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House of Shakira - HoS
( 1263 letture )
I The Station si formano a Stoccolma nel 1986, per volontà dei chitarristi Mats Hallstensson e Anders Lundström: l'etichetta svedese The Record Station ritiene però che il nome della band assomigli troppo al proprio, ed intraprende un'azione legale affinché venga cambiato. E così una rivista musicale tedesca, dopo aver recensito positivamente un demo della band-ancora-senza-nome, lancia un concorso tra i propri lettori, invitandoli a proporne uno: l'inglese Geoff Noddings, avendo appreso sulla stampa di un negozio di Londra chiamato House of Shakira, all'interno del quale si somministravano servigi ben più piccanti della reclamizzata vendita di abiti, propone il monicker e vince il concorso. Da allora House of Shakira sarà il nome sotto il quale la band pubblicherà ben undici dischi, precedendo il debutto su scala mondiale dell'omonima popstar latino-americana e continuando a rappresentare una metafora intrigante per qualcosa che non sempre è quello che sembra. Dal successo del debutto Lint (1997, ritenuto da alcuni uno dei migliori dieci album di sempre), quella degli HoS è una bella storia fatta di "buone recensioni, duro lavoro e molte risate": parole perfette, che ritroviamo nella loro biografia, per descrivere il carattere del disco recensito oggi, che segue a distanza di cinque anni l'ottimo Retoxed.

Il basso metallico di Basse Blyberg (nel nome, un destino) costituisce la spina dorsale del suono degli svedesi ed introduce ad un rock melodico particolarmente fresco (Fractions of Love), nel quale sono le armoniche delle chitarre a costituire un soffice tappeto per la voce pulita, graffiante quando serve, del nuovo cantante. La performance di Andreas Novak, già apprezzato in patria, lo cala perfettamente nella parte: diligente e quadrato, il suo stile completa con efficacia naturale il suono della band, aggiungendo quel trasporto e quella rifinitura costante che rendono il suo apporto tecnicamente apprezzabile ed artisticamente partecipato. Il lavoro dei membri fondatori Hallstensson e Lundstrom, per quanto supportato da un perfetto bilanciamento dei suoni (autoprodotti), si distingue per gusto, eleganza e discrezione: l'accompagnamento delle chitarre suona infatti particolarmente dolce e liquido, di una distorsione gentile e classicheggiante, tra i principali artefici della solidità di quel ponte che il gruppo riesce a creare tra l'hard rock scandinavo dei giorni nostri e quello, dall'impronta più anglosassone, di qualche anno fa. Buona parte del merito della pienezza acustica di HoS va inoltre ascritto a voci raddoppiate e cori, entrambi estremamente funzionali e ben arrangiati (Voice in the Void è in questo senso paradigmatica), mai “mielosi” perché adeguatamente accostati a riff di chitarra di buona presenza. La musicalità degli House of Shakira, per quanto immediatamente riconoscibile, non suona banale, o alla ricerca di una veloce soluzione di chiusura della strofa: la ricerca di trame meno scontate, a volte di una coralità più piatta e meno commerciale, sembra anzi sdoganare il genere presso le generazioni meno avvezze ai trasporti della melodia e costituire un omaggio colto alle influenze classiche citate dalla band (Journey in prima battuta, ed a seguire Eagles, Van Halen, Whitesnake, Led Zeppelin, Black Sabbath ed Y&T), soprattutto quando supportata da contrappunti di chitarra tanto semplici quanto rocciosi (Changes in Mind). Una peculiarità dell'affiatato quintetto è quella di riuscire a strutturare con precisione nordica uno stile che, in realtà, non suona affatto costruito: nonostante non siano riservati spazi all'improvvisazione, e gli afflati solistici dei chitarristi siano limitati ad una manciata di secondi per brano, l'energia che il disco riesce a sprigionare, pur senza colpire mai duro, è di una sintesi sincera ed apprezzata. La sensazione evocata dal rock degli House of Shakira è quella del vento fra i capelli, del viaggio, di un orizzonte che non spaventa (What Goes Around), sentimenti permeati da un atteggiamento complice e positivo, trascinante ma senza forzati ammiccamenti: l'idea è quella di una band orgogliosa della propria strada, più attenta all'onestà della resa che non al compiacimento della classifica. Evoluzione naturale di queste premesse è un ascolto complessivamente soddisfacente, privo allo stesso modo di picchi artistici e di pecche compositive: HoS è il classico album che si valuta nella totalità e sulla lunga distanza, e che probabilmente risulterà ingiustamente mortificato da un affrettato ascolto delle sue isolate parti: la mancanza di un singolo di particolare richiamo viene infatti ampiamente sopperita da una professionalità diffusa e funzionale, da una forza espressiva che nessun brano mette in discussione, da una generale sensazione di cura capace di dare l'illusione della spontaneità ad una registrazione in studio. Quasi tutte le tracce si assestano tra i tre ed i quattro minuti, senza particolari indugi su nessuno degli elementi che le compongono e raramente un riff, un coro o una soluzione stilistica sono ripetute con compiacimento, svettando sugli altri elementi: l'impressione è piuttosto quella di uno svolgimento continuo e sfuggente (Endless Night ed All Aboard! possiedono la potenza espressiva di un musical), che pur senza ricercare la profondità, incoraggia una circospetta esplorazione di possibilità (What comes out comes out, sintetizza Hallstensson), favorisce il gioco di squadra ed evita che le canzoni suonino tutte uguali. A conferma di un'apprezzabile motilità del tutto, basti pensare che l'unica ballad è rappresentata dall'acustica Lost in Transition, penultima traccia riprodotta -con crepuscolare sensibilità- dopo oltre quarantatré minuti di esecuzione. I suoni dell'album risultano coerenti con l'impostazione stilistica della release di Lion Music: ottimi e distinguibili, ma non inutilmente affettati, essi permettono di riconoscere agevolmente il contributo di ogni musicista (quello dell'espressività di ogni componente è un aspetto al quale la band si rivela particolarmente attenta, seguendo il motto "prova ogni idea con una mentalità aperta"), ed il disco impiega poco a raggiungere quel trasporto dinamico che lo fa accostare all'esibizione dal vivo.

La sensazione resa dalla band di Stoccolma è quella di un rock hard-melodico che trova nella compattezza, nel convincente sviluppo e nell'assenza di aspetti immediatamente criticabili i suoi punti di forza: pop sofisticato e riff consistenti vengono amalgamati con classe ed esperienza, per dare vita ad un prodotto che è rock a tutti gli effetti, nel piglio col quale viene interpretato come nell'immediatezza con la quale raggiunge l'ascoltatore: non si tratta di un lavoro di estrema varietà (interessanti le atmosfere arabeggianti di Zodiac Maniac), ma piuttosto di tredici tracce con una solidità compositiva sufficiente a traghettare le atmosfere del rock classico e melodico nel "mondo caotico e pieno di interferenze" (Anil Ananthaswamy, scrittore e giornalista scientifico) di questo ventunesimo secolo.

“Suoniamo ancora questa musica perché la amiamo e siamo abbastanza vecchi per capire, ed accettare, che la scena musicale cambia continuamente. Penso che tutti noi cambiamo insieme alla scena, che lo vogliamo o no. Non è una questione se ci siano stati o meno dei tempi bui (per il rock melodico o un altro tipo di metal), è piuttosto il riconoscere che “quelli erano i tempi in cui la musica stava cambiando”, e penso che ciò sia positivo. Le cose muoiono quando smettono di evolvere, questo vale sia nella musica che nella vita”.
Mats Hallstensson, 2008.



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
21.66 su 18 voti [ VOTA]
fabio II
Mercoledì 25 Gennaio 2012, 13.27.33
3
Certo Marco, ho già più volte, nel mio piccolo, ringraziato Nicola per la splendida opportunità di interfacciare le esperienze su questo fantastico viaggio che si chiama musica
PcKid
Mercoledì 25 Gennaio 2012, 10.58.49
2
Ciao Fabio, il feedback dei lettori è la ricompensa più grande per il tempo e l'impegno che un redattore dedica alla conoscenza di un disco: sono quindi io che ringrazio te per la "recensione alla recensione" e per l'incoraggiamento a migliorarmi continuamente. Permettimi anche di cogliere l'occasione per ringraziare il mio caporedattore, Nicola Strangis, al quale devo la possibilità di conoscere settimana dopo settimana musica, storie e persone che non finiscono di appassionarmi.
fabio II
Mercoledì 25 Gennaio 2012, 10.05.11
1
Marco è sempre un piacere leggerti, le tue recensioni sono sempre piene di dettagli come nel caso della precisazione dei The Station ( non sapevo affatto ). Il primo 'Lint' è un grande disco ( molto esagerato per mio conto inserirlo in un'ipotetica top ten), ed anche i due seguenti erano buoni; ricordo che la formula mi sembrava un connubio tra Styx e i Kansas più coincisi del periodo Elefante, anche se la voce richiamava Walsh. Vedo che ora il cantante è Novak ( Mind's Eye). Grazie per recensione ed info, non sapevo fossero ancora in circolazione, sicuramente ascolterò ( anche se devo ancora trovare C.Ousey!)PS: nota di grande merito per Mats:'Le cose muoiono quando smettono di evolvere, questo vale sia nella musica che nella vita'. E ovviamente complimenti ancora a Marco per il coraggio di sostenere certa musica, sei un grande!
INFORMAZIONI
2012
Lion Music
Rock
Tracklist
1. Brick Wall Falling
2. Changes in Mind
3. Carry My Load
4. Zodiac Maniac
5. Fractions of Love
6. Midnight Hunger
7. Endless Night
8. All Aboard!
9. What Goes Around...
10. I'll Be Gone
11. Voice in the Void
12. Lost in Transition
13. Out of My Head
Line Up
Andreas Novak (Voce)
Mats Hallstensson (Chitarra)
Anders Lundstrom (Chitarra)
Basse Blyberg (Basso)
Martin Larsson (Batteria)
 
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