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Glenn Hughes - Live in Wolverhampton
( 4390 letture )
Le terre dello Staffordshire devono godere di qualche privilegio particolare, se è vero come è vero che moltissime grandi band provengono da lì. E’ il caso di Slash, dei Discharge, dei Demon e dei Trapeze, band nella quale militavano tre signori che corrispondono ai nomi di Glenn Hughes, Mel Galley e Dave Holland. Qualcuno ricorda le band in cui questi illustri musicisti hanno poi militato? Iniziamo da Deep Purple, Black Sabbath e Black Country Communion (parliamo di Hughes, naturalmente, titolare anche di una brillante carriera solista), passiamo dai Whitesnake (Mel Galley) e concludiamo con Judas Priest (Dave Holland). Non male, vero? Capita che un bel giorno del 2009, qualcuno a Wolverhampton si ricordi che Glenn Hughes, “The Voice of Rock”, sia un illustre ex-cittadino e che decida di invitarlo per un doppio appuntamento dal vivo, per celebrare una delle più straordinarie carriere musicali di tutti i tempi. Capita anche, purtroppo, che Mel Galley sia da poco morto (il 7 febbraio 2008) per un cancro all’esofago. Capita che Hughes, oltre che uno straordinario artista, sia anche un uomo dal grande cuore. Ecco, quindi, che l’occasione di tornare in patria diventa l’occasione per celebrare la propria carriera ma, soprattutto, per rendere merito alla memoria di un grande musicista, attraverso ciò che ha lasciato alle generazioni future, la propria Arte. Live in Wolverhampton è quindi un doppio live molto particolare, nel quale a contare non sono soltanto la prestazione o la scaletta, ma anche ricordo e celebrazione giocano un ruolo importante.

Al solito, Hughes sceglie di farsi accompagnare da alcuni ottimi musicisti dai nomi che diranno forse poco, ma dalla sicura e provata capacità di calarsi nella parte e mettersi al servizio dell’istrionismo vocale di un interprete magnifico ed unico. C’è da dire, ad onor del vero, che Hughes sta vivendo probabilmente il momento più bello ed intenso della sua lunga carriera, ma non tutto funziona al meglio in questa release. Cominciamo comunque a prendere posto in platea per il primo Set, quello che corrisponde alla prima serata a Wolverhampton, nel quale il nostro ripercorre la propria carriera, concentrandosi in particolare sugli ultimi dischi solisti (Soul Mover, Music for the Divine e First Underground Nuclear Kitchen), sull’album realizzato con Pat Thrall nel 1982 e su Burn, album capolavoro della Mark III dei Deep Purple. Una scelta che forse scontenterà alcuni dei suoi sostenitori più “maturi”, per il poco spazio concesso al materiale più celebre del musicista a favore del più recente. Il Set, chiamato Glenn Hughes and His Full Band”, si apre con il classico Muscle and Blood, che si fa notare per un netto sbilanciamento dei suoni a favore del basso, che copre letteralmente gli altri strumenti, per essere poi fortunatamente riportato su livelli meno fastidiosi. Si nota anche che la band deve scaldarsi, raggiungendo la temperatura nel corso della successiva You Got Soul, la quale invece ci propone l’altro tallone di Achille di questa prima parte di live: è chiaro che il cantante sia ancora in una forma a dir poco strepitosa per la sua età (chiedere ai coetanei amici/rivali Coverdale, Gillan e Plant) e che di suo il Nostro possieda una tecnica annichilente ed un controllo dello strumento voce pressoché totale. Il punto, però, è che la sua estensione sovrannaturale comincia a sgranarsi sui toni più alti, specialmente in avvio di serata, costringendo il cantante ad una scelta non sempre felice: quella di puntare moltissimo sui falsetti. Un espediente che Hughes domina letteralmente, con una capacità sbalorditiva, che umilia letteralmente tanti cosiddetti cantanti. Purtroppo, è anche vero che alla lunga finisce per risultare un po’ stancante e monocorde, nonostante l’incredibile quantità e qualità delle sfumature utilizzate. In più, la Maestria non è tutto e quando si sorpassano certi limiti, non è sufficiente per accettare un’esibizione che pare a volte puro autocompiacimento. Detto questo, da You Got Soul in poi, la band, costituita da Jeff Kollman (chitarra), Anders Olinder (tastiera) e Steve Stevens (batteria) prende decisamente il via, mostrando capacità tecniche sensibilmente elevate, unite ad un groove ed una resa dinamica assolutamente fuori dall’ordinario, il che contribuisce non poco a rendere l’esibizione ben più che piacevole, specialmente quando Hughes tira fuori dal cilindro una What’s Goin’ on Here da spellarsi le mani e urlare fino a perdere la voce. Dopo l’immancabile -e francamente sfiancante- versione-monstre di Mistreated, tocca alla rivitalizzante Crave ridare fiato al pubblico di casa -comunque ben più che partecipativo- per poi chiudere in bellezza con Hold Out Your Life, una prima serata intensa e piacevole, forse però nel complesso non straordinaria come sarebbe stato lecito attendersi.

Siamo così al secondo Set che, in onore di Mel Galley e vista la particolare composizione della scaletta, interamente composta da brani dei Trapeze, porta il nome di “You Are the Music: An Evening of Trapeze”, rimembrante il titolo del terzo album della band, quel You Are the Music... We’re Just the Band che sancì poi l’abbandono di Hughes, transfuga verso i Deep Purple. Si fa notare il peso che ricoprono i brani estratti da Medusa, masterpiece del 1970: ben sei su dieci, su un totale di sette originariamente contenuti nel disco, a conferma della straordinarietà di quel dimenticato capolavoro. In questo contesto, sicuramente più rodata che nel precedente inizio di serata, la band si esprime realmente a livelli strepitosi ed anche Hughes rientra un po’ nei ranghi, facendo semplicemente quello che gli riesce meglio: cantare divinamente. Preme sottolineare anche l’ottima prestazione al basso del buon Glenn, il quale senza strafare dimostra di meritare qualche apprezzamento in più anche su questo versante. La tripletta iniziale è da cardiopalma, in particolare Jury, uno dei più oscuri blues mai partoriti da un gruppo che non fossero i Black Sabbath. Pelle d’oca obbligatoria. Nella versione in DVD, a questo punto, sul palco fa il suo ingresso Annette, la moglie di Mel Galley, che consegna a Hughes la chitarra del marito, mentre Kollman passa al basso. Una scelta sicuramente significativa che toglie però qualcosa alle successive Coast to Coast, Seafull e, soprattutto, Good Love. Indubbiamente Hughes fa del suo meglio, ma che non sia un chitarrista si nota, specialmente nella versione CD, nella quale le immagini non compensano quel qualcosa in più che inevitabilmente va perso, tra assoli non stratosferici e qualche rientro non impeccabile. In ogni caso, si tratta di brani talmente belli e di un’occasione talmente speciale, che lasciar perdere le critiche e godersi il momento è davvero doveroso. Con You’re Love Is Alright si torna a macinare note ed il pubblico, già dall’introduzione di Stevens sul ride della propria batteria, si lascia andare su questo vero e proprio inno funky rock che viene giustamente dilatato e poi chiuso proprio dal trascinante coro della platea. C’è tempo ancora per una strepitosa versione di Medusa, classico senza tempo e poi per una trascinante versione di You Are the Music, apoteosi di una serata davvero emozionante, con uno Hughes scatenato anche al basso. Chiude questa lunga maratona musicale -che tra prima e seconda serata ha raggiunto le due ore e quaranta di musica- il trionfo di Black Cloud, altro evergreen senza tempo.

Live in Wolverhampton non è forse il miglior live della carriera di Glenn Hughes e, in questo senso, i precedenti Burning Japan Live e Soulfully Live in Los Angeles si fanno preferire nel complesso, specialmente il primo. Il motivo è principalmente da ricercarsi in una prima serata non esente da critiche, mentre il secondo set, sia per l’atmosfera, che per la prestazione della band, vale da solo l’intero pacchetto. Senza contare ovviamente il valore di queste splendide canzoni, finalmente rubate all’oblio del tempo. Quel che è certo, è che quello che per Hughes non è il meglio, costituisce comunque un limite praticamente irraggiungibile per la quasi totalità degli altri cantanti. Se siete fan di questo grande artista l’acquisto è praticamente obbligatorio e lo sarebbe anche per tutti gli altri, data la presenza dei brani dei Trapeze, vero monumento dell’hard rock “sporcato” di funk, autori di almeno uno dei dischi più belli ed importanti della decade settantiana. Nel complesso, si tratta comunque di un live vero e molto sentito, intimo e che tolti alcuni frangenti si rivela realmente esaltante. Sicuramente un ottimo modo per rendere giustizia ed omaggio all’amico Mel Galley ed alla propria terra natia, da parte di un artista meraviglioso che sta finalmente raccogliendo una parte di quello che il proprio infinito talento avrebbe meritato anche in passato.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
33 su 20 voti [ VOTA]
Hammervain
Venerdì 9 Novembre 2018, 14.56.37
7
Di solito accetto e rispetto ogni critica. Ma il voto dei lettori è francamente umiliante nei confronti di una delle voci più belle e tecniche che si siano mai ascoltate nel mondo del rock! Per il resto recensione molto bella e calzante, complimenti
duke
Domenica 15 Ottobre 2017, 20.52.49
6
visto dal vivo...e' ancora un fenomeno!molto coinvolgente....
Rob Fleming
Domenica 24 Gennaio 2016, 12.53.19
5
Concordo con la recensione. A volte Hughes eccede nel falsetto risultando meno efficace.
Sabbracadabra
Lunedì 23 Gennaio 2012, 15.57.23
4
Quando si tratta di Glenn si compra (io prendo il DVD)a scatola chiusa, non si sbaglia mai. LEGGENDA.
fabio II
Lunedì 23 Gennaio 2012, 14.27.14
3
Per molti caro Lizard 'Medusa' è un classico, il primo è pop, con parziale scimmiottamento psichedelico dei Beatles, ed hai ragione non c'entra nulla con il resto.
Lizard
Lunedì 23 Gennaio 2012, 14.12.03
2
Ciao Fabio e grazie per il pensiero diciamo che non suona male, semplicemente il livello del basso nei primi minuti è un po' eccessivo e la band deve prendere il via. A mio parere, Medusa è un classico vero e proprio, mentre il primo album è frutto di un'altra formazione ed ha anche un'altra ispirazione.
fabio II
Lunedì 23 Gennaio 2012, 14.01.24
1
Ciao grande Lizard, quindi se ho capito bene proprio 'Muscle & Blood' suona male....addirittura pezzi dei Trapeze: interessante. I primi due della band non mi hanno mai convinto, ma il terzo 'You Are The Music...' dove c'è la prima versione di 'Coast To Coast' è ottimo. PS: Lizard l'altro giorno mi sei venuto in mente perchè ho riascoltato 'Hearts On Fire' su Phenomena II, un Glenn da cuore infuocato per davvero.
INFORMAZIONI
2012
Edel Records
Hard Rock
Tracklist
Set 1: “Glenn Hughes and His Full Band”
1. Muscle and Blood
2. You Got Soul
3. Love Communion
4. Don’t Let Me Bleed
5. What’s Goin’ on Here
6. Mistreated
7. Crave
8. Hold Out Your Life

Set 2: “You Are the Music: An Evening of Trapeze”
1. Way Back to the Bone
2. Touch My Life
3. Jury
4. Coast to Coast
5. Seafull
6. Good Love
7. Your Love Is Alright
8. Medusa
9. You Are the Music
10. Black Cloud
Line Up
Glenn Hughes (Voce, basso, chitarra su Coast to Coast, Seafull, Good Love)
Jeff Kollman (Chitarra, basso su Coast to Coast, Seafull, Good Love)
Anders Olinder (Tastiera)
Steve Stevens (Batteria)
 
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