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Escape The Fate - This War Is Ours
( 4602 letture )
Da sempre hard rock ed heavy metal sono stati un valido supporto per ragazzi dalle età più disparate, a fronte di problemi comuni, cotte brucianti, paure di un'età complessa ma splendida e affascinante come l'adolescenza. Oggi, le emozioni dei kids vengono spesso assorbite da un fenomeno social-musicale come la diffusione della cultura emo, con tutti i fraintendimenti e i luoghi comuni del caso. Non si parla 'solo' di look o mode, ma prima di tutto di musica, quella che dovrebbe esser intesa come 'emotional metalcore' e che ha poi assunto diverse inflessioni, mescolandosi anche con l'hardcore più melodico. Gli Escape The Fate sono tra i rappresentanti più apprezzati, dal pubblico giovanile, di questa moderna divagazione stilistica, vuoi per il loro taglio catchy, vuoi per i loro riferimenti heavy, che li spediscono nel gran calderone della musica dura e sulle scrivanie di chi, in genere, si gingilla con musica ben più pesante. Il quartetto, proveniente dal Nevada (Las Vegas, oh yeah) si è formato nel 2004 ed ha esordito nel 2006, dopo un valido EP, con Dying Is Your Latest Fashion. La dipartita del singer originario Ronnie Radke -coinvolto in risse e problemi con gli stupefacenti che lo hanno portato persino dietro le sbarre- ha portato dietro al microfono Craig Mabbit, classe 1987, che debutta nel 2008 in This War Is Ours, album che consacra la band statunitense. Caratterizzato da strutture semplici ma efficaci, un incrocio di emo, screamo e isolati riferimenti post-hardcore, l'album si dimostra intriso di melodia e malinconia adolescenziale, costruito attorno alla voce giovanile di Craig Mabbit -che poi è come sentire un sedicenne a metà tra la crisi depressiva ed un orgasmo da masturbazione- attraverso sensibili picchi emotivi. Il tutto è sorretto dal guitarwork di Bryan "Monte" Money, che se la cava molto bene con una sezione solista pregevole, intensa, cristallina, fluida e assai toccante: attraverso scale e tapping bollenti e molto heavy, il chitarrista si farà piacere sia dalle ragazzine eccitate in cerca di melodia strappalacrime quanto dai kids più arrapati dalle sonorità prettamente metalliche. Il sound orecchiabile e le vocals si districano tra i problemi adolescenziali attraverso ritmi piacevoli -per lo più in mid-tempos- stampandosi in testa con una facilità impressionante; vengono mescolati pezzi più drammatici ad altri assolutamente easy, spruzzando sparute venature di growl su un'ambientazione volutamente emotional, e ottenendo una spinta energica più grintosa, che dà una carica quasi metalcore -parola grossa, sia chiaro- ad un disco che, comunque, resta fortemente mainstream dal primo all'ultimo dei suoi trentanove minuti di durata (senza contare le diverse bonus track presenti nelle immancabili ristampe ed edizioni speciali). Riffery, guitarwork e sezione ritmica sono però molto potenti (per il genere) e si fanno gradire senza problemi, garantendo una certa longevità ad un album e ad una band che si guadagnerà, sicuramente, frotte di detrattori tra gli ascoltatori più intransigenti ma che, sotto sotto, è dotata di un'attitudine, una melodia ed una capacità di scrivere buone canzoni non comune a tutte le banducole di ragazzini spedite su un palco più per surriscaldare gli spiriti delle bambine sotto il palco che altro. Gli Escape The Fate hanno un senso compiuto, restano band per fruitori brufolosi ancora in età puberale ma mostrano a sprazzi tutte le proprie radici nell'heavy tradizionale, e non solo sfoggiando t-shirt degli Iron Maiden nei loro videoclip. Il disco dà emozioni e pulsa profumo d'adolescenza, sfoggia frange, ciuffi ed all-stars in buona quantità ed è consigliato soltanto a chi, senza pregiudizi, sa di poter riuscire ad apprezzare un lavoro dalle tinte screamo imbevuto di sonorità melodiche e radiofoniche. Il pezzo d'apertura, We Won't Back Down, è uno dei più accattivanti, trascinante e abbastanza spedito nella rapidità; meno dinamiche e più commerciali sono invece On to the Next One e Ashley, molto romantica e delicata, cantata col piglio del ragazzino innamorato da Mabbit. Volutamente dense di pathos e armonie melanconiche, canzoni come Something e Let It Go fanno strada ad un disco che trova alcuni importanti apici dinamici ed orecchiabili, come il singolone The Flood, assai ruffiano e gradevole, o You Are So Beautiful, bell'esempio dell'incrocio tra potenti melodie e vocals sdolcinate con sprazzi di growl. Ma il pezzo migliore è, assolutamente, la titletrack, This War Is Ours (The Guillotine Part II), intriso d'atmosfere apocalittiche ed aperta da un assolo orgasmico: ritmi serrati e growl sfrenato, alternato ai dolci refrain melodici in emo-style, conferiscono al pezzo un tiro azzeccato con momenti -addirittura, sì- da headbanging. La parte centrale, acustica e altamente emotiva, è preludio ad una ripartenza devastante e ad un assolo esplosivo. I passaggi deludenti, invece, sono It's Just Me e 10 Miles Wide, realizzata assieme a Josh Todd dei Buckcherry, più rockeggianti. Immancabile la ballata: Harder Than You Know, delicata, suadente, tristissima, come ovvio che sia in un disco che è 'dolce' anche nei suoi momenti più heavy. Disco facilone, band giovane che ha di che maturare, spunti interessanti e ascolto adatto ai kids meno rodati.



VOTO RECENSORE
68
VOTO LETTORI
37.25 su 27 voti [ VOTA]
XIII
Domenica 29 Aprile 2012, 0.48.33
1
ascoltato grazie ad una amica (guarda che figo ecc...), però orecchiabile e l'intro di This war is Our (il pezzo) è da pelle d'oca!
INFORMAZIONI
2008
Epitaph Records
Post Core
Tracklist
1. We Won't Back Down
2. On to the Next One
3. Ashley
4. Something
5. The Flood
6. Let It Go
7. You Are So Beautiful
8. This War Is Ours (The Guillotine Part II)
9. 10 Miles Wide (feat. Josh Todd of Buckcherry)
10. Harder Than You Know
11. It's Just Me
Line Up
Craig Mabbit (Voce)
Bryan "Monte" Money (Chitarra)
Max Green (Basso, Scream)
Robert Ortiz (Batteria)
 
RECENSIONI
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