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Patria - Liturgia Haeresis
( 2015 letture )
D’odio norvegese son ricolmi, di silicio gli infiniti solchi del disco dei sudamericani Patria. Con questo verso poetico vi introduco in un mondo che sembrava obliato, nascosto da produzioni patinate, gusto della melodia, armonie ricercate, voci in clean. Cose che a noi intransigenti blacksters fanno storcere il naso. Ma ecco, discendere dalle lontane foreste amazzoniche una proposta disarmante: fredda, furiosa, ringhiante. Narrata da una voce ineffabile, talmente incomprensibile da risultare assolutamente splendida. E’ come quando ci si scontra con il sublime: si concepiscono astrazioni dapprima sconosciute. Era da immemore tempo che sulla mia polverosa scrivania non pioveva siffatta beltà. Bene, sussurro, codesta va riversata di getto nell’inseparabile iPod che ogni dì mi accompagna.
Non l’avessi mai deciso.

Da quella sera le ferine costruzioni musicali dei nostri brasiliani mi hanno attraversato, maligne come poche, cruente e decisamente raw. Se dovessi spiegare la sensazione che si prova quando ci si trova travolti, rimanderei volentieri alle prime, granitiche tre tracce di Liturgia Haeresis. Decise, dall’impalcatura ben definita costituita dal binomio esplosivo batteria in costante accelerazione-chitarra ultradistorta in tremolo picking alternato a variazioni notevolmente interessanti sul tema. Sia chiaro, non più di tre o quattro riff a canzone, come vuole la tradizione, ma bisogna sottolineare che tale scelta musicale conferisce una compattezza impressionante al lavoro nel suo complesso, che acquista anche una generale fluidità. I Patria inoltre dimostrano dimestichezza anche con pezzi più cadenzati, come la quarta Nevoeiro, dalla coda connotata di disperazione e perdita. Notevole qui il lavoro delle sei corde, capaci di non appesantire una partitura molto strascicata e decadente. Da quest’ultima in poi il mood del platter si fa più sfumato, lento, ragionato. Le accelerazioni vengono calibrate per permettere al fruitore di apprezzare ogni singolo accordo. Un sentiero che conduce inesorabile alla recitata Legio Mortis Nostrae, fumosa, dai confini terribilmente indefiniti. E’ l’inizio dell’avanzata dell’armata mortale, dove l’esaltazione all’efferatezza (tradotto, chitarre ronzanti), si scontra con la disperazione, la deriva psicologica. Da segnalare il bellissimo arpeggio che dà il la ad Umbra Patri, prima di sfogarsi in una successione di power-chord dissonanti, forse l’episodio maggiormente melodico ed intenso del disco in questione, nonostante duri solo pochi secondi. Ultima chicca la cover di Black Winter Day dei finlandesi Amorphis, caratterizzata dal coro pulito registrato in veste di sfondo al tirato scream della voce principale, molto affine, in alcune istantanee alla furia, a parer mio, dell’immenso Satyr ai tempi del maestoso Nemesis Divina (ma non voglio scomodare ulteriormente una divinità).

La produzione non brilla di certo per pulizia, però riproduce alla perfezione gli stati d’animo che pervadono silenti il plot. Si poteva disegnare con migliore attenzione la “rotondità” di suono delle sei corde, in certe circostanze indefinite, in modo da garantire una resa maggiore e, aggiungiamo dando voce alle emozioni, una maggiore giustizia alla fantasia del compositore. In sintesi, i tecnici hanno svolto un lavoro discreto, probabilmente ispirandosi alle produzioni dei boschi scandinavi. La preparazione tecnica invece è difficilmente quantificabile: le chitarre non si impegnano in parti soliste, potendo quindi raggiungere il distintivo di “buone ritmiche”, ma nulla di più specifico. Il settore pelli è curato, essenziale.
Purtroppo, il fatto che uno solo si occupi di tutta la strumentazione, non permette una copertura eccellente delle molteplici sfaccettature offerte dallo strumento trattato dal singolo musicista. Vocals, come anticipavo, di livello medio-alto, peccato per l’assenza di voci pulite o graffiate ad intervallare l’assalto frontale dello scream.
In poche parole, un disco da avere, ed un’uscita discografica estremamente interessante. Ne uscissero di dischi dalla così elevata concentrazione di talento, il quale non solo si riconosce nella qualità delle singole composizioni, ma soprattutto dalla generale impressione che questi due brasiliani sappiano fin troppo bene come e dove andare a parare, partorendo un album che riassume in sé quasi tutte gli imprescindibili archetipi di un maestoso episodio black.
Promossi con lode vergata in maiuscolo.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
25.04 su 23 voti [ VOTA]
andrea
Venerdì 21 Ottobre 2011, 17.29.15
1
grandissimo album e ottima recensione! son proprio contento di vederlo qua su metallized!
INFORMAZIONI
2011
Drakkar Productions
Black
Tracklist
1. Death’s Empire Conqueror
2. Underworld Temple
3. Sons of Destiny
4. Neoveiro
5. Trascendental
6. Legio Mortis Nostrae
7. Darkland Worship
8. Umbra Patri
9. Liturgia Haeresis
10. Black Winter Day (Amorphis cover)
Line Up
Triumphsword: vocals
Mantus: guitar, bass, drum
 
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