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Wolfpakk - Wolfpakk
( 2076 letture )
Dopo le buone prove di Powerwolf con Blood of the Saints e Firewolfe con l'omonimo disco, il mammifero placentato torna protagonista con il progetto Wolfpakk, creatura di Michael Voss (cantante e chitarrista per Casanova, Mad-Max, Bonfire) e Mark Sweeney (Crystal Ball). Amici da lungo tempo e desiderosi di realizzare qualcosa insieme, le cronache metallare narrano di un festoso barbecue in giardino durante il quale lo svizzero ed il tedesco avviano un percorso che offrirà al nostro ascolto non gustose salsicce colanti grasso, ma dieci tracce, trenta musicisti ospiti e cinquantadue minuti abbondanti di ascolto. Da Paul Di'Anno a Tony Martin, passando per Tim Ripper Owens e Rob Rock, la lista delle collaborazioni è davvero corposa, con il solo ed a-me-sconosciuto Gereon Homann a garantire un minimo di continuità dietro le pelli. Rileva notare che i brani dei quali Wolpakk si compone sono stati originariamente interpretati dagli stessi Voss e Sweeney, salvo poi fare spazio alle guest star mano a mano che le collaborazioni andavano definendosi: non ci troviamo quindi al cospetto di canzoni pensate ed arrangiate per esaltare le caratteristiche del singolo ospite, quanto piuttosto di un album di debutto al quale è stata risucchiata progressivamente la propria, timida, personalità per far spazio a nomi che sarebbero serviti -ma questa è solo un'agostana malignità- ad ingrassare un'altrimenti scarna cartella stampa.

Il disco si apre dunque tra trame di archi e suggestioni elettroniche, subito supportate da un incidere martellante e massiccio e da sporadici interventi di tastiera qua e là più presenti, pressanti e talvolta invasivi. Nella loro elementare e distesa coralità, i Wolfpakk paiono fluire lenti, sgorgando professionali ma non brillanti, tanto evidente risulta fin dalle prime battute la capacità di confezionare un prodotto che, pur senza stravolgere né ridefinire, serve un pasto caldo agli amanti di symphonic easy listening, metal soundtrack e hard melodico più classico. Le canzoni hanno un'aurea di immanente trascendenza, quasi di sacralità, che sembra renderle più interessanti ed ispirate di quanto non lo siano in realtà: i cori, in particolare, rendono il drammatico ed il teatrale, creando un melodico di consistenza, a tratti atmosferico e capace di nascondere la debolezza di refrain non memorabili. Voci e tastiere sembrano essere le esche scelte in fase di produzione per attirare l'ascoltatore, senza nascondere uno stacco piuttosto netto tra vocalità e strumenti: le chitarre, per quanto mai in grande evidenza, offrono ritmiche varie e pertinenti, mentre Homann svolge egregiamente il proprio compito da mediano. Le canzoni concedono al cantato un'espressività limitata, lasciando raramente alla voce di turno la possibilità di sporcare la propria tecnica con un briciolo di partecipazione sofferta, pathos e human-touch. La prova di Paul Di'Anno in The Crow, ad esempio, suona spalmata e priva di guizzo, privilegiando un dipanarsi pacioso che, a lungo andare, assomiglia più ad una cantilena che non ad un racconto capace di convogliare emozioni. Sotto questo aspetto, Let Me Die è tra le tracce che meglio sembrano dare un senso di coesione ed armonia: l'incedere è lento e perfetto per la voce, gli accordi di chitarra accompagnano in modo funzionale, e la corposità del coro ha finalmente un senso compiuto. La distonia tra cantante e chitarre è attenuata, i ritmi rallentano ed i quasi sette minuti di esecuzione -tra assoli, cori gregoriani ed estenuanti racconti mitologici tra Manowar, Charlemagne e Rhapsody of Fire- suonano più credibili. Reptile's Kiss, scelta per il primo video ufficiale (finanziato interamente e romanticamente dallo stesso Sweeney), è un altro convincente e generico mid-tempo nel quale i Wolfpakk trovano la migliore delle dimensioni possibili, quella meno pretenziosa che conferma che il piatto più saporito è quello preparato con ingredienti semplici, come insegna Gordon Ramsey. Ride the Bullet prosegue su un’identica strada, foriera di uno street hard rock a suo agio con la propria fungibilità, anacronistico e dignitosamente maturo, classificabile e riconoscibilissimo. I dieci minuti della conclusiva Wolfony costituiscono un'ideale ripresa ciclica della prima parte del disco, con pianoforte, tastiere ed archi ad elaborare una trama vagamente sinfonica: veloce e quasi punkeggiante, la ritmica sembra tormentare la melodia, calpestare il castello di sabbia del bambino paffuto per riprendere le sembianze di quel pachiderma finto-metal del quale si è discusso più sopra. Se da un lato i contributi dei musicisti sembrano qui godere di una maggiore ribalta, dall'altro, a metà brano, si intuisce di aver sentito già tutto, gli assoli tendono a seguirsi senza spunti particolari e Man is the enemy of the world ed il latino di Homo Homini Lupus sono banalità che ci potevano essere risparmiate.

Wolfpakk finisce per suonare come un disco d'esordio ed allo stesso tempo come una retrospettiva, una compilation ed un calderone di personalità artistiche tra loro differenti che, per questioni organizzative e logistiche, non si è potuto ricondurre ad una precisa cifra stilistica. Tra gli ingranaggi svizzeri finiscono stritolati la ricerca dell'emozione, del contatto con l'ascoltatore e di una coraggiosa sollecitazione emotiva capace di fare la differenza. Wolfpakk, spiace dirlo, suona come un disco nel quale la musica è, fondamentalmente, una base necessaria sulla quale cantare o suonare nel modo più noiosamente corretto. E' scienza, calcolo, comunicazione via Skype ed e-mail, sfilze di ottetti binari eiettati come spermatozoi nei condotti della banda larga, prodigio tecnologico e mancanza di sudore, di chilometri veri, di dubbio, di un interrogarsi reciproco e costruttivo. L'attenzione, il piglio, ed una certa staticità nel passaggio tra i movimenti, sono tra i tratti distintivi di un disco che sa di seconda giovinezza, di chiome pepe&sale e di un Nino Castelnuovo che, lontano dalle nostre TV, salta ancora quella maledetta sbarra con plastica agilità. Wolfpakk è un disco descrittivo che si illude di piacere, un po' come questa recensione: è uno sforzo didascalico, un album dove il calcolo, la pianificazione e la produzione intensiva sembrano aver preso il sopravvento sul puro afflato artistico, rinunciando per scelta a sorprendere e spiazzare. Riesce difficile individuare l'entità dello scostamento tra il risultato conseguito e gli obiettivi iniziali: questi cinquantadue minuti mancano di coerenza cronologica e di direzione, e costituiscono un collage variopinto di sonorità e buone intenzioni capaci, almeno questo, di coesistere con garbo.



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
23.66 su 18 voti [ VOTA]
BILLOROCK fci.
Venerdì 26 Agosto 2011, 8.38.15
5
cmq Paul Di anno è un cretino, va come è ridotto.... fa la comparsa... tse tse... che spreco...
MAIDEN
Venerdì 26 Agosto 2011, 8.36.13
4
Ciao !, concordo , si vede che oramai è diventata una moda.
BILLOROCK fci.
Venerdì 26 Agosto 2011, 8.28.52
3
Maiden: ciao!! si beh certo, però a priori preferisco un identità precisa che un album con così tanti ospiti !!
MAIDEN
Venerdì 26 Agosto 2011, 8.20.03
2
Se non è zuppa è pan bagnato , però prima dovremmo sentirlo. Bella recensione.
BILLOROCK fci.
Venerdì 26 Agosto 2011, 7.47.35
1
aaah questi album minestroni, sono sempre mezze cagate...uff troppi cuochi rovinano la zuppa....
INFORMAZIONI
2011
AFM Records
Hard Rock
Tracklist
1. Sirens
2. Dark Horizons
3. Lost
4. Slam Down the Hammer
5. The Crow
6. Wolfpup
7. Let Me Die
8. Reptile’s Kiss
9. Ride the Bullet
10. Wolfony
Line Up
Paul Di’ Anno, Tony Martin, Jeff Scott Soto, Rob Rock, Mark Boals, Tim Owens, Paul Shortino, Mark Fox, Michaela Schober, Jean-Marc Viller, Pearl Duncan, Molly Duncan (Voce)
Jgor Gianola, Andy Midgeley, Ira Black, Torsten Koehne, Doc Heyne, Tommy Denander, Nadja Kossinskaja, Freddy Scherer, Olaf Lenk, George Solonos (Chitarre)
Tony Franklin, Mat Sinner, Matthias Rethmann , Nils Middelhauve, Neil Murray, Barend Courbois (Basso)
Alessandro Del Vecchio, Ferdy Doernberg (Tastiere)
Gereon Homann (Batteria)
 
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