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Chasma - Declarations of the Grand Artificer
( 1627 letture )
Conterranei dei celeberrimi Agalloch, dalle foreste dell’Oregon, giunge il duo post-black dei Chasma, nome che deriva da un termine greco, trasportato nel latino tardo, indicante spazi aperti, gran canyon. Tutto il contrario di quello che, almeno nelle intenzioni, i ragazzi americani vogliono trasmettere attraverso la loro musica, mix di claustrofobiche atmosfere, abissi neri opale, trascendenza. Il titolo del disco invece dovrebbe riferirsi al volume “The Great Declaration”, scritto dalla mistica figura di Simon Magnus, che unisce dottrine ellenistiche e spirito ebraico, impostato su una visione molto vicina alla struttura del filosofo Plotino, in cui i cinque sensi erano innalzati a nodi centrali. Ma questa è solo una mia ipotesi, e non deve influenzare chi si approccia all’opera.
È però necessario sottolineare subito come l’obbiettivo sia parzialmente fallito, affogato impietosamente in un collage di difficile interpretazione, in cui risulta assurdamente arduo seguire una linea continua, data anche la scarsa personalità del combo (uno dei principali difetti).

E in un album composto da tre tracce di oltre dieci minuti capirete che affidarsi ad un leitmotiv, in modo da non perdersi alla ricerca di punti d’appiglio, è essenziale: qui, proseguendo oltre gli altisonanti titoli che occuperanno abusivamente l’intero schermo del vostro lettore (senza tra l’altro dare nessuna indicazione dei contenuti della traccia, of course! ) si incontra una caotica proposta, in cui la voce straziante del singer copre, proterva, la personalità degli altri strumenti. Capiterà spesso di non essere capaci di intendere con chiarezza la progressione di accordi, causa chitarre compresse e ronzanti, mai cristalline, tendenti al suono dei Gris, gruppo canadese depressive da cui i nostri han mutuato ben più di qualche spunto sporadico. Chi avesse ascoltato le ultime produzioni del combo del Qùebec si renderà velocemente conto di quanto l’impostazione sia la medesima, con alcuni distinguo di scarso interesse. Che si tratti di semplice ispirazione o di “plagi” saranno i posteri a giudicare.
Veniamo quindi alla tre tracce. Lunghe, dense, costruite sempre attorno a riff interessanti ma che potrebbero essere sviluppati meglio, sostenuti dalla solita robusta sezione ritmica. Si denota la mancanza di chitarre acustiche a intessere arpeggi nei rallentamenti, sostituite dal clean delle sorelle elettriche, purtroppo pastoso e non nitido. Ciò porta un certo disorientamento, poiché non si trova un vero e proprio stacco dalle parti più concitate. Queste ultime sono comunque impostate su mid-tempo poco incisivi nel complesso, troppo orientati sul depressive stereotipato. Segnalo per rigore di cronaca il finale ricco di pathos di Daystar Angelwar e l’inizio evocativo della traccia seguente (Shadowbend): due momenti in cui l’ispirazione dei Nostri sembra trovare compimento.
Da censurare Blue Jewel Destruction, davvero monotona e noiosa: sensazioni amplificate dalla lunghezza della canzone, che con i suoi dodici minuti getta una gravosa pietra tombale sulle spalle dell’ascoltatore.

Produzione debole, insicura, che esalta a sufficienza il buon lavoro dell’uomo dietro alle pelli, dotato di una discreta fantasia abbinata ad una tecnica che offre al musicista la possibilità di provare soluzioni, varianti che permettono di sfuggire all’accompagnamento canonico (di rilievo qualche passaggio in doppia cassa). Meno azzeccata se guardiamo al reparto sei e quattro corde. Le prime, come già analizzavamo, hanno vari punti claudicanti che minano una preparazione tecnica che si staglia sopra la linea di galleggiamento di qualche tacca. Il secondo sparisce letteralmente nei riverberi e nei ronzii, tali da lasciare la batteria unica protagonista della sezione ritmica. Voce ispirata, come da prassi, ai vari lavori di Burzum, del conterraneo Xasthur e via discorrendo. Nulla di originale: semplice mestiere che, dando uno sguardo d’insieme, risulta senza infamia e senza lode.
Songwriting poco accarezzato dalle Muse che giunge, rantolando, al limitar della sufficienza. Questa è ottenuta grazie ad una proposta che, nonostante il terribile minutaggio, può fregiarsi dell’aggettivo di piacevole e che è atta ad occupare il lettore giusto per uno o massimo massimo due giri di giostra, senza tener conto dei proclami iniziali. Se infatti, ignoriamo le prerogative del combo e ci poniamo da ascoltatori “semplici”, incappati lì per pura casualità, i Chasma possono far trascorrere un mezz’oretta abbondante. Certo, passata questa, probabilmente ci si pentirà di aver dedicato agli americani tutto questo tempo. Ma privi di esperienza, non si può giudicare.

Concludendo, un gruppo che non imprimerà un segno indelebile (o almeno significativo), nella storia della scena della Cascadia. Inoltre, purtroppo, non si intravede nel futuro prossimo alcun margine di miglioramento atto a far immaginare una svolta qualitativa di spiccato profilo nel sound della band.



VOTO RECENSORE
58
VOTO LETTORI
22 su 15 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2011
Moribund Records
Black
Tracklist
1. Daystar Angelwar
2. Shadowbend
3. Blue Jewel Destruction
Line Up
Aaron Schomaker - drum, vocals
Tony Komforty - guitar, bass
 
RECENSIONI
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