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OZ - Burning Leather
( 1712 letture )
Heavy rock per i puristi: non potrebbe essere altrimenti quello di una formazione sorta nel lontanissimo 1977, in pieno fenomeno punk, scioltasi nel 1991 e riunitasi nel 2011, a trentaquattro anni dalla nascita e a venti dallo split. I finlandesi OZ, provenienti da Nakkila, tentano la strada del ritorno in grande stile, rilasciando sotto l’egida della AFM Records il loro sesto full length: é storia risaputa, il revival va di moda e l'operazione reunion diventa possibile proprio per tutti, anche per compagine sepolte dalle più dense polveri del tempo e, in ogni caso, mai salite alle cronache in maniera prorompente. Il palmarès dell’act nordico, infatti, non può certo sfoggiare qualche classico seminale, anzi il debut Heavy Metal Heroes non fu propriamente un disco memorabile; tuttavia l’esperienza notevole e qualche buon prodotto (come Fire in the Brain) garantisce ai Nostri quel fascino minimo che inevitabilmente (e morbosamente) subiamo al cospetto di ogni riesumazione in pompa magna. va detto che l'opera in oggetto si tratta di una sorta di semi-antologia, annoverando al proprio interno alcuni brani non inediti, ripescati dai lavori precedenti della band: trattasi di Fire In The Brain, Search Lights, Gambler, Total Metal, Third Warning e Turn The Cross Upside Dow.

La collocazione temporale dello stile di questi scandinavi emerge immediatamente dal riffing ruvido e dalla voce epica di Ape De Martini, singer che ben si cala in atmosfere evocative e refrain corali rampanti; molto semplici e lineari sono le strutture dei singoli pezzi, per lo più mid-tempos ordinati. Nulla di particolarmente trascendentale, tantomeno trascinante o memorabile, quanto più un lavoro discreto e orecchiabile che sembra davvero esser stato partorito a fine anni Settanta. Chi ama elaborazioni particolarmente costruite potrebbe digerire a fatica un’opera forse troppo statica e dall’impronta fin troppo datata, che poggia su una serie di composizioni poco incisive che faranno però felici gli ascoltatori più grandicelli. Il problema è che, mentre un disco dei Saxon o un masterpiece degli Angel Witch potrebbe sembrare fresco e piacevole anche ai fruitori più giovani (ammesso che essi siano open-minded, sia chiaro), questo Burning Leather non gode affatto di quell’anima genuina che invece rende longevi i prodotti di cui sopra. Certo, non è un disco brutto, ma deve fare affidamento su qualche sussulto sparuto, come la buona qualità dei guitar solos, chiaramente d’estrazione hard rock (Let Sleeping Dogs Lie, Gambler). Le assonanze e le citazioni, innumerevoli, portano continuamente alla mente la sagoma rassicurante dei già citati Saxon, emulati in maniera quasi spudorata in brani quali Fire in the Brain (ascoltate, per controprova, le linee vocali che fanno il verso a Byford e l’assolo di chitarra; ma, del resto, questo pezzo è ripreso dall'album omonimo del 1983), Seasons in the Darkness e Turn the Cross Upside Down. La sensazione di ascoltare un disco proveniente direttamente dai Seventies rimane presente per tutto l’ascolto, e non sono pochi i passaggi che potrebbero essere sintesi perfetta di questa affermazione. Molto ottantiano, ad esempio, è l’inno da stadio Enter Stadium (che nel riffing menziona gli Aerosmith, un altro di quei brani che oggigiorno sembreranno modesti e banalotti ma che, oltre trent’anni fa, avrebbero probabilmente fatto proseliti.

Probabilmente Turn the Cross Upside Down è, assieme alla potente opener Dominator, la traccia che merita la palma di migliore del lotto: sia nel refrain vocale che nei ritmi più scoppiettanti, il pezzo si trascina fino all’assolo, in concomitanza del quale diventa addirittura trepidante; peccato sia solo una piccola parentesi a sé stante, in mezzo a tante idee trite e ritrite (volutamente, sia ben chiaro) che gusteranno anche ai seguaci di un certo “metal-rock” senza alcun fronzolo tecnico od orpello di sorta. Le pretese qui sono quello che sono, ovvero limitate e affatto ambiziose: a tratti l’hard rock ha la totale precedenza sul protometal rispolverato dai cinque finnici, che non fanno altro che tributare se stessi e l’epopea che li plasmò diverse decadi or sono. Alla lunga, il platter suona un po’ ripetitivo e tende a stancare a causa di una ricetta base applicata con sistematicità troppo certosina a tutti i brani, senza grande fantasia.



VOTO RECENSORE
60
VOTO LETTORI
35.57 su 21 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2011
AFM Records
Heavy
Tracklist
1. Dominator
2. Searchlights
3. Let Sleeping Dogs Lie
4. Fire in the Brain
5. Seasons in the Darkness
6. Turn the Cross Upside Down
7. Burning Leather
8. Gambler
9. Enter Stadium
10. Total Metal
11. Third Warning
Line Up
Ape De Martini (Voce)
Costello Hautamäki (Chitarra solista)
Markku Petander (Chitarra ritmica)
Jay C. Blade (Basso)
Mark Ruffneck (Batteria)
 
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