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Stielas Storhett - Expulse
( 2775 letture )
Spesso davanti a progetti one-man band ci aspettiamo, quasi a disagio, di ascoltare musica registrata al di sotto di uno standard sufficiente, impegnata in volute acrobatiche aventi come tema natura e filosofia e un complesso di intuizioni rigorosamente fini a se stesse. Non è decisamente l’etichetta da appiccicare su Expulse, seconda fatica dell’intraprendente Damien T.G., unico membro dei Stielas Storhett, ensemble proveniente dalla fredda Russia.
Rifuggendo un’impronta superficiale, che vorrebbe ogni plot immediatamente comprensibile –magari trascinato da uno o due episodi dichiaratamente “commerciali”- oppure da trovate ridicole (specchietto per leggere i testi al contrario, formule arcane in latino), si staglia in quell’affascinante terra di mezzo fra il black metal di scuola classica e la ricerca avanguardistica.
Nelle sette tracce proposte, si evince un’eccellente preparazione tecnica e maturità compositiva, quest’ultima retta dal binomio chitarra-batteria, i due strumenti maggiormente protagonisti del disco. Se la prima rimane comunque saldamente vincolata a partiture affatto originali, scegliendo di staccarsene unicamente quando desidera porre un sigillo indelebile (leggi parte solistica condita da sweep picking!), l’altra prorompe in giri ispirati e mai uguali uno all’altro. La ripetizione ossessiva a là Filosofem sembra qualcosa di antico e superato.
Uno scream di donna, probabilmente torturata dà il la all’opera, ben introdotta dalla convincente Dying Delirium, dove si può apprezzare la versatilità di Damien, impegnato oltre che sul versante elettrico, anche, con ottimi riscontri, su quello acustico, il quale regala un arpeggio dissonante di pregevole fattura. Non mancano, rivolto ai puristi, momenti concitati, interpretati da riff oscuri, intelligentemente variati.
Buried by Storm and Eternal Darkness offre invece una prova dell’abilità solistica del Nostro, che, successivamente ad un inserto acustico, si profonde in un assolo intenso, incentrato sulle emozioni più che (nonostante sia di spicco) sulla tecnica fine a se stessa. Da sottolineare la sezione ritmica: mai fuori contesto.
Segue la stupenda All Path Le to Oblivion, equilibrio fra ferinità e riflessione: nella traccia si alternano recitati in clean vocal, tirate con uno scream disperato come attore principale, aperture che strizzano l’occhio al jazz, lead guitars lente ma “sul pezzo”. Damien si dimostra ancora una volta in grado di padroneggiare senza dare l’impressione di forzato, o plastico, le varie influenze musicali che coesistono in lui.
Notevolissima la strumentale Hush a Bye, che potrebbe inserirsi in un contesto alieno al black metal, proprio per la natura camaleontica. Nei tre minuti si snodano accelerazioni, passione, accordi di settima. Un modo per permettere all’ascoltatore di prendere una pausa atta a ragionare, ad incamerare quanto appena proposto.
Two Lifeless Months è, invece, l’episodio che convince di meno. Sostanzialmente simile alle precedenti, mostra solo un interesse spiccato per la melodia: cosa sinceramente inusuale nel campo depressive\black. Le sei corde si rincorrono imperterrite durante gli interminabili sei minuti abbondanti, differenziandosi oltremodo: avremmo amato di più una distinzione meno netta fra quella alla quale sono affidate le parti prettamente ritmiche, quindi pesante, distorta, e la sua sorella impegnata nei percorsi solisti, che avrebbe potuto essere amalgamata in maniera migliore.
Ed ecco a voi il capolavoro: la title-track. Un sassofono da club jazzistico (ci ricorda i cari Solefald) intesse un tappeto mistico e seducente, conducendo per mano il viandante verso le sfaccettature della musica del russo. Attraverso un mood via via più oscuro, ci illustra la parte metafisica del black, in tensione fra negazione dell’armonia e ricerca di luce, di ossigeno. Queste sono le intense sensazioni comunicate dal migliore assolo dell’intero plot. Bending a creare atmosfera, armonici, note lasciate vibrare che si spargono nell’aria.
Manca, infine, l’ultima titanica traccia: Angel of Death. Nove minuti abbondanti di creatività assoggettata ad uno spartito musicale. Risulta ad ogni modo pesante da scollinare. Non tanto a causa dell’eventuale noia (non si discosta assai dalle altre), ma proprio perché insiste sulle peculiarità del progetto, cercando forsennatamente di consegnare al fruitore una summa quanto maggiormente completa possibile. Detto ciò, nulla impedisce di inchinarsi ancora dinnanzi all’innata dote di Damien: quella di farci viaggiare al di là dei limiti imposti dallo sterile canovaccio classico. Di grande effetto i recitati, il basso che silenzioso di ritaglia in punta di piedi uno spazio significativo, i fiati perennemente in evidenza, come a significare che sì, è fondamentale una certa dose di old school, ma che allo stesso tempo, difettare di ricerca melodica e di cura nelle progressioni può risultare un errore madornale. Terminata con un mid-tempo, dialogo fra sassofono e chitarra arpeggiata, riponiamo un album che porterà necessariamente a discutere. Disco dell’anno oppure lontano dalla classicità e di conseguenza penalizzato?
Io propendo, nella mia umile visione, per la prima scelta. Rare volte si incontra un talento puro: lo si evince dalle piccolezze, dalla produzione estremamente curata, dal guitar working non scontato e banale.
A comporre un platter dedicato al grezzo diamante ci si mette, e siamo realisti, veramente poco: ronzii a coprire gli errori, tastierine con precaricato l’effetto “rumori del bosco nordico”, drum machine o batteria reale che riproduce all’infinito lo stesso giro. Senza contare gli innumerevoli esempi da cui trarre ispirazioni oppure copiare spudoratamente. Perciò giudico Expulse un attendibile candidato al premio. Variazioni, frasi suonate con cognizione di causa. Unica pecca le liriche in russo, che sottraggono fluidità. Fossero state perlomeno nella lingua d’Albione, avremmo potuto capire il significato dei numerosi recitati.
In conclusione, procuratevelo. Non importa come, ma procuratevelo e custoditelo gelosamente. Non capita ogni mese di avere a che fare con un prodotto a tal punto valido. E se avete tempo, date un orecchio anche ai precedenti lavori del giovane russo, più canonici. Non resterete delusi.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
31.15 su 19 voti [ VOTA]
doomale
Mercoledì 3 Aprile 2013, 13.53.45
6
..gran bell'album...complimenti al giovane russo di Barents
GioMasteR
Lunedì 12 Settembre 2011, 19.16.23
5
Incusiosito ho ascoltato Dying Delirium e mi è piaciuta parecchio, non vedo l'ora di sentire il resto del disco!
Ahti
Lunedì 12 Settembre 2011, 17.22.40
4
@Bloody Karma: sì la copertina è oscena. Ma vale il detto "Mai giudicare dalle apparenze". @Tutti Album grandioso, mi reputo davvero fortunato ad aver avuto la possibilità di recensirlo.
BlackAlbum90
Lunedì 12 Settembre 2011, 15.30.56
3
Ho sentito la prima traccia su YT...bellissima!!! Devo procurarmi il disco
Bloody Karma
Lunedì 12 Settembre 2011, 13.06.49
2
Se non fosse stata per l'ottima recensione di Jacopo non avrei degnato neppure di una sguardo questo progetto, causa ignobile copertina...se riesco a trovare un buco nella mia playlist (strapiena ormai) un ascolto ce lo darò volentieri...
Bassi
Lunedì 12 Settembre 2011, 12.52.21
1
è possibile ascoltarlo in streaming da qualche parte? sul tubo c'è solo la prima, che mi piace, ma voglio il resto xD
INFORMAZIONI
2011
Code666
Black
Tracklist
1. Dying Delirium
2. Buried by Eternal Storm and Darkness
3. All Path Less to Oblivion
4. Hush a Bye
5. Two Lifeless Months
6. Expulse
7. Angel of Death
Line Up
Damien T.G. - Vocals, all instruments
 
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