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My Dying Bride - The Barghest O Whitby
( 5391 letture )
Ci sono momenti in cui la penna divina scorre morbida e rotonda sulle pagine del nostro destino. Attimi in cui ogni cosa è magica e riuscita. Tutto è perfetto, nulla perfettibile. Poi, improvvisamente, accade qualcosa di inaspettato: si zoppica, si caracolla, si cade. Non si è più protetti dagli déi, non si è più invincibili.
Occorre allora riesaminare la propria posizione. Rimettersi in gioco. Recuperare sicurezza.
Succede… è capitato a tutti…
Ai My Dying Bride no!

Se è certo che As The Flowers Withers, Turn Loose The Swans, The Angel And The Dark River e Like Gods Of The Sun, tutte stelle con una propria distinta pulsazione, rappresentano assieme la più brillante delle costellazioni mydyingbridiane fino ad ora apparse nel firmamento musicale, è altrettanto vero che i pochi episodi considerati “non all’altezza” (e mi riferisco in pratica al controverso 34.788%... Complete e, con un po’ di immaginazione, ai pur interessanti The Light At The End Of The World e A Line Of Deathless Kings) sono in realtà meteore di luminescenza ben superiore a qualunque altro act a loro paragonabile, sia per stile sia per valore storico. Anche il recente passato perpetra una vicenda disseminata di buone performance che elevano Stainthorpe & friends ad uno status mitologico in ambito gothic/doom (ma definiamolo pure “solo” doom): parlo di Songs Of Darkness, Words Of Light e For Lies I Sire, entrambi full-length vicini nel tempo e pregni di notevole intensità emotiva, ma anche del “sovversivo” esperimento orchestrale condotto con Evinta, in cui gli inglesi declicano con gusto classico la propria mesta lettura della materia.
E guarda caso The Barghest O’ Whitby arriva proprio pochi mesi dopo questa apprezzatissima (da critica e mercato) release, quasi a tranquillizzare la pletora di ammiratori sul futuro e sulle intenzioni della band. Neanche presa in considerazione l’idea di un EP sornione sullo stile del precedente Bring Me Victory (2009), in cui i My Dying Bride sbrodolano quattro pezzi noti e stranoti (perfino l’ennesima versione di Scarborough Fair), ci troviamo oggi di fronte ad un “corto” interamente inedito.

Operazione non nuova, contesterà qualcuno, riferendosi alla riuscitissima triade Symphonaire Infernus Et Spera Empyrium, The Thrash Of The Naked Limb e I Am The Bloody Earth, senza considerare che il dischetto, a differenza di quanto commercialmente auspicabile, contiene un unico brano di ventisette minuti lungo cui sono ripercorsi, con fare nuovamente autocelebrativo – questo va ammesso – tutti i passi vincenti di una carriera più che ventennale. Ebbene sì, The Barghest O’ Whitby – in una modalità che fu principalmente degli anni novanta – sintetizza nei suoi quattro temi principali (anche se la band, sul proprio sito, ne identifica solamente tre), peraltro abbastanza indipendenti l’uno dall’altro, la summa del credo del sestetto di Halifax.
Facile paragonare l’apertura bradipica, in cui Aaron lancia il suo faticosissimo growl sulle ritmiche cadenzate dei due axemen Hamish e Andrew, alle liriche del favoloso Turn Loose The Swans, sensazione amplificata sia dalla granulosità un po’ retrò delle sei corde, sia dall’accordatura profondamente sottotonale, sia dall’apporto cacofonico del violino che, in barba alle normali regole grammaticali, sceglie una scrittura piuttosto ardua e disarmonica. La claustrofobia timbrica di questo insano amalgama è “peggiorata” dal lavoro di pedale del rientrante Shaun Taylor-Steels (per ora solo un sessionist che affianca i titolari) che ricama un tappeto di double-bass molto fitto e angosciante. In contemporanea Stainthorpe sdogana il proprio inconcepibile clean, come sempre lagnoso e ripetitivo fino all’ossesso. A nulla giova la variazione della partitura melodica che complica sempre di più l’ascolto, invece che renderlo regolare ed armonioso. I My Dying Bride suonano per nove minuti un doom intenso e disperato che per molti (sicuramente per i “non-fanatics”) potrebbe risultare fortemente indigesto.
Più vicina nel tempo, ed evoluta a livello melodico ed armonico, l’idea alla base della seconda parte di canzone, quella che va dal nono al quattordicesimo minuto: il riffing si fa meno cadenzato ed asfissiante concedendo altresì le aperture tipiche di Like Gods Of The Sun, giocate su due linee separate ma perfettamente combinate. L’ingresso del violino e l’azione vocale molto più delicata ricordano lo splendore in musica dei capolavori A Kiss To Remember e For You. È senza dubbio questa la migliore sezione dell’EP!
Terzo troncone di The Barghest O’ Whitby dedicato ai goticheggiamenti simil The Angel And The Dark River: il cantato resta sintonizzato sul clean, ma il guitarism ritorna sincrono e potente, seppure improntato sulle note singole e piuttosto articolato (rispetto ai minuti iniziali). Il frequente impiego dello sliding è utile a “metallizzare” il prodotto che non è per nulla penalizzato dal totale mutismo del violino del maestro Shaun MacGowan. Ricco di pathos il “dai e vai” vocale posizionato attorno al ventesimo minuto, che sfrutta il disallineamento verticale delle due linee canore per aumentare la sensazione di decadenza conferita dalla porzione strumentale. Il tema melodico è indovinato e moderatamente canterino: il piacere non manca fin dai primissimi ascolti.
La traccia è chiusa da una vera e propria sfuriata death/doom, con tanto di drumming rapido e coeso e vomitata in growling. Finalmente i My Dying Bride azionano la modalità As The Flowers Withers, spingendo sull’acceleratore e ringiovanendo di oltre quattro lustri. Il feeling di questi ultimi cinque minuti è ben distante dalla sterile ed ostentata intensificazione di brani come In A Chapter In Loathing e Death Triumphant (presenti nell’ultimo For Lies I Sire) ed anzi si configura come dovuto tributo agli esordi. Energizzante!

In tutto ciò salta all’occhio un’importante variazione che consolida la rilettura del songwriting iniziata con For Lies I Sire (in cui il violino torna ad essere protagonista, anche se sviluppato con una certa scolarità). I My Dying Bride scelgono di ridimensionare le keyboards, concentrandosi principalmente sui cordofoni (unica pecca, le partiture del basso di Lena Abe piuttosto dimesse). Ne esce così un pezzo potente, reso avvolgente dagli intrecci chitarristici e non dalla sovrastruttura sintetica – ed in un certo senso edulcorata – tipica del doom più melodico e funereo. Non so se la scelta sia virtuosa (ossia definita a tavolino), oppure obbligata (ossia legata alla dipartita di Sarah Stanton prima e di Katie Stone poi), tuttavia concentrarsi su chitarre ed archi aumenta la sensazione (piacevole) di un ritorno alle origini che non può che ammaliare, soprattutto in previsione di un nuovo lavoro completo. Buonissima anche la performance alle pelli di Taylor-Steels che già suonò con la Sposa durante lo scorso decennio. Su Aaron, Hamish e Andrew preferirei astenermi: il loro tocco è talmente unico e riconoscibile da non poter nemmeno essere giudicato. È come pensare di discutere un postulato: quello è, quello rimane!

Confesso: ancora ubriaco degli inebrianti profumi di Evinta, non sentivo il bisogno di questo EP, che però mi ha colpito ed appagato. Ma i My Dying Bride sono così: non fanno nulla per sorprenderti (né a livello tecnico, né a livello stilistico), ma alla fine ci riescono sempre.
Déi in terra!



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
71.20 su 64 voti [ VOTA]
Pobop
Martedì 9 Ottobre 2012, 20.13.01
15
Brutto, non mi ha lasciato niente.
enry
Lunedì 14 Novembre 2011, 7.19.57
14
La miglior cosa fatta dai MDB negli ultimi anni. Molto bello. Magari 80 per un EP è un po' troppo, ma alla fine ci può stare.
piggod
Sabato 12 Novembre 2011, 19.32.01
13
Mi sembra quasi impossibile, ma i My dying bride nel peggiore dei casi sforna un lavoro tutto sommato buono. Non è questo il caso, dato che l'ep recensito è decisamente molto buono e non fa altro che confermare che i My dying birde sono ancora ai vertici della scena Doom mondiale. Chapeau.
Metal3K
Sabato 12 Novembre 2011, 10.02.49
12
Spettacolo puro... Non me lo sarei mai aspettato che tornassero a far risentire perfino le sonorità di album che personalmente ritengo tra le loro massime espressioni di sempre, cioè "Symphonaire Infernus Et Spera Empyrium" e "As The Flowers Withers"... Sono sempre stato alla ricerca di qualcuno che potesse riprendere quello stile, seguire quella strada, ma c'è poco da fare, i migliori sono sempre loro, cioè quelli che lo hanno inventato
NeuRath
Giovedì 10 Novembre 2011, 23.33.38
11
@Kryptos: In effetti dubito che l'abbiano scelta per l'avveneza e la grazia... PS: Ma il ragazzino magretto biondino chi è? Il figlio di Andrew? Mai visto prima...
Witchcraft
Giovedì 10 Novembre 2011, 23.29.16
10
lo sto' consumando, ma anche a me la disarmante bellezza di evinta mi aveva entusiasmato e appagato in pieno..concordo con NeuRath, una suddivisione in piu' parti avrebbe alleggerito decisamente l'ascolto..
Gasta
Giovedì 10 Novembre 2011, 23.11.55
9
BELLO. Dopo i tiepidi "A Line Of Deathless Kings" e "For Lies I Sire" ("Evinta" non lo conto, lo considero come un 'esperimento'), un ritorno degno. Una pecca piuttosto forte la trovo attorno ai 15min, quelle note di chitarra che si susseguono ma che rendono lo stacco un po' noioso e ridondante. Il resto mi piace davvero molto (in particolare il finale più "pompato"). Sono soddisfatto. Sì.
Hareth
Giovedì 10 Novembre 2011, 23.02.42
8
Bellissimo. Per me non ne hanno ancora sbagliato uno (e no, non mi sono dimenticato "9742837429...complete", io adoro pure quello!!!)
Kryptos
Giovedì 10 Novembre 2011, 22.50.36
7
... Ho appena visto le braccia di Lena Abé e mi sono spaventato.
Kryptos
Giovedì 10 Novembre 2011, 22.47.17
6
Finalmente qualcosa di addirittura decente dalla Sposa, che con "For Lies I Sire" e soprattutto lo stomachevole "Evinta" mi aveva regalato una spiacevole strizzata di palle... Carino l'esperimento di voler fare una lunga articolata suite, ma se non fosse per quegli ultimi minuti di death/doom bastardo sarebbe una sufficienza piuttosto scarsa secondo me. Comunque interessante il tentativo di riprendere le gloriose sonorità di (ormai) oltre quindici anni fa. 65
Fenriz voice of darkness
Giovedì 10 Novembre 2011, 22.05.31
5
Recensione assolutamente incomprensibile....ma parlate come mangiate per favore!!!
NeuRath
Giovedì 10 Novembre 2011, 21.11.55
4
Veramente un bell'Ep, anche se personalmente avrei ritenuto più "agile" suddividere il bloccono in diverse tracce (visto che comunque è facile riconoscere diversi "movimenti")... sarà che presentare un'unica traccia di 27 minuti fa parlare e alza le aspettative? In ogni caso un ottimo ritorno, dopo qualche album così così e la parentesi di Evinta (bello, per cairtà, ma slegato dalla proposta solita della band)...
andrea
Giovedì 10 Novembre 2011, 16.11.35
3
che splendida recensione, giasse! complimenti davvero. mi chiedo solo perché gli shape of despair non prendano esempio dai Nostri in quanto a prolificità. sgrunt! ad ogni modo, spero proprio che il violino torni ad essere in pianta stabile in casa MDB. ho proprio un gran bisogno di altro doom-gothic metal "alla vecchia" (à la the angel... e lake of sorrow dei sins of thy beloved per intenderci). uno strumento che adoro nel metal - assieme a pianoforte, violoncello e flauto - e che sicuramente i Bride hanno sempre usato con gusto e raffinatezza.
enry
Giovedì 10 Novembre 2011, 15.29.26
2
Bene, la rece lascia ben sperare, in arrivo domani...
fabriziomagno
Giovedì 10 Novembre 2011, 14.44.16
1
questa canzone è veramente bella...27 minuti di goduria.
INFORMAZIONI
2011
Peaceville Records
Doom
Tracklist
1 - The Barghest O' Whitby
Line Up
Aaron Stainthorpe (vocals)
Andrew Craighan (guitar)
Hamish Hamilton Glencross (guitar)
Lena Abe (bass)
Shaun MacGowan (violin, keyboards)
Sessionist
Shaun Taylor-Steels - drums
 
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