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Evadne - The Shortest Way
( 2572 letture )
Evadne è una band proveniente dalla costa meridionale della Spagna, in particolare da Valencia. Attiva già da circa un decennio, dopo aver realizzato un demo, nel 2007 incise il primo full-length, intitolato The 13th Condition, raccogliendo consensi ma rimanendo purtroppo ancora relegata ad un ambito ristretto.
Così The Shortest Way, seconda fatica della band a distanza di ben quattro anni dal suo predecessore, potrebbe finalmente rappresentare “la via più breve” per regalare agli ispanici gli onori che meritano, ed a mio parere ha davvero tutte le carte in tavola per farlo.
Le note e le atmosfere di questo disco scorrono fluide fin dal primo assaggio, specie per chi, come il sottoscritto, da tempo è ormai totalmente affascinato dalla possanza, oltre che dalla classe e, perché no, anche dai momenti di fragorosa lentezza che caratterizzano un genere maestoso come il doom-death.
Ma ampio spazio è dato anche all’aspetto melodico, il che farà felici sicuramente anche coloro i quali sono alla ricerca di suoni e melodie raffinate. L’album è ricco di simili elementi e di momenti melanconici in cui la sezione ritmica si assopisce, al più vengono delicatamente accarezzati i piatti, e si dà spazio a tenui arpeggi di chitarra ritmica o classica, o a composizioni al pianoforte di una tristezza infinita. Quando il ritmo cala, spesso si possono apprezzare anche struggenti parti canore maschili, talvolta semplicemente sussurrate ma più spesso intonate con voce profonda ed intensa, esprimendo un intimo senso di solitudine e sconforto.
Ma proprio quando la malinconia raggiunge il suo più alto grado di virulenza ecco che improvvisamente esplode un possente growl e riff poderosi si stagliano verso l’ascoltatore, quasi a voler ridestare furiosamente la sua attenzione. In questi frangenti, molto frequenti ed incisivi, la sezione ritmica si fa parecchio sostenuta, feroce, con passaggi veloci ed aggressivi, senza però fare a meno di ritagliare, il giusto spazio per gradevoli accordi melodici (spesso suonati in modalità tremolo picking) perfino in questo quadro di rabbiosa efferatezza.
È in questi momenti che occorre prepararsi all’inevitabile, perché quasi sempre c’è un solo incantevole modo per uscirne, ed è quello di premere il tasto “slow”. Ed ecco che, scusando il gioco di parole, repentinamente la lentezza fa il suo regale ingresso: il drummer picchia duro sulla grancassa, il growling si fa lacerante e prolungato fino alla spasimo, mentre i cordofoni si muovono all’unisono detonando micidiali colpi dai toni gravi e distorti, tanto che a stento si riescono a trattenere le palpitazioni dall’inseguire simili boati. Ci siamo, il down tempo si estrinseca qui nella sua forma migliore, sprigionando un’intensa carica adrenalinica, come pochi sanno fare.

Chi avesse già avuto l’occasione di ascoltare il sia pur ben fatto album d’esordio, faccia un passo indietro prima di accostarsi a questo platter, liberi la mente dai ricordi e da ogni preconcetto di sorta, perché qui si tratta di qualcosa di molto diverso. Dunque, da dove cominciamo?
Anzitutto la qualità della registrazione e dei suoni, che francamente nel debut album lasciava un po’ a desiderare, qui è di ottima fattura. Del resto di ciò non c’è da stupirsi, se si tiene conto del fatto che questo lavoro si avvale anche dell’esperta mano di Mr. Dan Swanö, che prima di aver curato il mixing e l’editing del presente album, è stato, come molti sapranno, leader o comprimario di Edge Of Sanity, Bloodbath, Pan.Thy.Monium, Nightingale (e qui la lista potrebbe continuare ancora per molto), ma ha anche curato il mastering per Novembers Doom, Asphyx, Pain, e così via.
Peraltro, anche il sound degli spagnoli si è alquanto tramutato, non essendo più prevalentemente imperniato sul suono delle tastiere, qui sostituito piuttosto da campionature poste in secondo piano per creare un’atmosfera lieve e dimessa, attribuibili con molta probabilità all’eccellente lavoro del buon Dan, dato che da qualche anno la band non annovera più tastieristi effettivi nelle sue fila.
Inoltre si registra, rispetto al passato, una decisa virata da un gothic metal (per certi versi assimilabile ai primi lavori di Theatre Of Tragedy e Tristania) caratterizzato da una buona dose di scenari sinfonici e di orchestrazioni, ma che relegava il riffing in down tempo ad un ruolo marginale, verso un doom-death molto energico e vivo. Ed è questo il risultato della sofferta evoluzione sperimentata dalla band negli ultimi anni, che ha comportato qualche cambio nella line up, e che, prima della realizzazione di questo album, si era già palesata con la partecipazione degli Evadne al tour organizzato dai maestri Novembers Doom per il ventesimo anniversario della loro carriera.
Questi quattro lunghi anni hanno evidentemente giovato molto anche al vocalist Albert, che è migliorato molto ed è riuscito a mettere a punto una tecnica di growling da fare impallidire la vecchia in confronto, passando da uno stile quasi forzato e sofferto ad un altro molto più raschiato e graffiante, traendo inoltre giovamento dal generale miglioramento della qualità della produzione.
Infine salta all’occhio soprattutto la rinuncia, anche se non totale, all’approccio “the beauty and the beast”, dato che in The 13th Condition il cantato si articolava usualmente nell’alternanza tra il ringhio di Albert e i toni alti dell’ospite Lady Nott, cantante dei Narsilion, che si prestò ad un’interpretazione alquanto tormentata, altresì impreziosendo le composizioni con i suoi dolenti arrangiamenti al violino. Al contrario, in questo disco un orecchio attento può soltanto sorgere la frequente presenza di vocalizzi femminili quasi impercettibili, usati in associazione ai suoni sintetici per arricchire lo sfondo di chiaroscuri.
Avranno fatto bene a rinunciare quasi del tutto all’apporto di una vocalist femminile? A tale proposito ci saranno certamente diverse scuole di pensiero, ma nel caso specifico direi che in linea di massima non se ne sente strettamente la necessità. Anzi, c’è da dire che Albert riesce, come pochi altri (e mi viene in mente ad esempio Mikael Åkerfeldt), ad essere altrettanto convincente sia nel cantato gutturale che nel contempo in quello clean, una dote che peraltro finora aveva tenuto nascosta, dato che nel disco precedente cantava quasi sempre in growl, eccezion fatta per alcuni spezzoni meramente recitati.
Fin qui il ragionamento fila liscio, cioè tutto sommato si può dire che nella sua nuova veste Albert non faccia rimpiangere troppo la presenza di una cantante e che la nuova scelta stilistica aiuti la band ad esibire le sue reali potenzialità, o perlomeno questo è ciò che accade nella quasi totalità dei brani.
Quando però queste convinzioni si sono ormai radicate nel mio pensiero, accade qualcosa di tanto inaspettato quanto decisamente apprezzato. Il riferimento è al brano And I Will Leave Behind, che rappresenta a mio avviso una sorta di perla all’interno di un disco già di alto livello, un episodio in cui viene ripreso ed esasperato lo spirito gotico degli esordi. Qui la tensione emotiva si tocca con mano, pervade l’aria, e raggiunge cime che in passato solo brani come The Gothic Embrace dei Draconian hanno saputo accarezzare (peraltro, per molti versi, la traccia in questione ricorda molto quella citata e, più in generale, è innegabile una vicinanza allo stile degli svedesi).
Il growl si fa lentissimo e disperato, le note di un pianoforte creano una suspense senza pari, le stangate doom e i tempi dilatati ne intensificano l’effetto, e, quando si arriva al culmine dell’inquietudine, aumenta l’intensità dei vocalizzi o si dispiega uno straziante canto femminile, la voce di un angelo che sta per abbandonare le sue spoglie mortali salutando per sempre il suo amato, cioè il protagonista della storia. Proprio così, perché una storia, anzi una vera e propria tragedia, viene narrata nel corso di questo “concept album”.
Il momento più commovente si trova proprio all’interno di questo brano, ed è la parte in cui il personaggio principale scandisce le parole di una lettera, indirizzata a genitori ed amici, che recita così:

I hope that you'll understand that all your affection will never be able to compare with a second by her side. I don’t want you to accompany me in this feeling, I only want that you understand that my place is together with her, Sincerely Yours.

Sono le sue ultime parole prima di compiere un atto estremo, di scegliere The Shortest Way, cioè la via più breve per rivedere l’ormai defunta donna amata, per tornare al suo fianco, vale a dire togliersi la vita (un po’ come fece Evadne, figlia del dio della guerra nonché ispiratrice della denominazione del gruppo, la quale, secondo la mitologia greca, si gettò nella pira funeraria del marito dopo che questi fu ucciso in battaglia). Purtroppo, però, la sua speranza è vana, perché alla fine realizza che si trattava solo di un’illusione, che aveva gettato via la sua vita per niente, perché compiendo quel gesto d’amore inconsulto è finito in un altro giardino, lugubre, non quello in cui sperava di raggiungere la sua adorata.

In definitiva, in questo platter della durata di oltre un’ora, gli Evadne, che già avevano colpito positivamente con i precedenti lavori, sembrano essere maturati notevolmente, riuscendo qui a conseguire il giusto bilanciamento tra melodie melanconiche (che, oltre ad essere inserite praticamente in tutti i brani, trovano il loro più ampio spazio nell’incantevole traccia strumentale The Wanderer), angosciose stilettate doom e sfuriate doom-death, senza però dimenticare del tutto il loro passato ed aggiungendo elementi gotici e romantici alla già esplosiva miscela.
Il brano più riuscito? Tutti hanno una carica fuori dal comune e giovano di un’ottima qualità compositiva, ma su tutti, a parte il già citato And I Will Leave Behind, se proprio ne dovessi scegliere solo un altro non avrei dubbi, sceglierei This Complete Solitude, perfetto esempio di quel bilanciamento a cui mi riferivo poc'anzi.
Infine non rimane che un’ultima considerazione, riguardante il fatto che, esattamente come il suo predecessore, anche questo disco è autoprodotto, sebbene si avvalga del prezioso supporto di Lugga Music per la parte promozionale. Delle due, una: o c’è qualche ragione che mi sfugge per cui la band ci tenga a mantenere la sua indipendenza, oppure, a fronte di una gigantesca mole di immondizia che gira in circolazione, non si capisce come un materiale simile non possa quantomeno solleticare l’appetito di una major. Staremo a vedere come evolveranno le cose in futuro da questo punto di vista. Per il momento, dimentichiamoci questo dettaglio e godiamoci questa ottima release!



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
32.52 su 19 voti [ VOTA]
Stagger Lee
Giovedì 28 Dicembre 2017, 18.38.12
7
Veramente un bell'album. posso confermare che i brani citati nella parte finale della recensione sono i migliori anche secondo me.
Ad astra
Venerdì 17 Aprile 2015, 21.06.42
6
Scoperto da poco....senza parole.... Uno dei più bei Death doom degli ultimi anni.
Metal3K
Martedì 24 Luglio 2012, 17.38.18
5
Dal 2 Aprile 2012 il disco e' prodotto dalla Solitude Productions. Di conseguenza la label e' stata aggiornata, ma sia chiaro che la recensione e' stata scritta quando ancora il disco era autoprodotto e promosso dalla Lugga Music.
Lacklustre
Martedì 3 Gennaio 2012, 20.52.21
4
molto interessante,già da un primo ascolto brani come And I will leave behind e One last dress for one last journey mi hanno tetramente rapita
GioMasteR
Lunedì 2 Gennaio 2012, 21.30.06
3
Meraviglioso disco, davvero ben lavorato e limato in tutti più piccoli passaggi. Un'ottima scoperta!
Ubik
Giovedì 29 Dicembre 2011, 16.08.00
2
Bella rece. Il disco mi ispira molto lo ascolterò al più presto
Giasse
Giovedì 29 Dicembre 2011, 13.47.12
1
Ottima release questa degli Evadne. Piaciuta molto!
INFORMAZIONI
2011
Solitude Productions
Death / Doom
Tracklist
1. No Place For Hope
2. Dreams In Monochrome
3. This Complete Solitude
4. One Last Dress For One Last Journey
5. All I Will Leave Behind
6. The Wanderer
7. Further Away The Light
8. Gloomy Garden
Line Up
Albert - Vocals
Josan - Guitar
Marc - Guitar
Jose - Bass
Joan - Drums
 
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