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Alice In Chains - Facelift
( 9761 letture )
Questa recensione include contributi tratti da it.wikipedia.org

Mille. Novecento. Novanta. In un anno che suona quasi come il risultato di una sottrazione, mentre l'hair-metal di Nelson e Slaughter domina incurante le classifiche, nella tranquilla Seattle quattro band (Soundgarden, Nirvana, Pearl Jam ed Alice In Chains) stanno per cambiare per sempre la storia della musica, offrendo alla gioventù ribelle dell'epoca la possibilità di proiettare se stessa in una visione della quotidianità antitetica a quella, percepita come sempre più finta e lontana, fatta di party e limousine, eccessi e cotonature, magliette a rete e pelle attillata a grave rischio varicocele. I gruppi di Seattle formano una comunità di giovani all'interno della quale stupisce la predisposizione, più che in altre città, a collaborare fra le diverse band o a formare band ibride, secondo un'ottica di mash-up e condivisione che avrebbe anticipato Soundcloud, banda larga e social network: uniti dalla medesima formazione musicale, i Seattlers frequentano gli stessi locali, portano capelli lunghi, jeans strappati, vecchie scarpe da ginnastica Converse, t-shirt sdrucite, maglioni pesanti monocolore e camicie di flanella a quadri, tipiche del luogo.

E' dunque sotto questi auspici che si incontrano la chitarra di Jerry Cantrell e la voce di Layne Staley: dopo il successo dell'EP We Die Young, pubblicato a luglio, il mercato impone alla band ed al produttore Dave Jerden di fare uscire nel minor tempo possibile il full-lenght, che viene pubblicato ad un solo mese di distanza. Facelift non è immediatamente un successo, vendendo meno di quarantamila copie nei primi sei mesi dall'uscita: è solo quando MTV aggiunge il video di Man In The Box al proprio palinsesto che il singolo raggiunge la diciottesima posizione nelle classifiche, seguito da Sea Of Sorrow al numero ventisette, facendo dell'album un trionfo di pubblico e di critica definito "uno dei più importanti dischi nel creare un pubblico per il grunge ed il rock alternativo". Sull'onda di questo successo, non stupisce come molte band grunge o alternative-rock, che faranno strada professando atteggiamenti anticonformisti, finiranno col firmare contratti con le più grandi case discografiche, mentre molte band hair-metal, ormai considerate fuori moda e snobbate da fan critici e major, si accaseranno con piccole etichette indipendenti prima, e con la nostrana Frontiers poi. Tra i gruppi della scena di Seattle gli Alice In Chains sono tra i più atipici e coraggiosi nel non rinnegare, nei fatti e nello stile, le influenze hard-rock che danno loro i natali, dimostrandosi immediatamente capaci di inserirsi nel filone grunge, di fatto una movimento/moda per ribellarsi alle mode, creando una continuità intelligente con ciò che di buono gli anni ottanta avevano saputo produrre. Lo testimonia il fatto che la band, arrivata al successo dopo una breve fase hair-metal (si facevano chiamare Alice N' Chainz, e lo stesso Stanley li definiva "una band di travestiti che suonava speed metal"), aprirà i concerti di Iggy Pop, Van Halen, Poison ed Extreme, senza porsi direttamente in contrapposizione con nomi e band che, agli occhi del pubblico più giovane, avrebbero finito per rappresentare "il vecchio". Allo stesso modo i concerti insieme ad Anthrax, Megadeth e Slayer serviranno ad avvicinare questa musica al pubblico più metallaro, allargando idealmente il target al quale poterla vendere.

Gli Alice In Chains al tempo di Facelift sono dunque un ideale ponte, un assaggio di un percorso che di lì a poco avrebbe condotto a Dirt, Jar Of Flies ed all'omonimo Alice In Chains. Ascoltando e riascoltando Facelift, con attenzione entomologica, si avverte come i nostri abbiano apportato modifiche al sound hair-metal per renderlo, traccia dopo traccia, più contemplativo e raffinato, quasi si trattasse di un'operazione cosmetica, di un un face-lifting, capace di dare ad un movimento bollito un'immagine nuova, al passo con tempi che piaceva credere impegnati, socialmente consapevoli, democraticamente ribelli. I risultati di questa chirurgia estetica sono altalenanti, elemento che rende l'album fallibile ed al tempo stesso credibile: se negli episodi più rockeggianti la cosmesi funziona poco, in quelli introspettivi sembra che la band si trascini verso gradazioni di nero che il livello qualitativo delle composizioni non è ancora in grado di gestire. Facelift ha comunque il merito storico di introdurre un'idea, originale nella commistione, inedita eppure radicata al passato, e di portarla avanti con un misto di coerenza e sbandamento contenuto. Negli arrangiamenti, nella ritmica, nel drumming semplice e punteggiato di Starr e nei cori di Cantrell ci sono punti-chiave riconoscibili e nuovi, riproposti da pochi altri con simile efficacia (Soundgarden, Mother Love Bone). Questi Alice In Chains sono un puzzle perfetto in cui le singole tessere, dalla sagoma ben riconoscibile, sono intro vibranti, incalzanti riff di chitarra e cori capaci di completarsi reciprocamente, atmosfere rarefatte, materiale insondabile e misterioso, kryptonite capace di svelare le incertezze di un periodo carico di speranze e di voglia di cambiare il mondo in flanella ed All-Stars; queste tessere sono una ricerca qualitativa dei testi -esempi di poesia contemporanea- a tratti spaventosamente profonda e agitata da frustrazione, tristezza, depressione, rabbia, ribellione, solitudine, colpa ed immagini forti come Feed my eyes, can you sew them shut.
Ma gli Alice In Chains degli esordi sono anche capaci di una visione più luminosa, grotesque nella tensione tra grigiore descrittivo (Feel the pain and keep it all in till you die) e ritornelli coinvolgenti ed accordi alti, che nel denunciare il dubbio, nel cantarlo e renderlo meccanicamente riproducibile all'infinito, intravedono con disincanto una remota possibilità di salvezza (I grew up, went into rehab, You know the doctors never did me no good). Nonostante le canzoni siano minimamente strutturate, è indubbiamente ai ritornelli, dalla fioritura breve, che la band punta senza imbarazzi: Facelift è dunque un album grunge solo nel momento in cui descrive situazioni essenziali, un vivere quotidiano nella penombra, la pulsione violenta repressa, ed un approccio rosso vivo dovuto al sanguinamento delle anime. Capovolgendo la medaglia, questo album rappresenta più o meno consapevolmente un'idea di rinascita, dopo la crisi di forme di rock più costruite, suonando diretto, arioso e prodotto con sensibilità. La dimensione è live e ricercata, con un grande livellamento dei suoni ed un'impressione di generale luminosità dalla quale nessuno strumento è mai avulso. In questa scelta si avverte una spaccatura evidente con il rock degli anni ottanta, che si traduce nella quasi completa rinuncia a sintetizzatori e tastiere ed effettistica "alla moda" sulle chitarre, nel ritorno a strumentazioni semplici e d'impatto, nella riscoperta delle sonorità degli anni sessanta e degli anni settanta, con un completo rifiuto del suono del rock da stadio degli anni ottanta e una sorta di predilezione per elementi distorti e rumorosi. Nelle parti più introspettive e cadenzate è il basso di Mike Starr a donare una struttura esile ed essenziale, che le chitarre di Jerry Cantrell accompagnano in chorus liquidi e corali che, con un brusco balzo nel tempo, ricordano Platitude dei finlandesi Bloodpit.

Gli Alice In Chains creano un gioco di attese, di rimandi, di concessioni musicali centellinate, continuamente accennate ma realizzate davvero in pochi, preziosi secondi. Queste dodici canzoni sono un pensieroso girovagare, un avvicinarsi timoroso ed un allontanarsi monello dal nucleo di parti più cantabili e facile presa. Questa musica è continuità ed intuizione, passaporto per valicare il confine tra due epoche tanto diverse, eppure contigue: è una rottura-soft, e con essa una guida For Dummies al Nuovo Mondo di Seattle. Il valore di questo disco, che va oltre la somma delle tracce che lo compongono, è quello di fotografare il processo, emozionandoci come alla visione di gocce che, al rallentatore, impattano l'acqua e ne assumono la forma. Facelift è un album nuovo, puntuale, premonitore: è una formidabile antenna capace di intercettare con intelligenza il cambiamento, è una tensione creativa complicata da catalogare e rognosa da recensire, è una sfida culturale ed un'interessante quantità di spunti superiore alla loro qualità: è un disco che dà la possibilità di confrontarsi e di riascoltare sospesi nel tempo, cullati divertiti o delusi dalla testimonianza storica che oggi rappresenta.

I want to set you free, recognize my disease
Love, sex, pain, confusion, suffering
You're there crying, I feel not a thing
Drilling my way deeper in your head
Sinking, draining, drowning, bleeding, dead
(tratto da ‘Confusion’)



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
85.12 su 125 voti [ VOTA]
Tomm70
Mercoledì 21 Agosto 2019, 23.40.15
21
Non so che dire. Sono troppo di parte con loro. Gli Alice in Chains sono il MIO gruppo, quello che più mi da emozioni di tutti. 99
GRC
Giovedì 11 Aprile 2019, 11.30.50
20
Questo disco è un fottutissimo capolavoro di ruvido ed essenziale Hard Rock anni 90 (Grunge). La cosa che fa specie è che nonostante, ascoltandolo oggi, sembra un disco di "best of" in seguito Staley & C. avrebbero fatto anche di meglio. Voto 93, esordio da paura per una band da paura, STORICO.
tartu71
Giovedì 11 Aprile 2019, 10.39.13
19
da riapprezzare
Giova77
Mercoledì 28 Giugno 2017, 15.10.06
18
Grandissimo album, se non è il migliore della band è solo perchè nella seconda parte ci sono un paio di canzoni "riempitive"; per il resto vale quanto "Dirt" grazie a capolavori come We die Young, Man in the Box, Blead the Freak, SEa of Sorrow.
Undertow
Mercoledì 24 Febbraio 2016, 12.30.59
17
Grandissimi immensi Alice in Chains. We die young e Man in the box pezzi eterni che non invecchiano mai. Con Dirt sigleranno un capolavoro assoluto a livello Nevermind e Vs. Per Facelift voto recensione perfetto.
Rob Fleming
Sabato 16 Gennaio 2016, 13.52.12
16
We die Young e non c'è più bisogno di dire nulla. Voto 75
Death
Martedì 20 Ottobre 2015, 15.09.53
15
Che album questo,Layne era un mostro della voce.Voto:90
MetalMark
Mercoledì 7 Gennaio 2015, 11.31.58
14
Fenomenale esordio di una band che lasciare il segno in un panorama musicale che in quegli anni ha avuto sicuramente tanto da dire. La matrice cupa, potente e "unica" di questa band è qualcosa di veramente speciale. Amo di più il successore "Dirt" ma "Facelift" rimane un grandissimo disco. Concordo col voto recensione
Daniele
Venerdì 28 Novembre 2014, 13.09.20
13
FACEIFT, è un gran bel disco, condivido il voto di 85 del recensore, anche se per la vera gemma degli A.I.C. si dovranno aspettare altre due anni.
MetalMan
Lunedì 20 Gennaio 2014, 21.50.35
12
Album fantastico e carico di emozioni. Non c'è modo migliore di iniziare gli anni novanta no? Voto 93
patrik
Sabato 21 Dicembre 2013, 9.28.03
11
band che a posteriori ha influenzato molte , moltissime band anche piu dei loro colleghi quel modo di intrecciare le voci e la chitarra acida e piena di groove hanno veramente rinnovato la tradizione di band che ho amato in passato , testi malatisimi eppure piuttosto credibili visto la loro vera attitudine nichilista
vecchio peccatore
Venerdì 7 Settembre 2012, 10.17.00
10
Grande disco, concordo in pieno col voto, un grande lavoro degli Alice in Chains, anche se preferisco di parecchio il successivo Dirt
freedom
Domenica 29 Luglio 2012, 12.33.33
9
Disco/colonna sonora della mia adolescenza. Grandissima band, album stupendo. 90/100.
Electric Warrior
Domenica 11 Settembre 2011, 10.40.50
8
Bella recensione. Non il capolavoro dei Chains, ma comunque un disco fenomenale.
Barry
Sabato 10 Settembre 2011, 20.27.13
7
Un gruppo unico al mondo agli esordi, ancora squisitamente grezzi, del tipo di musica per cui sarebbero divenuti famosi; eppure, nonostante questo, perle come Love, hate, love , Man in the box e We die young restano capolavori imprescindibili
Sorath
Sabato 10 Settembre 2011, 17.56.29
6
Il mio primo0 cd degli Alice...che bei ricordi di gioventu'...nette ancora le influenze metal. I can't remember... I can't... Remember identity, the visions in my mind from Screamin' at me And mama, mama, ooh...my angry brains of infancy Quanto mi mancano quei giorni...
Macbeth
Sabato 10 Settembre 2011, 14.55.30
5
"We Die Young" è un manifesto generazionale...e chi nessuno di noi si è mai sentito un "man in the box" almeno una volta nella vita? Un esordio da panico dove tutta la vita si gioca sul chiasmo "Love/Hate/Love"!!!
Lizard
Sabato 10 Settembre 2011, 14.38.54
4
Disco splendidamente imperfetto,verrebbe da dire che si respira un entusiasmo incontenibile non fosse che stiamo parlando degli Alice In Chains! Molte delle canzoni qua contenute sono da urlare ai quattro venti, tanta è la carica che esprimono. Certo che il dolore contenuto in questi solchi è davvero impressionante. Resta un tassello imperdibile di una discografia perfetta, senza cali di tensione.
Arvssynd
Sabato 10 Settembre 2011, 13.55.54
3
Come Undercover... un'opera magnifica
Undercover
Sabato 10 Settembre 2011, 13.54.13
2
Per me rimane uno dei due apici della band, l'altro è il conclusivo viaggio fatto con l'omonimo nel 1995. Un disco di rara bellezza per testi, voce e passione trasmessa, di album così non se ne sfornano tanti al giorno d'oggi e di STAR come Staley nemmeno.
Bloody Karma
Sabato 10 Settembre 2011, 13.22.21
1
disco molto bello, ma ancora molto acerbo per la band...a metà tra le pulsioni dark metal che caratterizzeranno dirt e residui dell'hair metal degli esordi...da brividi man in a box e love hate love...
INFORMAZIONI
1990
Columbia Records
Grunge
Tracklist
1. We Die Young
2. Man in the Box
3. Sea of Sorrow
4. Bleed the Freak
5. I can't Remember
6. Love/Hate/Love
7. It ain't Like That
8. Sunshine
9. Put you Down
10. Confusion
11. I Know Somethin' ('bout you)
12. Real Thing
Line Up
Layne Staley (Voce)
Jerry Cantrell (Chitarra e voce)
Mike Starr (Basso)
Sean Kinney (Batteria)
 
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