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Stigmhate - The Sun Collapse
( 1850 letture )
Densità ed apocalisse.
Una spina velenosa che trapassa impietosa le carni della vostra (nostra) mente.
Un'oscurità che indefessa cala le sue mortifere coltri sul placido torrente dell'esistenza.
Nel bel mezzo della nebbia creata dagli effluvi biancastri di due chitarre con il cuore diviso fra la cieca brutalità -quell'istinto che le ha viste generate- e il mid-tempo granitico, -in cui la desolazione di un paesaggio post-atomico trova la sua naturale rappresentazione-, spicca un opulento palazzo, dagli inserti riccamente intarsiati da mani abili a maneggiare la durezza del diamante, la levità delle sue sfaccettature.
Un edificio maestoso, retto dalle leggi vergate da un architetto quasi geniale, dalla spiccata personalità, nella condizione tecnica di rendere schiavi i suoi strumenti di lavoro.
Sto accennando a Claudio, drummer dei veneti Stigmhate, combo il quale, dopo sei anni di silenzio, ritorna con viva forza in studio di incisione per sfornare il terzo full-lenght di un'onorata carriera.
Ho iniziato da una metafora, forse ardita, per portare all'attenzione del lettore il primo grande traguardo raggiunto dai nostri musicisti: innalzare un'architettura dalla resistenza millenaria, non partendo dalla pura e semplice aggressione sonora, mezzo alquanto semplicistico, ma cogliendo il meglio degli stilemi di un black metal fortemente venato di melodia.
È impresa ardua, poiché innanzitutto la costruzione di stacchi rallentati dalla buona resa complessiva necessita di una maturità artistica non indifferente: la barriera che separa rigorosamente un brano definibile d'impatto ed uno impietosamente noioso è labile, un confine la cui valicabilità è più agevole di quanto non si creda in un primo istante.
In seconda istanza, il mid-tempo è una modalità espressiva abusata, violentata, scarnificata, fino alla conseguenze estreme: sembra addirittura che qualsiasi gruppo indeciso sulla direzione da prendere infarcisca le sue proposte con pletore di soporifere aperture.
I nostri compatrioti in questo mostrano uno stile, un'eleganza la quale ben si calza nel quadro tratteggiato dalle partiture, divenendo esse non più un accessorio, un riempire spazi altrimenti miseramente vuoti, cercando disperati di porre un freno al terribile horror vacui, ma protagoniste assolute, fondamenta.
Il concetto è esplicato magistralmente in episodi quali l'ultima Luce, in cui i ruoli vengono invertiti: è l'accelerazione, eseguita con inaudita precisione dal batterista, a bussare ossequiosa alla porta della mente del compositore. Eppure Luce non può essere definita assolutamente una traccia riflessiva, in quanto il testo urlato nella nostra lingua ed il senso di oppressione generato dal contesto in cui ci troviamo, impediscono la nascita di un compiuto riposo per la mente.
Inoltre, colgo la palla al balzo, questa chiusura mi permette di analizzare i rapporti di ottimo vicinato fra lo scream, prim'attore per gran parte del platter, e un ruggente, infernale growl, suo degno interlocutore. Nessuno dei due si pone, però in posizione privilegiata, trovando nell'unione, nel dialogo la forza motrice.
Un buon esempio è la cavalcata furiosa di Plenary Repulsion, dove questo rapporto simbiotico dona il sufficiente dinamismo ad una massiccia corsa a briglia sciolta, altrimenti pericolosamente vicina alla monotonia. Continuando ad esporre prendendo lo spunto dalla concretezza, in quest'ultima declinazione degli italiani si evince un interesse spiccato per il buon arrangiamento. Notevole è infatti la cura riservata al sempre maltrattato basso, in questa sede mostruosamente presente, tanto da far udire i suoi funerei rintocchi distintamente (e non è l'unica occasione). Un suono reso vivido da una produzione più che azzeccata.
In senso generale, in aggiunta, è possibile comprendere la vivacità del lavoro instancabile delle sei corde: un serrato, mai intaccato dall'appagamento, esercito di note scorre impetuoso per i solchi del disco. Prima death, poi una spruzzata di thrash, poi di nuovo death, infine black, strizzando l'occhio ai monumenti del genere, quei talenti alfieri di un'arte musicale che per osmosi inglobava svariate influenze. È probabilmente da esempi quali i Mayhem (il basso di Varg, da ghiaccio lungo la schiena lo rammentiamo tutti!), i primissimi Arcturus (prima che l'ispirazione teatrale li obblighi a scrivere quel capolavoro de La Masquerade Infernale) fautori di un'accezione di estremismo “melodico” accostabile agli ideali degli Stigmhate, che i quattro veneti hanno tratto la principale pietra di paragone. Riuscendo nell'intento di superarla, ossia di poter essere svincolati dal continuo confronto. In breve, essi hanno i titoli per rivendicare un marchio personale, un carattere specifico.
Grazie anche ad un album dalla fluidità eccellente, data la natura concisa delle tracce. Siamo perennemente sui tre minuti, tre minuti e mezzo, non certo però per difetto d'idee. Dietro alla brevità si nasconde una precisa scelta durante la gestazione: inutile annoiare l'ascoltatore offrendo un pletorico lavoro che non ha in sé la qualità di poter essere apprezzato, assimilato, compenetrato in pochi giorni, soprattutto se il tema è lo sterminio della razza umana, o citando un loro titolo, il momento in cui The Sun Collapse (episodio tra l'altro ben riuscito), quindi una materia la quale abbisogna di una discreta immediatezza per colpire nel segno.
V'è una dichiarazione d'intenti, una profonda consapevolezza della psiche del pubblico a cui il disco è rivolto. Ed è questo, forse, il particolare da apprezzare maggiormente.
Più della tecnica in grande spolvero, che non sconfina mai nel territorio proibito del virtuosismo fine a se stesso, più di una sezione ritmica monumentale, più di un'ugola dalla potenza allucinante.
È la lineare onestà intellettuale, il presentarsi con limpidezza disarmante: noi siamo così, sembrano dire i membri in coro.
Noi siamo Sinless Progeny, Charon, Throne Of Eternal Flame, noi siamo la stritolante oppressione dei nostri riff composti da un numero esiguo di note, noi siamo la funesta ira espressa dal blast beat, noi siamo la ferocia malinconica, in cui convergono disfattismo e apatia, frustrazione e vendetta, sogghignanti onde in tremolo che sommergono l'ascoltatore. Noi siamo il freddo vento dell'inverno glorificato in Luce.
Noi siamo questo. Nulla più e nulla meno.
Come dar torto a questo candore, se i risultati son questi?



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
55.76 su 42 voti [ VOTA]
legolan
Giovedì 16 Maggio 2013, 0.01.48
3
non male.... pero paragonarli ai DISSECTION proprio no.
Giaxomo
Martedì 24 Aprile 2012, 20.39.11
2
Grandi! Visti al tacu a Ottobre, ricordavano tanto i Dissection, dateci un ascolto!
kaioken
Martedì 24 Aprile 2012, 19.44.21
1
Devastanti!
INFORMAZIONI
2012
Bakerteam Records
Black
Tracklist
1. Throne Of Eternal Flame
2. Charon
3. Gathered Of Isolation
4. Sinless Progeny
5. Architects Of Fate
6. Plenary Repulsion
7. In The Last Wake
8. Sun Collapse
9. Luce
Line Up
Marco - Vocals,guitars
Isagal - Guitars
Crive - Bass
Claudio - Drums
 
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