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Bruce Dickinson - Skunkworks
( 4583 letture )
Nelle nazioni anglofone, il termine "Skunk works" o "skunkworks" è ampiamente utilizzato in economia, ingegneria, ed in campo tecnico per descrivere un gruppo all'interno di una organizzazione che gode di un elevato grado di autonomia e di libera circolazione da parte della burocrazia, con il compito di lavorare su progetti avanzati o segreti. (cit. Wikipedia)

Orbene, mai nome per un album (o per una band, come sarebbe stato in origine nelle intenzioni di Dickinson) fu più azzeccato. Dopo le esperienze soliste di Tattooed Millionaire e Balls To Picasso, uno dei cantanti più carismatici della storia del metal decide infatti di regalarsi uno spazio tutto suo, libero dai condizionamenti del mercato e dalle attese del suo pubblico, e nel 1996 ci offre un disco nel quale è la timida sperimentazione, l'improvvisazione quasi, a fare da sottilissimo filo conduttore. Già, perchè ciò che sembra poter unire le tredici canzoni che compongono l'album è paradossalmente una certa disomogeneità, che i più maliziosi potrebbero confondere con mancanza di ispirazione, alla ricerca di un guizzo che fatica però a manifestarsi. Tanto più che le singole tracce si attestano generalmente sui tre minuti di lunghezza, in un tentativo coraggioso e disperato di coniugare ad un minutaggio radiofonico quella libertà musicale, tipica dell'improvvisazione appunto, che tende ad affiorare nell'arco di lunghezze ben superiori. Difficile comunque sostenere che Skunkworks si spinga in chissà quali ed inesplorati territori, giacché la mancanza di uno stile di riferimento, di una codifica, fa sì che anche lo spunto più originale, o vagamente progressivo, si spenga/accenda a seconda dei gusti in ritornelli poco memorabili, dal gusto talvolta melodico, talvolta addirittura grunge.

In diverse occasioni (Space Race, Back From The Edge) assistiamo ad uno schema che prevede una maggior sperimentazione -concessa al solo Dickinson, purtroppo- nel corso della strofa, con un successivo raccordo di natura più prudente e tradizionale nel chorus che segue. I primi minuti del disco sembrano fatti apposta per disorientare e presentano una fluente variazione vocale sulla linea di basso di Chris Dale, quasi a rimarcare una presa di distanze dalle atmosfere hard-rock/metal che ci saremmo aspettati ad inaugurare le danze. Come anticipato, tocca al ritornello prendere saldamente le redini del brano prevenendone le derive, donando una musicalità classicheggiante e scolastica che un riff ripetuto fino all'ossessione sembrava poter compromettere. Solo qualche minuto dopo, batteria in battere e chitarre ondeggianti nel tripudio della stereofonia ricordano la foga dei Foo Fighters, solo con il freno a mano tirato. Lo schema, che nelle premesse vorrebbe essere frutto di un approccio artisticamente libero, è in realtà spiazzante e coraggioso solo al principio, ma tradizionalissimo e prevedibile nelle sue conclusioni già dopo un paio di ascolti. Saltando da una traccia all'altra ed approcciando l'album con lo stesso spirito free col quale è stato impacchettato, Skunkworks somiglia sempre di più ad una serie di divagazioni per voce tracciata da Dickinson per Dickinson, piuttosto che un insieme, più o meno coerente, di canzoni compiute. Tutto quanto non è Bruce è accessorio, come un contorno di poco sapore ed ancor meno personalità. Skunkworks alla lunga non stupisce e non diverte, non appassiona e non incalza, non scalda e non pulsa nemmeno negli episodi più metallici.
Inertia potrebbe essere la prima canzone a ricordare, se non i Maiden, almeno i tempi felici di Tattooed Millionaire, e invece la chitarra delude clamorosamente, poco distorta e svolgente funzione di mero accompagnamento (se si eccettua il doppio assolo concesso a Dickson in Faith), quasi a voler ribadire la propria volontà di farsi timida da parte, al cospetto di cotanto frontman. Solar Confinement tenta un approccio più corale e convinto: canzone “più canzone”, cantato “più cantato”, per quanto l'impressione è sempre quella di musicisti che si limitino ad accompagnare, lasciando la canzone scoperta, vulnerabile alla noia e filiforme in diversi punti. La chitarra dunque fa quattro accordi, la batteria di Alessandro Elena non offre nessuno spunto originale, il basso sembra aver esaurito la vivace esuberanza degli spunti iniziali, e ciò che rimane ai fan è la musicalità, l'estensione vocale ed il gusto tecnico di Dickinson. Dreamstate, nomen omen, aggiunge davvero poco a quanto ascoltato fino a questo momento: piacevole la strofa, ombrosa e sinistra l'atmosfera come un episodio di Twin Peaks; peccato che, proprio quando ci aspetteremmo almeno il bizzarro balletto del nano, se non il Signor Sussulto, troviamo invece un chorus poco ispirato e banale, che la rende una canzone tristemente normale capace, in meno di quattro minuti, di suonare ripetitiva ed allungata artificiosamente. I Will Not Accept The Truth ricorda gli Stone Temple Pilots e si perde nella banalità del suo testo. Headswitch, per contro, fa venire voglia di Therapy? con le chitarre ed il basso che lavorano un po' di più, con il loro continuo e volenteroso attorcigliarsi. In altre occasioni la band si sforza di lasciare da parte un'originalità pretenziosa ed improbabile e, pur non suscitando entusiasmi eccessivi, riesce almeno ad indurre una primordiale forma di trasporto nell'ascoltatore. Prevedibile e rilassata come il resto dell'album, di una frizzantezza leggera che si perde nell'anonimia delle sue linee vocali, Inside The Machine racchiude almeno un po' di ritmo, una struttura ordinata che invita all'ascolto. Meltdown riprende l'ossessione ritmica dei primi minuti e regala un'apertura ariosa e dal gusto sinfonico tra strofa e chorus: tutta l'energia sembra però affievolirsi sotto il peso di una linea vocale triste, poco convinta ed ancor meno coinvolgente per chi assiste.

Non ci sono intrecci di voci, figure retoriche, costruzioni o soluzioni che colpiscano per complessità o studio degli accostamenti. In più occasioni Skunkworks si configura piuttosto come una pura successione di note, accostamento meccanico di linee musicali, per produrre qualcosa dai confini sfumati, dalla struttura debole e zoppicante, e dalla personalità dubbia: stessotempostessoritmostessiquattroaccordi. Al disco mancano genio e varietà, che pur nella libertà espressiva dovrebbero rispettare una punteggiatura e coltivare amorevolmente un equilibrio. Manca la chimica e con essa l'affiatamento, con tre musicisti da minimo sindacale, cottimisti del metal, che si limitano a fare il compitino con diligenza sufficiente e fungibile, forse schiacciati dalla personalità del cantante, forse poco coinvolti nel progetto ad ancor meno invogliati a fare di più. Le tredici canzoni sembrano davvero il giochino privato del nostro Tattoed Millionaire, la nuova bicicletta o il Super Nintendo in confezione deluxe: lui solo “porta il pallone” mettendoci il nome, decide i componenti delle squadre ed opta infine per l'equivalente musicale di un pareggio anonimo, che non serve a nessuno. Strange Death In Paradise è la fine ingloriosa e meritata, non che ci aspettassimo nulla di meglio e di diverso, conferma la dote principale dell'album, ovvero la sua straordinaria coerenza nell'aderire alla “formula della b-side” buona per il collezionista, e dimenticata da tutti gli altri. Avaro di produzione, di cura e di cesello, Skunkworks si ammira allo specchio per un episodio sporadico, un acuto del suo cantante, un arpeggio di chitarra con tutte le note al posto giusto. E sembra di sentirli i genitori in prima fila che applaudono emozionati, e le amiche della band che urlano “daiiiiii” o “vaiiii”. Neanche fosse una partita di calcio.



VOTO RECENSORE
54
VOTO LETTORI
44.91 su 36 voti [ VOTA]
Philosopher3815
Lunedì 28 Luglio 2014, 8.35.32
7
Gradevole ma si dimentica in fretta
blackie
Domenica 23 Giugno 2013, 3.28.33
6
mi piaceva da morire back from the edge,cosi come octavia e inertia per non parlare di space race e strange death paradise.all epoca non se lo compro nessuno,ma per il suono un po troppo grunge la presazione di bruce come sempre di un altro pianeta!un album diverso ma buono.
enzo
Mercoledì 24 Aprile 2013, 16.58.31
5
diverso dal bruce che ha fatto la storia ma ci sono cose molto interessanti anche se io non sono un amante di queste sonorita
Enrico
Lunedì 26 Marzo 2012, 5.27.17
4
Concordo con il recensore. Comunque, se lo trovate a 4 soldi, compratevi l'edizione estesa. C'è un brano che si intitola:"I'm In A Band With An Italian Drummer" e infatti il batterista che suona su questo disco si chiama Alessandro Elena. Beh... vi fate 4 risate .
Sambalzalzal
Lunedì 17 Ottobre 2011, 11.54.45
3
@Painkiller e gia´ che siamo in tema di dickinson... probabilmente cosi´ come sansone perse la forza con i capelli, cosi´ dickinson con il taglio dei suoi perse totalmente vena compositiva e rispetto per le proprie origini... salverei forse, se dovessi, Inertia e strange death in paradise ma per il resto veramente un album da evitare con cura.
Painkiller
Mercoledì 11 Maggio 2011, 9.29.26
2
Album davvero sconclusionato, per giunta prodotto male...
Nightblast
Domenica 8 Maggio 2011, 19.56.52
1
Che album senza senso...
INFORMAZIONI
1996
Castle
Heavy
Tracklist
1. Space Race
2. Back from the Edge
3. Inertia
4. Faith
5. Solar Confinement
6. Dreamstate
7. I Will Not Accept the Truth
8. Inside the Machine
9. Headswitch
10. Meltdown
11. Octavia
12. Innerspace
13. Strange Death in Paradise
Line Up
Bruce Dickinson - vocals
Alex Dickson - Guitar
Chris Dale - Bass
Alessandro Elena - drums
 
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