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Hallows Eve - Death & Insanity
( 1526 letture )
Hallows Eve, capitolo secondo. Ad un anno dall’efficace debutto, avvenuto nel 1985 con l’ottimo Tales of Terror, la formazione americana torna sul mercato, più professionale, agguerrita e thrash-oriented che mai: i ragazzini di Atlanta sono maturati, e vogliono dimostrarlo con una prova di forza curata in tutto e per tutto, nei suoni quanto negli arrangiamenti, nel riffing tagliente come nell’energia sprigionata dal loro consueto stile imbevuto di thrash ma ancora fortemente ispirato all’heavy metal più tradizionale, ben lontano da ogni sorta di evoluzione estrema ipotizzabile oggigiorno in seno a questo settore musicale. Tuttavia Death & Insanity, per quanto valido, sembrerà collocarsi leggermente dietro il suo predecessore, intriso di un alone di fascino e mistero insuperabile. Si pigia sull’acceleratore, come da consuetudine, si innestano pesanti rallentamenti per rendere più varia e fluida la proposta e si scoccano brucianti ripartenze, come la tradizione old school insegnava in quegli anni: proprio la presenza di alcuni mid-tempos contribuisce ad arricchire la scaletta ma, al tempo stesso, rivela forse qualche debolezza da parte di una band che, è evidente, brilla sicuramente di più quando corre a pieni giri. La voce di Stacy Andersen, che aveva cantato dei veri classici del thrash underground come Plunging to Megadeath e l’omonima Hallows Eve, si fa qui più ruvida e sporca, con la volontà celata di apparire ancor più aggressivi che in passato: un tentativo, forse, di allinearsi alla corrente più verace del thrash internazionale, magari privandosi via via di quegli elementi di contatto col classic heavy che tanto profumavano di albori, di adolescenza, di un’epoca primordiale e romantica, per certi versi, distante anni luce dai soffocanti risvolti commerciali e professionali che questa musica avrebbe successivamente assunto e conservato fino ai nostri giorni. L’ensemble, sorto nel 1983 e poggiante su un abrasivo paio di chitarre, in ogni caso, mantiene salda la sua posizione di band culto, tanto cara ai cercatori di reliquie meno popolari, fiero retaggio di un’epoca osservata con nostalgia e che non bisognerebbe mai dimenticare.

Si diceva, in precedenza, della prova al microfono di Andersen, battagliera per certi versi e nel complesso positiva, anche se talvolta non dotata di quel tiro superiore, che solo i grandissimi possono vantare di possedere. Non sempre, purtroppo, il singer dispone di refrain sufficientemente trascinanti per poter parlare di capolavoro: il risultato è buono, piacevole, l’album è accattivante ma non del tutto meritevole del ruolo di masterpiece assoluto: lo scettro rimane dunque a Tales of Terror, con quell’artwork colorato e ingenuamente minaccioso, raffigurante un boia armato fino ai denti; ora, in copertina finisce una sorta di cappellaio magico, in linea col titolo dell’opera. Sempre a riguardo del vocalism, bisogna annotare la prova globalmente valida del frontman, attivo con una timbrica particolare, un po’ troppo pulita ed heavy per il genere, collocabile in un’ipotetica media valutativa senza picchi eccezionali. Nel corso dell’ascolto potremo imbatterci in alcune schegge ultraveloci, le quali dimostrano come la formazione d’oltreoceano sia perfettamente capace di scatenare delle frenetiche serrate ultrathrashy, come nel caso delle arrembanti Plea of the Aged, Suicide e Nobody Lives Forever. Si distingue per eccellenza il gran drumworking di Tym Helton, compatto e moderno, considerata l’epoca nella quale il platter fu inciso; il batterista si dimostra perfettamente a proprio agio con il doppio pedale e con ritmiche martellanti, incessanti ma non per questo ignoranti, anzi: il ragazzo esibisce una buona dose di fantasia, peculiarità non troppo frequente in un genere così diretto e scarno, ancora meno se proiettiamo il giudizio agli anni ottanta, dove si badava all’essenziale senza nemmeno immaginare le soglie ultratecniche e terremotanti alle quali siamo abituati oggi. Le chitarre dello stesso Andersen e del valido David Stuart sono rocciose ed affilate al punto giusto, capaci di regalare assalti notevoli, guitar solos caldi e convincenti, oltre ad un vasto e pericolosissimo parco riff, che non farà che soddisfare le esigenze degli appassionati di micce brevi e imbizzarrite, sparate secche e con rincorsa furoreggiante su uno spartito energico. Se ci fermassimo qui, si potrebbe avere l’impressione di un disco eccellente e privo di difetti, ma non è propriamente così. Limitandoci alla prova tecnica dei singoli, infatti, potremmo avere riscontri di questo tipo, ma analizzando le tracce nel loro complesso, invece, vedremmo il giudizio globale tendere ad un ribasso generale, a causa di un’efficacia non sempre straripante sul singolo pezzo. È bene far grossa attenzione, perché stiamo comunque parlando di livelli compositivi molto alti, che molte band dei giorni nostri nemmeno possiedono: ricercando la massima resa, si rischia di sminuire canzoni comunque avvincenti e piacevolissime, che meritano di essere conosciute e ascoltate più e più volte.

L’opener e titletrack Death and Insanity è una sberla breve e concisa, posta come biglietto da visita: in appena due minuti e ventuno secondi vengono condensati tutti i canoni essenziali del thrash, ovvero rapidità esecutoria e aggressività pimpante, con tanto di chorus trascinante tipicamente in linea con il genere. Goblet of Gore fa sfoggio di un rifferrama affilato e potente, sostenuto da una robusta sezione ritmica: la sensazione che si fa largo dopo appena due tracce è quella secondo la quale questi ragazzi tentano con decisione di suonare ancora più duri che in passato. Essa viene ribadita, nel corso di questo brano, da una serrata base strumentale dai nervi tesissimi e da buoni momenti di adrenalina posti lungo lo scorrimento, a coronamento di un altro pezzo niente male. Senza incancrenirsi su un’unica direzione, la band concede spazio ad un roccioso e minaccioso mid-tempo come Lethal Tendencies, molto cupo ma forse eccessivamente lungo e prolungato, fattore troppo considerevole per non poter restare lievemente annoiati al termine dei quasi sette minuti complessivi; la breve intro Obituary fa da preludio alle tiranniche accelerazioni di Plea of the Aged, una mazzata violenta infarcita di energia che ribadisce prontamente l’essenza fast’n’furious del four pieces americano. Tuttavia le linee vocali sono qui soltanto discrete, come del resto la sezione solista. Similare alla precedente è Suicide, up-tempo che però non raggiunge nemmeno il minuto e mezzo di durata. Si rallenta nuovamente con D.I.E., oscura e pesante nel riffing e dotata però di un ritornello corale azzeccato, anche se nel complesso non irresistibile. Decisamente migliore è la strumentale Attack of the Iguana, un episodio emozionante che si avvia circospetto e poi va contorcendosi in lampi accelerati e rocciose sfaccettature dal riffato affascinante e squillante. Producendosi in un esercizio di heavy-thrash convincente quale Nefarious, imperniato su nevrotiche velocizzazioni e lanciandosi a capofitto nella sfuriata furibonda di Nobody Lives Forever, la band conduce a conclusione l’album riprendendo il tema portante dell’opener e titletrack; il disco si rivela sicuramente positivo e da avere a tutti i costi se ci si reputa appassionati di thrash underground del periodo d’oro.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
41.93 su 15 voti [ VOTA]
rik bay area thrash
Sabato 26 Marzo 2016, 17.55.06
9
Adesso con più calma e raziocinio sto cercando quei dischi all ' epoca, come si può dire, ehm persi per abbondanza di uscite (siamo a metà anni 80). Tra queste uscite 'perse' figurano gli hallow eve di death and insanity. Beh che dire ; a me il disco è piaciuto e anche parecchio. Vario, non unidirezionale, non annoia (per me). Ricordo adesso una recensione su un vecchio flash non troppo buona. A me è parso un buon prodotto e anzi ogni volta che lo ascolto mi sembra che migliori ulteriormente. Chissà quanti dischi meritevoli mi sono perso.... ma forse è meglio non saperlo, anche perché molti saranno introvabili o fuori mercato. Peccato.
The Nightcomer
Mercoledì 11 Luglio 2012, 9.37.41
8
Ciao Undercover! Ho presente la raccolta di cui parli. Hai fatto solo bene a prenderla: questa band all'epoca non fu di primissimo piano, forse anche perché esaurì in breve tempo le munizioni (parere personale), ma penso avrebbe meritato comunque qualcosa in più.
Undercover
Martedì 10 Luglio 2012, 0.16.23
7
ah, è un modo di dire molto comune qui quando compri una qualsiasi cosa per due soldi.
Er Trucido
Martedì 10 Luglio 2012, 0.16.15
6
Messaggio tagliato... M' immaginavo alla fiera del disco con la pasta della mensa a scambiarla per cd. Vabbè vado a dormire che è meglio XD
Er Trucido
Martedì 10 Luglio 2012, 0.13.03
5
Cavolo ottimo affare! Mi faceva sorridere l'espressione, tutto qui. M' immagine
Undercover
Martedì 10 Luglio 2012, 0.04.13
4
eheh manco dieci euro uscito da pochissimo, è del 2006 il box io l'ho preso a inizio 2007 son 4 cd come la vuoi chiamare?
Er Trucido
Martedì 10 Luglio 2012, 0.00.38
3
Una manciata di pasta?
Undercover
Lunedì 9 Luglio 2012, 23.57.46
2
@Ciao Nightcomer, io ho preso direttamente la raccolta che li contiene sino a Monument + una serie di live sono quattro cd alla fine la trovai a una manciata di pasta e mi diede l'opportunità di apprezzare questa band che sconoscevo sino al 2007.
The Nightcomer
Lunedì 9 Luglio 2012, 23.37.49
1
Concordo con la recensione: un buon album (lo acquistai nel 1987), ma il fascino del debutto rimase ineguagliato. Da dimenticare invece, per quanto mi riguarda, il successivo Monument.
INFORMAZIONI
1986
Metal Blade Records
Thrash
Tracklist
1. Death and Insanity
2. Goblet of Gore
3. Lethal Tendencies
4. Obituary
5. Plea of the Aged
6. Suicide
7. D.I.E.
8. Attack of the Iguana
9. Nefarious
10. Nobody Lives Forever
11. Death and Insanity (Reprise)
Line Up
Stacy Andersen (Voce)
David Stuart (Chitarra)
Tommy Stewart (Basso)
Tym Helton (Batteria)
 
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80
 
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