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Noctem - Oblivion
( 2285 letture )
Il ritmo pulsante delle percussioni echeggia amplificato dal riverbero tra le rovine, corni maestosi si accompagnano ai cori di stampo di religioso. Da ogni dove si infiltrano colpi d'archetto che s'intrecciano come rampicanti nella costruzione sonora, invadendo ogni anfratto libero. Insinuano lo sfregamento delle loro corde vibranti come rami rampicanti, divorano la pietra con la loro lenta processione. Ogni cosa profuma di tribalità e di forze soprannaturali che, sebbene non visibili, sono percepibili più che mai. Ed assetate di sangue e vendetta.

Così si apre Oblivion, il ritorno degli spagnoli Noctem a due anni di distanza dall’esordio discografico, secondo capitolo di una trilogia sulle civiltà scomparse.
Come in Divinity il tema portante era la decadenza e l'inabissarsi della civiltà di Atlantide, così il fulcro di questo nuovo capitolo è costituito dall'estinzione delle popolazioni mesoamericane, con un occhio di riguardo verso i Maya. La vicenda non è trattata prettamente dal punto di vista storico ma viene messo in luce specialmente l'aspetto culturale/religioso (inscindibile per l'epoca in cui sono vissuti questi popoli) riguardo le etnie condannate a morte dai conquistadores ispanici, senza risparmiare la condanna nei confronti di questi ultimi. A tale proposito si riporta un significativo estratto dalle riflessioni che precedono ogni lirica nel booklet:

There would be found never enogh words to alleviate the misery that Cortes took to Mesoamericans lands. We'll never perform enough acts to redeem Spanish barbarism at the gates of kingdom of Yucatan. Not even each and every drop of blood from fray Diego de Landa will return the descendants of Yucatan the codices and memories he ordered to burn..

Parole di cordoglio che non fanno che sottolineare quanto vasta fosse la ricchezza culturale devastata dal colonialismo europeo. Ma la brutalità al limite tra black e death snocciolata dai Noctem nei quasi sessanta minuti di Oblivion otterrà il benestare degli spiriti irrequieti delle civiltà antiche.

Terminato l'intro Popol Vuh, che permette di calarsi nell'atmosfera adatta al tema trattato, il quintetto spagnolo mostra subito le cartucciere con The Arrival Of The False Gods che si apre all'insegna della ferocia senza fronzoli. Le chitarre sminuzzano riff a suon di plettro sopra una mitragliata di blast beat, lasciando spazio solo allo scream tagliente di Beleth che predica parole di disprezzo per l'arrivo dei conquistadores. Dopo tre minuti di artiglieria pesante il brano lascia intravedere i primi colpi di precisione: alcuni ricercati intermezzi meno aggressivi che spezzano il ritmo, senza risultare mai stucchevoli o eccessivamente sdolcinati.
L’utilizzo di questi riff si ritrova in diverse occasioni, con l’effetto di creare degli ottimi diversivi per rinnovare l’attenzione dell’ascoltatore. In questi frangenti si può scorgere il lato più oscuro della band, meno votato al massacro ma più malevolo. Non mancano nemmeno episodi in cui i chitarristi Exo ed Helion fanno uso di clean per creare interludi suggestivi e maggiormente pregni di pathos di cui un ottimo esempio è rappresentato dal singolo apripista Invictus.
Grazie di espedienti melodici l’ascolto scorre sufficientemente fluido da non necessitare di interruzioni, anche se, proprio nei brani in cui sono assenti tali soluzioni, si evidenziano dei limiti: il fenomeno è presente specialmente nella parte centrale del disco, fortunatamente non in modo così marcato da compromettere l’ascolto globale, che si dimostra più interessante nella parte finale dell’opus. Nelle tracce conclusive si trova l’utilizzo di tastiere, come nella raffinata Unredemption, ma anche chitarre clean nel preludio all’esotica A Borning Winged Snake in cui il connubio tra la furia e la ricercatezza melodica sembra avere il proprio apice. Queste ultime, insieme alla violenta opener, si dimostrano le più azzeccate composizioni.
Per quanto riguarda la prestazione dei singoli musicisti bisogna riconoscere che si attesta su alti livelli per tutta la durata del disco, dimostrando la precisione del batterista Darko e delle due asce, che ben si fondono con la sezione ritmica. La presenza del basso nei dischi estremi, che non sfociano nel progressive, è sempre argomento dell'interrogativo che affligge l'ascoltatore per la maggior parte della durata del platter: si percepisce o meno la presenza delle note più gravi? La risposta, ancora una volta, è sì. Purtroppo le quattro corde finiscono per essere sempre lo strumento che l'orecchio umano percepisce di meno nel complesso, ma sono fondamentali per il muro sonoro che in Oblivion è roccioso, grazie ad una produzione solida ed al contempo nitida. Sull’imponente componente strumentale si innesta il cantato arcigno di Beleth, che viaggia spesso nel range delle alte frequenze. La performance vocale è di tutto rispetto, anche se in alcune occasioni si ha l’impressione che ci sia un po’ troppa post produzione che rende lo scream leggermente artefatto.

Non è facile muoversi in un panorama estremo senza finire per ricadere in sonorità e abbinamenti già proposti dai big del settore, ma i Noctem sembrano avere tutte le carte in regola per presentarsi come una risposta spagnola a band quali Dimmu Borgir o Behemoth, a condizione di continuare sulla strada che li sta conducendo ad una progressiva maturazione permettendo loro di connotarsi come un'identità unica nella realtà internazionale.
Nel frattempo godiamoci questa truce rivisitazione dell’epoca culturale Maya.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
42.6 su 25 voti [ VOTA]
Blackout
Domenica 19 Giugno 2011, 17.42.06
2
Gran bel lavoro. Bravi Noctem.
Arvssynd
Domenica 19 Giugno 2011, 17.07.35
1
Veramente un buon disco
INFORMAZIONI
2011
Rising Records
Death / Black
Tracklist
01. Popol Vuh
02. The Arrival Of The False Gods
03. Universal Disorder
04. Abnegation And Brutality
05. Invictus
06. Sons Of Hun-Vucub
07. Seeking The Ruin Of Souls
08. Unredemption
09. Q'uma'rka'aa'j
10. A Borning Winged Snake
11. Oblivion
Line Up
Beleth - Vocals
Exo - Guitars
Helion – Guitars
UI - Bass
Darko - Drums
 
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