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Tygers of Pan Tang - The Spellbound Sessions
( 2440 letture )
Tornati recentemente in Italia per il mini-tour di presentazione di questo cd, i Tygers of Pan Tang sembrano decisamente vivere un buon periodo di rilancio. Il primo a credere in questa seconda vita del gruppo è ovviamente il chitarrista e fondatore Robb Weir che, dopo esserne stato allontanato nel 1983, è tornato saldamente al controllo del timone, reclutando al suo fianco il singer Jacopo "Jack" Meille, il chitarrista Dean "Deano" Robertson, il bassista Brian West e il batterista Craig Ellis. La gloriosa formazione è tornata quindi in piena attività, producendo tra l’altro un buonissimo album come Animal Instinct nel 2008. Facendo seguito ai trent’anni dalla pubblicazione degli originali, i riformati Tygers of Pan Tang hanno pubblicato un interessante Ep con il rifacimento di cinque brani dall’album di debutto Wild Cat nel 2010 e, adesso, proseguono con il loro best seller Spellbound. Stavolta i brani coverizzati sono sei (sette se si considera che Minotaur è inclusa direttamente in HellBound) e la sfida è decisamente più difficile. Il cimento infatti riguarda direttamente il miglior album rilasciato dalla band, il suo punto massimo. Si tratta ovviamente di un’operazione che non vuole stimolare alcun confronto ma solamente rendere omaggio al proprio passato, confermando lo stato di salute attuale, anche se poi i confronti sono inevitabili.

Ferma restando l’imprescindibilità dell’originale ed ovviamente l’impossibilità di eguagliarne il valore, vediamo come suona questo nuovo EP delle Tigri di Whitley Bay. Innanzitutto, diciamo che la produzione del disco originale, curata dallo storico Chris Tsangarides, mantiene tutt’oggi un suo buon pregio, risultando solo leggermente polverosa e poco brillante e con la voce di Jon Deverill decisamente “sopra” gli altri strumenti. Niente di scandaloso, anzi, probabilmente Spellbound è uno degli album meglio prodotti della NWOBHM. Le moderne tecnologie consentono ovviamente di superare ogni concetto di polverosità, donando a questo EP un suono caldo e nitidissimo, non troppo distante dall’originale, anche a livello di distorsione delle chitarre. Cambia leggermente, invece, l’arrangiamento dei brani: tranne Take It ed Hellbound i brani risultano appena più lunghi, con una maggior profusione di assoli e parti strumentali, che comunque non appesantiscono minimamente le canzoni, donando anzi qualcosa al piacere di chi ascolta. D’altra parte una riproposizione filologica avrebbe avuto poco senso, a distanza di trent’anni. Fuori dal gioco restano quindi soltanto Silver And Gold, Blackjack e The Story So Far, il che tutto sommato rende piuttosto appetibile questo EP, che non presenta niente di nuovo ma resta piacevole omaggio ai tempi che furono. Le canzoni sono riproposte nell’ordine in cui si presentavano su Spellbound: spazio quindi alla celeberrima opener Gangland, che ci investe direttamente con suo heavy arrembante e sincero, molto coinvolgente e melodico. Si fa notare immediatamente l’ottimo lavoro svolto da Ellis dietro le pelli, mentre il difficile confronto con il grande John Sykes (Thin Lizzy, Whitesnake, Blue Murder, c’è bisogno di dirlo?), solista sull’originale, viene diligentemente affrontato dal buon Robertson, che si caratterizza per un uso ancora più massiccio della leva e si ritaglia un ulteriore solo prima della chiusura. Sykes riusciva a dire di più suonando meno ma, insomma, stiamo anche parlando di un fuoriclasse assoluto e fare troppi confronti non serve. Diciamo che, nel complesso, questa è la canzone che soffre di più il confronto con l'originale -poco male, perché comunque si resta su livelli più che gradevoli. Proseguiamo con Take It, brano più cadenzato e rockeggiante, nel quale Meille diventa padrone di casa, liberando una delle prestazioni migliori del lotto. Perfettamente a suo agio, il singer si conferma ottimo e degno sostituto di Deverill, rivelando spesso un’estensione notevolissima e forse anche superiore a quella del predecessore. La differenza sta casomai nella timbrica dei due: più piena e straripante quella dell’inglese, diremmo più metal in senso stretto, più fine ed acuta ma al tempo stesso più calda quella di Meille, forse più tipicamente hard rock, ma non per questo meno calzante alla musica dei Tygers of Pan Tang. L’altra differenza tra i due è, inevitabilmente, di livello tecnico: pur con uno stile se vogliamo più “antico”, Meille offre una prestazione più moderna, con un uso più parsimonioso dei vibrati, che risulterebbero oggi fin troppo pesanti e leziosi. Anche in questo caso, fare troppi confronti non serve a granché: si tratta di due singer di indubbio spessore e Meille gode di una personalità tale da non far rimpiangere il predecessore senza sentire il bisogno di strafare né di emularlo pedissequamente. Tocca ora a Hellbound, classicissima e trascinante fast-track con ritornello da urlare a squarciagola, un vero “evergreen”. L’apice dell’EP è però la successiva, toccante, Mirror, che il gruppo reinterpreta magistralmente proprio a partire da Meille, che sfodera una prestazione da fuoriclasse, seguito dall’ottimo lavoro delle chitarre, magiche ed intense: veramente un ottimo risultato. I giri si rialzano con la tellurica Tyger Bay -con tanto di Look Out!! urlato a concludere (citazione?)- a cui segue la conclusiva, malinconica, Don’t Stop By, ancora in grado di emozionare lo smaliziato ascoltatore; da notare il baby baby, zeppeliniano al massimo, da parte di un Meille ispirato e convincente su note vietate ai più.

Tirando le somme, una gradevole uscita da parte dei Tygers of Pan Tang. Inutile consigliare a chi non ne fosse in possesso di gettarsi primariamente sull’originale: stiamo parlando di un pezzo importante e pregiato di storia dell’heavy metal. Per gli altri, e per i curiosi in generale, sarà invece un piacere ascoltare queste perle “antiche” riportate alla luce e rinnovate nella loro semplice ed eterna bellezza. Il voto fa ovviamente riferimento solo all'operazione in generale e non al valore assoluto di questi pezzi che è senz'altro ben superiore; non si può prescindere dal considerare che non ci sono novità travolgenti o pezzi aggiuntivi: "solo" piacevole e competente intrattenimento di qualità. Che non è, comunque, poco.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
26.25 su 20 voti [ VOTA]
Baia Della Tigre
Martedì 26 Giugno 2012, 13.51.31
1
appunto, come dice bene la recensione meglio buttarsi sull'originale... un gran bel disco di heavy melodico e ben suonato. su tutte spiccano le trascinanti gangland, hellbound, silver and gold, tyger bay nonchè la conclusiva don't stop by. a me piacciono.
INFORMAZIONI
2011
Hard Rock Records
Hard Rock
Tracklist
1. Gangland
2. Take It
3. HellBound
4. Mirror
5. Tyger Bay
6. Don't Stop By
Line Up
Robb Weir (Chitarra)
Jacopo Meille (Voce)
Dean Robertson (Chitarra)
Brian West (Basso)
Craig Ellis (Batteria)
 
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