è stato visto per molto tempo come il quinto Van Halen dei tempi dorati), il platter ha una durata di quasi 36 minuti e una copertina particolare, stampata in modo che si potesse metterla davanti ad uno specchio per leggerla correttamente; il titolo ha anche un altro significato, una sorta di messaggio di ripulitura profonda della band da sostanze stupefacenti. Annunciare sulla cover di un proprio lavoro “Abbiamo già dato con gli specchi”, con chiaro riferimento agli abusi di coca che resero Tyler e Perry i Toxic Twins, aveva un significato catartico e terapeutico. Anche i testi all’interno del booklet erano pressati all’inverso, come da involucro del disco. Insomma un packaging curato nei dettagli per colpire il nuovo mercato; bisogna aggiungere che nel tempo verrà editata una cover alternativa, che vedete qui di fianco, con il logo celeberrimo della band e le scritte normalmente leggibili. La musica? Si stacca dai blocchi di partenza con Let The Music Do the Talking, una new recording della title track presa dal primo episodio del The Joe Perry Project, qui con melodie e liriche cambiate; buona traccia con chitarre evidenti e Tyler in forma, nulla di più, My Fist Your Face, grande titolo, è più sensuale e ricorda la ricetta vincente di alcuni grandi pezzi di casa Aerosmith, ma manca qualcosa, soprattutto un chorus che apra le coscienze; chitarre incisive così come il singing. Shame on You è sulfurea, fumosa e sgusciante nello sporco, The Reason a Dog è il classico pezzo che riveduto e corretto in un album postumo avrebbe spopolato, qui fa una figura media, senza eccedere nonostante alcune melodie azzeccate, Shela convince poco a parte il solo di Perry. Le sonorità, tralasciando qualche neo, sono poi quelle che caratterizzeranno la vendetta commerciale degli Aerosmith dall’87 sino ad oggi, rendendoli delle mega star mondiali. Gypsy Boots è bella secca, un attacco diretto con Steven che fa la parte dell’ammaestratore di chitarre ruggenti, She's on Fire è slide guitar e probabilmente la track più densa dell’intero svolgimento, una performance ricca e di spessore. The Hop ha un solo eccellente con Joe Perry ispiratissimo e un Tyler scatenato all’armonica, track emozionale, mentre Darkness è il classico brano di metà eighties: ammiccamenti da classifica, mezzo ruffianotto, semi ballad con gusto commerciale che si eleva grazie alla classe di musicisti decisamente di classe. Scheggia strana non con la solita scansione strofa-ritornello-strofa e perciò originale e gradevole da sentirsi.

La produzione, mille volte migliore di quelle che portarono al successo gli Aerosmith, spinge il coacervo hard di Done… fino al numero 36 di The Billboard 200 e vengono estratti i singoli come Let the Music Do the Talking, la bella My Fist Your Face, Shela e l’eccentrica Darkness, che ricorda nel feeling Survivor e Toto. Un disco da benedire solo perché darà il calcio d’avvio alla seconda valanga a nome Aerosmith che travolgerà ogni cosa, oggi se la band è conosciuta pure dai fattorini del salumiere della piazzetta bisogna dire grazie anche a questo nuovo passo d’abbrivio: non brillantissimo ma fautore del nuovo motore di Steven Tyler - Joe Perry - Tom Hamilton - Brad Whitford - Joey Kramer. La svolta piomba meravigliosamente nel 1986, il gruppo rap Run DMC ripropone il classico Walk this Way, riconosciuto come uno dei primi pezzi crossover rap/rock (i Beastie Boys facevano ancora altro) e con un video indovinatissimo al quale partecipano solo Tyler e Perry; proprio in quel momento si scatena il rilancio in grande stile della band -anche se la polemica divampò tra i restanti tre membri per non esser stati chiamati in causa nel clip, infatti vennero usate delle comparse. Gli Aerosmith diventano dèi dell’Olimpo, inscalfibili, aurei e glorificati ovunque. Up the ’Smith!



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
45.51 su 27 voti [ VOTA]
Diego75
Venerdì 21 Febbraio 2020, 14.11.53
8
Posso tranquillamente dire che dopo questo bellissimo disco gli Aerosmith hanno finito di esistere per il sottoscritto! Disco troppo ingiustamente sottovalutato e con suoni duri!....dopo di che solo canzoncine per le radio!
Aceshigh
Venerdì 5 Ottobre 2018, 16.11.24
7
Non è certo uno degli album memorabili degli Aerosmith, comunque un buon rodaggio in vista dei futuri successoni. Ottimi pezzi come la doppietta iniziale, Sheila e la conclusiva Darkness, intervallati da altri un po' anonimi e di mestiere. Porcherie a mio avviso non ne hanno mai pubblicate, gli Aerosmith hanno comunque sempre garantito una qualità di base molto alta; motivo per cui questo "non memorabile" album per me vale comunque un 79.
IRON799
Sabato 23 Gennaio 2016, 18.07.46
6
a personalmente non mi è mai piaciuto questo album, segno inequivocabile della svolta commerciale (all'estremo) che intraprenderà il gruppo da lì a poco...
OZZY
Domenica 14 Luglio 2013, 19.51.49
5
Non è male ... è l'inizio della popolarità degli AEROSMITH che arriverà a pieno poco dopo con Permanent Vacation e Pump. Album sottovalutato... ne hanno fatto di ben peggiori.
Simone
Mercoledì 21 Novembre 2012, 11.25.48
4
Lavoro sottovalutato ingiustamente.Bel sound.Adoro My first your face!! bella recensione,complimenti a chi l ha scritta!
fabio II
Lunedì 15 Ottobre 2012, 15.51.14
3
Quoto Francesco, grande album privo d'orpelli, vicino al più heavy di tutti che per me rimane 'Draw The Line', contando l'anno di uscita. Slide-on
Francesco
Giovedì 4 Agosto 2011, 18.52.53
2
Il peggior album degli Aerosmith? Non scherziamo... assieme al precedente Rock in a hard place, è l'album con il sound più heavy metal
blackie
Domenica 6 Marzo 2011, 2.59.07
1
mi spiace dirlo xche per me sono idoli incontrastati ma questo e il peggior album che tyler e soci abbiano mai prodotto.non mi ha mai convinto privo di idee molto banale...salverei solo la canzone iniziale...forse...
INFORMAZIONI
1985
Geffen Records
Hard Rock
Tracklist
1. Let the Music Do the Talking
2. My Fist Your Face
3. Shame on You
4. The Reason a Dog
5. Shela
6. Gypsy Boots
7. She's on Fire
8. The Hop
9. Darkness
Line Up
Steven Tyler - Voce, Armonica
Joe Perry - Chitarra
Tom Hamilton - Basso
Brad Whitford - Chitarra
Joey Kramer - Batteria
 
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