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Grand Magus - Grand Magus
( 3192 letture )
Concreti come poche altre band nel panorama musicale degli ultimi anni, efficaci e sempre affidabili. Loro sono i Grand Magus, provenienti dalla fredda terra svedese, ideale ambientazione per un tipo di musica pesante (e pressante), potente e, per l’appunto, fredda. Fredda sì, ma capace di trasmettere caldi impulsi pieni di un’energia metallica incontenibile. In realtà il loro heavy intriso di stoner e doom assomiglia più ad una colata di lava incandescente, che lentamente scende dalla bocca del vulcano travolgendo tutto ciò che incontra sul suo percorso. Formatisi a Stoccolma nel 1996, i tre musicisti svedesi hanno pubblicato negli anni cinque album di inediti, tutti successivi a quello che è a tutti gli effetti il loro vero esordio sulle scene, ovvero lo split album registrato con gli Spiritual Beggars e fatto uscire nel 2001 per la Southern Lord Records. L’omonimo Grand Magus è caratterizzato da un lavoro tutto incentrato sulla qualità del suono, non finalizzata alla fredda e distaccata perfezione, ma basata piuttosto su una ricerca di suoni che risultino veri, caldi, realistici. Il processo di registrazione ha comportato il minimo dispendio di tempo, dalla fine di marzo all’inizio del mese di aprile del 2001 e la band ha voluto rendere nella registrazione in studio le stesse emozioni e sensazioni di un live, usando lo stesso equipaggiamento di un qualunque loro concerto. Questa originale volontà di resa stilistica ha permesso all’album di essere riconoscibile nel tempo, distinto da qualunque altro lavoro uscito nell’ultima decade e dunque con un’identità propria, cosa di primaria importanza per chiunque voglia imprimere il proprio nome nella memoria altrui.

Ad aprire il tutto ci pensa l’heavy metal di Gauntlet, una canzone diretta ed efficace, composta da alcuni buoni riff iniziali ed una voce potente e allo stesso tempo graffiante. Si caratterizza per essere l’unico pezzo dell’album contenente due assoli di chitarra e, piccola curiosità, per essere anche il pezzo d’apertura dei loro concerti; oltre a costituire il punto di partenza, ci svela anche ciò a cui andremo incontro durante l’ascolto, visto che tutto il disco si sviluppa su soluzioni che, pur essendo differenti, risultano ad un primo impatto molto simili tra loro. Se in genere i Grand Magus sono conosciuti per il loro sound specificamente cadenzato e doom oriented, Legion è senz’altro la canzone meno appartenente a questo tipo di classificazione, ergendosi in tempi leggermente più veloci, per sbocciare poi in un ritornello dai toni epicheggianti. Uno dei pezzi più cattivi è invece Never Learned, canzone sul rifiuto dei compromessi, caratterizzata da ritmi quanto mai pachidermici e da un ritornello ripetuto numerose volte, il tutto intervallato soltanto da un assolo di chitarra che mette in risalto tutta l’essenza metallica della band. Il miglior riscontro lo si ha comunque con la stupenda Black Hound of Vengeange, un heavy blues che risalta al massimo le capacità vocali del buon JB, nonché le sue elevate doti di chitarrista. Ogni nota emessa dalla magica sei corde del musicista svedese riesce ad esprimere un sentimento proprio, andando a completare così un quadro strumentale di tutto rispetto. La seguente Coat of Arms, tra le composizioni più datate del gruppo, si evidenzia per essere uno dei momenti più frizzanti del disco; energica e vitale, si contrappone perciò agli altri pezzi qui presenti, ma forse proprio per tale motivo risulta uno dei meno efficaci. La seconda metà del platter si apre con Generator, a mio parere tra i brani migliori, un semplice quanto apprezzabile pezzo doom a tinte blues, per la felicità degli appassionati di tali atmosfere sognanti e tranquille. La traccia seguente, Wheel of Time, ci mostra il lato più prettamente stoner dei Grand Magus, classicamente heavy nelle intenzioni, ma pesanti come un macigno nella realtà dei fatti. L’insegnamento che la canzone vuole darci è che il tempo non aspetta per nessuno, se desideri una determinata cosa conviene che tu te la faccia o te la conquisti da solo, perché se non sei tu per primo ad aiutare te stesso, puoi star certo che non saranno gli altri a farlo. Un pensiero veritiero, sì, ma non certo da estremizzare. Una ben più specifica questione è discussa in Lodbrok, quella dei soprusi che si sono compiuti e che si compiono nei confronti di antiche culture e dei nativi di un determinato luogo, argomento attuale molti secoli e millenni fa così come al giorno d’oggi. La canzone di per sé si evolve in un turbine cattivo ed “estremo” del classico heavy doom espresso dalla formazione svedese, emergendo più che altro -ancora una volta- nel lavoro delle chitarre. Sicuramente più apprezzabile la successiva Black Hole, canzone blues oriented che dona un’atmosfera più malinconica all’album, facendoci arrivare all’ultimo pezzo in modo pacato e quasi addolcito. Si torna ad un sound “di base” con la conclusiva Mountain of Power, un pezzo doom a tutti gli effetti, potente ed evocativa nel cantato, piacevole, seppur con un pizzico di semplicità di troppo.

Certo, per essere un disco d’esordio nulla da obiettare, si capisce subito che la band svedese di strada ne avrebbe fatta parecchia, e così -in parte- è stato. La voce di Janne “JB” Christoffersson è tra la più adatte al genere, riesce a calarsi magnificamente in tutti i pezzi interpretandoli in modo sopraffino e lo stesso si può dire per le sue parti di chitarra. La fortuna del reparto ritmico è quella di suonare un genere in cui -finalmente- le frequenze basse sono quelle messe più in risalto tra tutte, finendo così per risaltare dal primo all’ultimo istante del full-length. La batteria, com’è giusto che sia, svolge il suo compito senza destreggiarsi in soluzioni troppo stravaganti o esagerate, cosa che avrebbe fatto uscire il disco dai giusti binari. Consapevoli di far parte di una grande realtà, paladini di un genere tutto sommato racchiuso entro certi stilemi, i Grand Magus faranno del proprio stile un punto fermo, un marchio di fabbrica, rendendosi riconoscibili fin da un primo ascolto. Forse ancora troppo nell’ombra, relegati a comprimari d’eccellenza, questo disco dimostra che certe volte riscoprire un glorioso passato non è affatto una cattiva idea.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
36.70 su 24 voti [ VOTA]
Replica Van Pelt
Lunedì 10 Giugno 2019, 15.25.56
9
100% pure stoner,gli album che verranno dopo non saranno nemmeno lontanamente alla sua altezza,forse non un capolavoro in assoluto ma c'è classe da vendere e passione,eppoi chissenefrega se è o non è un capolavoro,sono passati quasi 20 anni e non sentirli,questa musica (e questa voce) non hanno età.Voto 95
Steelminded
Venerdì 26 Aprile 2013, 21.28.21
8
Però Iron Will mi piace. 74 ci sta tutto!
Steelminded
Giovedì 25 Aprile 2013, 22.38.45
7
No, i primi mi fanno schifo
Undercover
Giovedì 25 Aprile 2013, 20.00.10
6
@Steelminded ok i gusti, ma spero che tu stia scherzando, perché quelle insufficienze a una band simile neanche un sordo potrebbe darle a prescindere dal gusto o meno...
Steelminded
Giovedì 25 Aprile 2013, 19.48.27
5
E un 43 a Wolf's return
doomale
Giovedì 25 Aprile 2013, 9.39.10
4
si buon esordio..ma preferisco comunque i successivi! Monument, Hammer of the north, The hunt tutti ottimi album..davvero belli. Gli altri ancora nn ascoltati..dovrò rimediare.
Steelminded
Giovedì 25 Aprile 2013, 9.02.21
3
E darei un bel 48 (progresso) a Monument, il loro secondo.
Andy \\\'71
Mercoledì 24 Aprile 2013, 8.40.51
2
Ottimo esordio!Influenzato dal classico doom e stoner,poi avanti si sposteranno su binari più HM calssici,voto 82 perfetto per me!
Steelminded
Martedì 23 Aprile 2013, 22.42.47
1
40, non di più.
INFORMAZIONI
2001
Rise Above Records
Heavy/Doom
Tracklist
1. Gauntlet
2. Legion
3. Never Learned
4. Black Hound of Vengeance
5. Coat of Arms
6. Generator
7. Wheel of Time
8. Lodbrok
9. Black Hole
10. Mountain of Power
Line Up
Janne “JB” Christoffersson (Voce, Chitarra)
Fox Skinner (Basso, Cori)
Fredrik “Trisse” Liefvendahl (Batteria, Cori)
 
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