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Orphaned Land - Sahara
( 3217 letture )
Hayo hayah pa'am...
Kân yâ mâ kân…
C’era una volta..


Ogni storia comincia con questa formula universale, ogni novella ha un suo incipit formale, ogni racconto c’è stato una volta, c’è e ci sarà. È il 1994 quando sei ragazzi israeliani arrivano al loro tanto atteso debutto discografico, sei ragazzi, sei uomini, ma soprattutto sei esseri umani figli del proprio tempo, coscienti dell’epoca e del contesto in cui sono nati, in cui sono cresciuti e nel quale i loro figli dovranno fare altrettanto. L’universalità della musica proposta degli Orphaned Land, questo il nome della band in questione (come se non li conoscessimo nda), è l’elemento che sicuramente colpisce di primo acchito. L’universalità intesa come cura, rispetto e condivisione delle tradizioni proprie e della terra su cui il destino ha dato loro i natali. È inevitabile non toccare certi argomenti parlando della band di Kobi Farhi, è inevitabile soprattutto per via della stessa propensione del singer israeliano ad esporsi in prima persona sulla questione della terra santa, sulla possibilità di convivenza e coesione tra arabi ed israeliani, della ricerca, anche artistica, di punti di contatto e di crescita collettiva. Più di tre lustri sono passati, e il buon Kobi continua sulla sua onorevole strada, rimarca disco dopo disco il suo messaggio, esprime artisticamente la possibilità, il bisogno e il dovere della convivenza e del rispetto.
Tanti dettagli, non casuali, da cogliere e non sottovalutare costellano Sahara, luogo di comuni trascorsi dei popoli arabi e israeliti, dalla copertina raffigurante un dettaglio della moschea Sultan Ahmet (la famosa Moschea Blu di Istanbul), uno dei maggiori simboli dell’islam al mondo, al nome della band (un chiaro riferimento ad una delle tristi consuetudini nella loro terra natia e in contrasto con Holy Land) fino alla traccia Aldiar Al Mukadisa, che vedeva l’uso (all’epoca impensabile) di un titolo in arabo fonetico e una parte lirica che presentava entrambi gli idiomi fianco a fianco.

Sahara è l’inizio di tutto ciò che musicalmente gli Orphaned Land sono divenuti, in esso i contrasti, loro stessi il reale concept alla base del sodalizio della terra orfana, si sovrappongono, fondono, coesistono incastrandosi, forse ancora ingenuamente (e ci mancherebbe parlando di un debut), in un idillio di colori caldi, secchi interrotti da oasi di sonore. Le canzoni di Sahara richiamano a sé tutto l’immaginario rurale e tribale, raccontano del legame tra spirito, madre terra e Dio, sono un percorso filosofico, spirituale e collettivo.

IN VARIEGATE CONCORDIA
Questo è senza ombra di dubbio un disco dal valore storico incommensurabile, il primo autentico tentativo d’unione tra i suoni e le complesse melodie della tradizione araba con la durezza del metal, nel caso in questione di un doomy death che si rifà alla tradizione britannica e scandinava, ma è anche soprattutto il primo passo verso il capolavoro Mabool, primo traguardo di un percorso lento e riflessivo che pare emulare le ere e gli sviluppi dei grandi pensieri dell’umanità. A ben vedere Sahara è addirittura, guardandoci indietro, un lavoro nettamente più raffinato e maturo di quanto non lo fossero le opere di quei gruppi (che non credo sia necessario citare) che si vogliono portare come influenze della band di Farhi. In effetti è oltremodo paradossale il concetto di influenze spesso applicato nei confronti degli Orphaned Land, i quali solo per una mera connotazione geografica si ritrovano da anni –e per anni– collocati come follower e non leader di un movimento. Parliamoci chiaro, siamo nella prima metà degli anni '90, anni che vedono i padri del genere calare i loro assi, Paradise Lost, Amorphis, Anathema, Disembowelment, My Dying Bride, Winter, band che hanno dato corso ad un genere ed un discorso musicale sempre in divenire. A conti fatti Sahara è un disco che, se analizziamo lo spessore musicale e di prospettiva del genere affrontato, suonava anni avanti rispetto a quanto proposto allora. Fatte le debite e temporali eccezioni il mio pensiero è piuttosto critico nel rapportare i primi vagiti di questi rispetto a Sahara.
Per semplificare al massimo, è tanto scandaloso affermare che Serenades degli Anathema, nella sua greve e grezza bellezza, appare più un demo se confrontato con il presente dischetto?
Personalmente non credo.

Gli Orphaned Land sono, e sono stati a tutti gli effetti, i padri di un filone, i leader di un concetto alternativo di suonare doom/death e precursori di molte soluzioni e commistioni oggi abusate o erroneamente attribuite.

Acerbi, legittimamente, ma visionari a trecentosessanta gradi, in ogni ambito artistico, gli Orphaned Land reclamano il loro diritto a essere considerati definitivamente, fin dai loro esordi, come coloro che hanno accresciuto e implementato un genere ancora grezzo e mal sfruttato e non come, con un certo qualunquismo, una delle tante band che hanno imbastito di qualche buona idea un sound già collaudato da altri. Possiamo parlare delle splendide melodie di Orphaned Land, The Strom Still Rages Inside (già presente sul demo The Beloved’s Cry), delle suadenti ritmiche di Seasons Unite, dell’incedere sacro e profano della già citata Aldiar Al Mukadisa piuttosto che dell’incredibile approccio compositivo della opener The Sahara’s Storm e di Seasons Unite. Possiamo certamente farci ammagliare dagli eterei vocalizzi femminili dal vorticare degli strumenti tradizionali, ma tutto questo divagare non deve allontanarci dal concetto cardine di quanto si sta esprimendo. Ci sono band che a decenni dal debutto sfornano dischi affermando che in ivi v’è contenuto ciò che essi avrebbero voluto comporre e suonare da sempre e ci sono gli Orphaned Land che suonano e compongono da sempre ciò che vogliono suonare.
Tecnica, produzione, resa, tutti concetti che perdono di valore dinanzi a tanta genuina raffinatezza. Musica dall’anima, un’anima turbata, matura (quella), profonda e multiforme.

…ve'hem haiu be'osher va'o'sher ad etzem ha'yom ha'ze.
…uâ aashu b’salama baa’d.
…e vissero felicie e contenti.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
62.71 su 39 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Lunedì 1 Febbraio 2016, 13.03.22
6
Mi piacevano
Danimanzo
Domenica 15 Settembre 2013, 12.42.40
5
Gruppo di una classe e di una ricercatezza innate. Qui si parla del debut, ma la classe non è acqua e la qualità è già molto alta. Stile che si andrà perfezionando nel successivo "El Norra Alila" e si completerà con il capolavoro "Mabool". IMPRESCINDIBILI. E soprattutto, la vera valida alternativa ai grandi Opeth.
sawyer
Domenica 4 Marzo 2012, 1.45.50
4
gia..peccato ke c'e' qualke solito emerito idiota ke si diverte ad abbassare le medie dei voti....chissa' xke' poi rimane un mistero!na volta tanto che nasce un gruppo che cerca di differenziarsi dal 99% delle tante inutili bands li si denigra cosi..vabbe il voto recensore E' ASSOLUTAMENTE + ATTENDIBILE X TUTTE LE RECENSIONI DEGLI ORPHANED LAND.si potrebbe anche togliere il voto lettori che tanto c'e' sempre chi rovina tutto ingiustamente.
Rashomon
Sabato 23 Luglio 2011, 19.25.51
3
Grandiosi. Nessuno al momento è come loro. Un disco più bello dell'altro.
Room 101
Sabato 23 Luglio 2011, 18.35.47
2
Band superlativa, non hanno mai sbagliato un disco, il 10 Novembre sarò lì sotto il palco!
Maiden1976
Sabato 23 Luglio 2011, 14.42.23
1
comprato all'epoca della sua uscita, lo conservo con molta gelosia orgoglioso di questa mia scoperta. Per me, proprio perchè è il loro debut, lo considero il vero capolavoro della discografia degli "Orfani della Terra"
INFORMAZIONI
1994
Holy Records
Death / Doom
Tracklist
01. The Sahara’s Storm
02. Blessed Be Thy Hate
03. Ornaments Of Gold
04. Aldiar Al Mukadisa (Holy Land)
05. Seasons Unite
06. The Beloved’s Cry
07. My Requiem
08. Orphaned Land – The Storm Still Rages Inside…

2002 Re-release Bonus Tracks:

01. Above You All
02. Pits Of Despair
03. The Beloved’s Cry (Martini Remix – Hangis Han)
Line Up
Kobi Farhi - Vocals
Yossi Sasi - Guitars/Oud
Matti Svatitzki - Guitars
Uri Zelcha - Bass
Itzik Levi - Keyboards/Sampler/Piano
Sami Bachar - Drums

Guest Musicians

Hadas Sasi - Female Vocals
Albert Dadon – Darbuka
Abraham Salman – Kanun
Neve Israel Synagogue – Backing Vocals
Amira Salah – Female Arab Vocals
Vovin - Guitar
 
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