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Root - Heritage Of Satan
( 1549 letture )
Il primo impatto visivo con questo nuovo disco totalmente scuro dei Root, gruppo ceco dalla denominazione apparentemente innocua ma il cui logo è incluso in un pentagramma, già polarizza le mie aspettative in una direzione precisa. L’artwork, poi, mi riporta indietro nel tempo, richiamando alla mia mente la copertina di Black Metal dei Venom o dell’omonimo dei Bathory, sicure fonti di ispirazione per la band. Investigando un pò è facile scoprire come, contrariamente a molti altri casi in cui tali rappresentazioni sono più che altro usate per catturare l’attenzione o quasi per un macabro gioco, in questo caso pare proprio che Big Boss, leader carismatico e mentore della band centroeuropea, faccia sul serio, che si occupi in prima persona di questo genere di culti anche nella vita reale. È sufficiente iniziare ad ascoltare la prima traccia per avere conferma che, naturalmente, le attese sono ampiamente confermate. Introprincipio pone difatti subitaneamente di fronte al concept principale di Heritage of Satan, trattandosi di una malsana invocazione delle creature degli abissi, condotta con voce grave, sospirata, accompagnata semplicemente da sinistre folate di vento con saltuari rintocchi delle note più basse di un pianoforte e culminante in extremis con il suono spettrale di un organo. Suona quasi come un avvertimento a chi si accinge ad immergersi nelle acque torbide di questo putrido fiume di oscurità, come a voler mettere alla prova il coraggio di chi inizia questo percorso ed a voler mettere in chiaro, per chi non avesse ancora colto il messaggio, quali saranno le tematiche cui si dovrà far fronte. Non c’è dubbio che qualcuno possa restare quantomeno turbato da un simile incipit, dall’estenuante durata di oltre cinque minuti e mezzo. Francamente, dopo un’iniziale sensazione di disorientamento e curiosità che la prima volta mi spinse ad inoltrarmi fino alla sua conclusione, non ho potuto far altro che decretarne presto l’insensatezza e la noiosità. Il risultato inevitabile è stato il dover sistematicamente saltare la traccia in questione in occasione di tutti gli ascolti successivi, con l’interrogativo ancora aperto sul reale intento che ne sta alla base (allungamento del brodo o fanatismo estremo?) e con la consapevolezza che questo espediente ha già significativamente ridotto l’effettivo minutaggio del disco a soli trentasette minuti o poco più. Non nascondo dunque che quest’episodio mi ha fatto storcere non poco il naso, spingendomi a crearmi pregiudizi iniziali tutt’altro che positivi, salvo poi scoprire fortunatamente che tutto ciò che ne sta a valle è sì sporco e malvagio ma anche, dannatamente, metal…

E allora addentriamoci insieme nella disamina dei suoi contenuti, stilisticamente improntati essenzialmente all’heavy tradizionale, con chitarre robuste, riff diretti e ritmica sostenuta, ma anche con distinguibili echi epici (alla Candlemass, per intenderci).
Sotto la luce dei riflettori, neanche a dirlo, c’è la voce baritonale di Big Boss, che colma sempre i time-out strumentali con mastodontici versi dalle tonalità basse profonde, ma che in realtà predilige più uno stile parlato al cantato vero e proprio, preoccupandosi per lo più di tentare di terrorizzare l’ascoltatore in tutti i modi possibili, perfino ricorrendo all’emissione di malefici ghigni, urla imperiose o versi bestiali d’ogni tipo, simili a muggiti e talvolta a grugniti. In questo il leader è talvolta coadiuvato da un paio di ospiti, le cui voci roche, gutturali o schizofreniche spesso fanno da eco o si confondono con la sua. Il riferimento non è a personaggi di secondo piano, dato che, per la realizzazione del disco, Big Boss si è avvalso della collaborazione di Nergal ed Erik Danielsson, rispettivamente vocalist dei polacchi Behemoth e degli svedesi Waitain.
Gran risalto è serbato poi non solo alle quattro corde, che si ritagliano di tanto in tanto lo spazio anche per assoli davvero degni di nota, ma soprattutto alle percussioni, che dilettano spesso l’uditore con rapidi passaggi ritmici, con andature che spaziano dal tribale al martellamento vero e proprio. Infatti, se è pur innegabile una radice metal classica, è anche vero che un’altra componente preponderante della maggior parte dei brani è data dai continui e repentini cambi di tempo, dalle improvvise accelerazioni ed esplosioni elettriche, caratterizzate da riff ed assoli affilati in chiave thrash/speed. Ed è proprio su questo aspetto che porrei l’accento, dato che è in questa veste che a mio avviso si raggiungono alcuni dei risultati più interessanti; basti pensare a Legacy of Ancestors o The Apocalypse, che conclude e sintetizza il filo conduttore di tutto l’album, cioè l’avvento della progenie demoniaca. Fiery Message, dal canto suo, unisce a tutto ciò perfino passaggi psichedelici e surreali creati da tastiere e voci oniriche, deliziando altresì con un assolo al vetriolo, scagliato nientemeno che dall’ascia di un’altra illustre comparsa, membro storico dei Mayhem, cioè Blasphemer.
Tuttavia si va molto oltre qualche influenza thrash, perché a parte i soliti ritornelli ossessivi e i cori imponenti che spesso occupano la parte centrale dei brani, alcuni di essi hanno decisamente una marcia in più, seguendo le frange più estreme del thrash tradizionale e sconfinando nettamente verso il death metal. Ecco allora che in Son of Satan o nell’ottima Greatings from the Abyss fanno il loro ingresso incontenibili blast beat e la distorsione raggiunge livelli elevatissimi ricordando fin troppo i padri del thrash/death, vale a dire gli Slayer. In questo ambito, tuttavia, l’eccellenza viene sfiorata solamente in quello che senza dubbio rappresenta il fiore all’occhiello dell’intero album, ovvero Darksome Prophet, costellato di velocissimi tremolo riff, aggressivo e molto ben strutturato, cui peraltro fa ottimamente da preludio l’outro melodica arpeggiata di Revenge of Hell.
Ma non finisce qui… Non si può fare a meno di notare qua e là persino qualche scorcio in stile doom, ma mai così evidente come in His Coming, in cui a sorpresa il poliedrico drummer se la prende comoda, per la prima volta seguendo mestamente i cordofoni, i quali per l’occasione sono abbassati di qualche tono ma sempre abbastanza potenti e vivi. Così, per mettere altra carne sul fuoco, i cechi ci dimostrano di essere avvezzi anche al down tempo, sfornando un pezzo di stoner doom di tutto rispetto.

Peccato che le note di quest’ultimo ricordino un pò troppo innumerevoli giri armonici già sentiti fin dai primi vagiti dei maestri Black Sabbath. Più in generale, peccato che molti passi di quest’opera polimorfa rievochino alla mente ricordi già consolidati, anche se non sempre facilmente identificabili univocamente. È in questo aspetto, cioè nella non eccelsa originalità del songwriting, che probabilmente è da ricercarsi il principale punto debole di Heritage of Satan e la motivazione per cui, nonostante le parole favorevoli fin qui usate per descriverlo, non può certo considerarsi un capolavoro. Di contro, la straordinaria capacità di amalgamare fluidamente un materiale così eterogeneo, tornando alle radici, riproponendo un miscuglio di generi ormai divenuti classici e sciorinando una tale maestria nell’esecuzione non può lasciare indifferenti e non suscitare interesse, specie se si considera che questo lavoro rappresenta solo il punto di arrivo di una band che vanta ormai oltre un ventennio di onorata carriera e ben altri otto full-lenght alle sue spalle. Se da un lato magari questo platter non può paragonarsi, a livello compositivo, con gli album storici della band (su tutti, a mio avviso, The Temple in the Underground), dall’altro si può certamente affermare che, sia sul piano della cattiveria che su quello qualitativo, esso rappresenti un passo in avanti rispetto al suo predecessore Deamon Viam Invenient, dato alle stampe ben quattro anni prima. In altre parole, a mio modo di vedere questo lavoro può ben figurare e degnamente incasellarsi nella discografia di una band spesso inspiegabilmente trascurata, magari fungendo da stimolo per chi per la prima volta si accinga ad ascoltarla e, spinto dalla curiosità, decida di ripescare nel suo rispettabile passato.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
21.2 su 20 voti [ VOTA]
Undercover
Venerdì 17 Febbraio 2012, 13.05.38
6
Si non sono poi tanti i chilometri di differenza, sono della zona del puntese
Metal3K
Venerdì 17 Febbraio 2012, 10.43.59
5
Confrontarsi con i punti di vista altrui e' sempre molto interessante, quindi grazie per aver esplicitato ulteriormente le tue idee. Certo che non mi dispiace, anzi lo preferisco! Oltretutto mi e' sembrato di capire da alcuni tuoi commenti (ma potrei sbagliarmi) che siamo "vicini di casa"
Undercover
Giovedì 16 Febbraio 2012, 21.00.11
4
Ciao Andrea (ti do del tu se non ti dispiace), ho avuto modo di ascoltarlo molte e molte volte, il problema di fondo per me rimane non tanto la sostanza del materiale prodotto quanto l'assemblaggio di tale sostanza. Mi spiego, io non sono neanche lontanissmo dal tuo voto in termini numerici perché dopo averlo messo su un'altra volta forse e dico forse, per me un 65 stirato se lo tira pure, il grosso inghippo è che trovo proprio poco ispirate quelle che dovrebbero essere le varianti non più sviluppate come semplici supporti ma parti integranti, quelle inflessioni dark metal e doom che il più delle volte sembrano essere troppo "ancoranti", i pezzi non decollano ed è un peccato perché i brani che tu citi come migliori potevano essere ancor più trascinanti e corposi con un accenno marcato dell'aura retrò dei Roots, poi sarà solo questione di gusti ci mancherebbe, è comunque un piacere poterne discute in maniera più ampia, thanks.
Metal3K
Martedì 14 Febbraio 2012, 10.51.07
3
In linea di massima comprendo le vostre obiezioni e in parte (ma solo in parle) le condivido anche. In effetti i due precedenti non hanno convinto neanche me, ma a mio avviso questo nuovo album ha qualcosa in piu' che ai primi ascolti non avevo colto appieno, ma poi naturalmente il mio compito mi ha imposto di riascoltarlo molte altre volte ed ho dovuto rivedere leggermente al rialzo il mio giudizio iniziale. Quest'ultimo, infatti, era molto simile a quella tua, Undercover, e, per inciso, reputo che tu sia sempre molto puntuale e diretto (in senso positivo) nei tuoi commenti . Ma col senno di poi, trovo che la tua descrizione sia un po' riduttiva se applicata ad esempio a brani come Legacy of Ancestors, Greatings from the Abyss e soprattutto Darksome Prophet. Quindi in definitiva mi sono preso la briga di rispondere solo perche' forse, e dico forse, ascoltando un po' di piu', sempre se la cosa puo' ancora interessarvi, potrete anche voi leggermente cambiare idea come feci io, e cambiare idea non sarebbe certo segno di debolezza o di incoerenza. In ogni caso rispetto totalmente le vostre opinioni.
Malleus
Domenica 12 Febbraio 2012, 19.41.47
2
ma cos'è sta roba, ridateci i roots di the book che quel disco è immenso.
Undercover
Domenica 12 Febbraio 2012, 18.50.15
1
Appena sufficiente, è ormai da tempo che i Roots non fanno un disco degno del loro nome da "The Book" ed è passata oltre una decade, stanno forzando su queste sorta di dark metal con spruzzi doom e tinte epiche che rende loro nulla. Il punto è che la solfa suona vecchia e stantia, un altro disco da sei politico e con questo siamo a quota due ma anche tre, visto che neanche "Madness At The Graves" mi convinse del tutto. E' questo il definitivo nuovo corso? Per me possono anche finire di esistere se proseguono con ste storie, peccato, onesti sì ma che palle.
INFORMAZIONI
2011
Agonia Records
Heavy/Thrash
Tracklist
1. Introprincipio
2. In Nomine Sathanas
3. Legacy of Ancestors
4. Revenge of Hell
5. Darksome Prophet
6. Fiery Message
7. Son of Satan
8. His Coming
9. Greetings from the Abyss
10. The Apocalypse
Line Up
Big Boss – Vocals
Ashok – Guitars
Jan Konečný – Guitars
Igor Hubík – Bass
Pavel Kubát – Drums
Guest Musicians:
Nergal – Vocals (additional) in In Nomine Satanas e Greetings From the Abyss;
Erik Danielsson – Vocals (additional) in In Nomine Satanas e Fiery Message;
Blasphemer – Guitars in Fiery Message
 
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