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Pallbearer - Sorrow and Extinction
( 3452 letture )
A giudicare dalle numerose uscite di alta qualità in ambito doom registrate lo scorso anno ed all’inizio dell’anno corrente, si può certamente affermare che il genere stia vivendo attualmente una sorta di seconda giovinezza. Paradossalmente, ad alimentarne ulteriormente la fiamma ed a renderlo ancora più vivo che mai ci pensa stavolta un “portatore di bare”, perché è praticamente questa la traduzione di Pallbearer, in linea, direi, con la tradizionale foschia che circonda e sfuma i contorni di un genere che per sua natura è indissolubilmente legato alla narrazione in note e versi di un tragico destino.
Nel caso specifico, esso è ben rappresentato, nell’artwork misterioso ed ultraterreno, dalla figura per niente rassicurante della morte che imperversa per mari e cieli, lasciando dietro di sé rovine e disperazione, ma aprendo anche un’inquietante porticina verso l’ignoto.
Pallbearer è un gruppo emergente proveniente dagli USA, cioè da una terra foriera di grandi rivoluzioni in campo metal ma tradizionalmente non proprio incline a questo tipo di sonorità (con le dovute eccezioni, naturalmente), sebbene da sempre inevitabilmente influenzata anche dalle tendenze del vecchio mondo. Formatisi quattro anni or sono, hanno mosso i primi passi in campo underground promuovendo un interessante demo (che ha riscosso parecchio successo e che è ancora adesso disponibile per il download gratuito) e ben presto hanno ottenuto un contratto dall’etichetta canadese Profound Lore Records che ha permesso loro di incidere questo debut album.
Sebbene la line up si sia consolidata solo con l’arrivo del batterista Chuck Schaaf (già membro degli sludger conterranei Deadbird e, prima ancora, degli Rwake), l’album è stato realizzato, in realtà, grazie al contributo del collega di ruolo Zach Stine, prima che questi decidesse di lasciare la band.
Non lasciatevi fuorviare dal fatto che si tratta di una band esordiente, dato che ascoltando questo album non se ne ha affatto la percezione; anzi il quartetto di Little Rock, Arkansas, mostra già doti tecniche certamente superiori alla media.

Date queste premesse, andiamo a scoprire insieme cosa in sostanza ci propongono gli americani. E’ presto detto: un doom solido e compatto, scevro di sovrastrutture o contaminazioni ma tutto proteso verso la tradizione “sabbathiana”, senza fronzoli di ogni sorta ma diretto e muscolare. Niente concessioni all’atmospheric, niente synth (eccezion fatta per il brano di chiusura, in cui tuttavia se ne fa un uso estemporaneo solo ai margini) o sezioni che scivolano verso il romanticismo, ma tutto è centrato sull’esternazione impetuosa del tormento, della desolazione, dello sgomento. Inoltre, per sgombrare il campo da eventuali erronee aspettative, anche gli ammiccamenti epici sono ridotti ai minimi termini.
Passando ad una disamina più incentrata sulla descrizione delle parti strumentali, se è pur vero che talvolta il ritmo si presenti cadenzato ed a tratti letargico, è anche vero che più spesso il drumming esibisca un dinamismo medio con alternanza di pelli e piatti (soprattutto questi ultimi sono molto vivi e incisivi), mentre il basso ed una chitarra abbassata di qualche tono scandiscono il tempo in sincronismo, somministrando uno stillicidio di roboanti riff distorti con implacabile insistenza.
Cavalcando l’onda della robusta cornice ritmica, la chitarra solista imposta spesso la linea melodica su toni moderatamente più alti, viaggiando su binari talvolta più spediti ma in genere in linea con il contesto.
La voce del frontman della band, Brett Campbell, ricorda poi in modo impressionante quella del giovane Ozzy nel periodo più indimenticabile della sua carriera (i primi anni settanta), quando, entrando in una sorta di stato di “trance”, si lasciava andare a quel cantato con toni medio-alti letteralmente ipnotico, avulso dalla realtà, riuscendo a risucchiare l’ignaro ascoltatore nell’incanto del suo mondo surreale, onirico. Il paragone è fin troppo scontato, in fondo basta ascoltare anche distrattamente per pochi secondi le parti vocali per rendersene conto, così come sarebbe semplice qui citare alcuni dei suoi innumerevoli emuli; invece, dato che al solito il subconscio gioca strani scherzi, nei momenti di maggiore concitazione mi è sembrato di risentire anche i versi acuti e paranoici di Perry Farrell (Jane’s Addiction), ma probabilmente si tratta di un’impressione puramente soggettiva.
Ad ogni modo, la linea vocale (sempre lievemente in echo) non toglie mai spazio agli strumenti, né in termini di intensità né di presenza scenica, che anzi risulta piuttosto ponderata e ben dosata nell’economia dei brani, entrando talvolta solo per spezzarne fugacemente la maestosità o per alimentarne la drammaticità.

Le pause sono invece affidate semplicemente agli strumenti a corda classici o acustici, come nella prolungata ma toccante intro di Foreigner, che quasi prepara l’ascoltatore all’estenuante e lacerante percorso che lo attenderà di lì a breve. Difatti, tutte le tracce dell’album hanno un minutaggio superiore agli otto minuti, ma, tra tutte, quella iniziale è la più lunga: dodici minuti e mezzo vissuti intensamente, in una lenta ed inesorabile agonia, in cui i suoni bassi e distorti risuonano nei padiglioni auricolari causando sensazioni di puro godimento. E’ “l’ebbrezza della lentezza”, è puro dolore, pura sofferenza, che, procedendo con passo bradipico e ragionato ma anche fermo e deciso, lascia una profonda impronta nell’anima, trasformandosi in esaltazione e fremito interiore. Non importa che il brano in questione duri così tanto e che in fondo non sperimenti significative variazioni al suo interno. Se si riesce a sintonizzarsi con le sue possenti onde lunghe, non è difficile farsi trasportare persino perdendo la cognizione del tempo.
A seguire, gli unici due brani estratti dal demo, vale a dire Devoid of Redemption e The Legend, che a mio avviso rappresentano il cuore pulsante dell’intero platter. Naturalmente, non si tratta di una semplice ristampa, quanto del risultato di un accurato nuovo lavoro di registrazione, rielaborazione e bilanciamento dei suoni e delle parti canore, con un indubbio miglioramento nella produzione rispetto alle versioni originali. Da segnalare l’intro di The Legend, in cui, prima dell’entrata di tutti gli altri strumenti, il basso esce allo scoperto collocandosi da solo al centro della scena, intrattenendo l’ascoltatore con la sua elegante sontuosità e finendo quasi per interloquire con l’ascia melodica. Per il resto di tratta di un brano coinvolgente, sporadicamente spezzato da tonanti decelerazioni ed impreziosito dalla performance canora particolarmente carica di tensione emotiva.
Eppure, a mio avviso, il brano più riuscito è Devoid of Redemption, che colpisce fin dalle prime note per la sua frenesia, per il suo avanzare incalzante e mastodontico come un treno ormai avviato verso una corsa inarrestabile; tuttavia, in extremis, come se di colpo si trovasse di fronte ad un ostacolo insormontabile, subisce un brusco rallentamento, accompagnato da urla pungenti e prolungate fino allo spasimo.
Quasi di riflesso, di contro, An Offering of Grief sembra sperimentare un percorso diametralmente opposto, in un graduale crescendo che ben presto sfocia nella schizofrenia vera e propria, fino a ripiombare nel silenzio e ad infliggere un ultimo ma cruciale colpo di coda.
Infine, il compito di chiudere i battenti è assegnato a Given to the Grave, un brano prevalentemente (ma non del tutto) strumentale impostato su una chiave più meditativa ed introspettiva, imperniato su un delizioso giro armonico composto ed eseguito da Devin Holt e poi concesso all’improvvisazione dei musicisti.
Dal punto di vista tematico, si tratta peraltro dell’inevitabile conclusione della storia, che nella sua tragicità lascia comunque un fievole spiraglio alla speranza; ma sarà veramente conclusa questa storia? Speriamo vivamente che abbia un prosieguo nel futuro, perché la band ha veramente tutte le carte in regola per regalarci ancora grandi emozioni.

Di sicuro, però, giunge qui la conclusione di questa trattazione e mi corre l’obbligo di emettere un giudizio chiaro e conciso su questo lavoro. Si tratta, in sintesi, di una vera e propria “perla” imprescindibile per gli amanti del doom puro, classico, sebbene appesantito da toni gravi particolarmente intensi da far vibrare i woofer (in certi momenti) persino violentemente, senza pertanto discostarsi fin troppo da quelli adottati in ambito doom-death. In più, questo album potrebbe rappresentare un ottimo veicolo di prova per coloro i quali, pur non essendo particolarmente orientati verso il genere in se, intendessero, anche solo per curiosità, addentrarsi in questo straziante ed, allo stesso tempo, inebriante percorso caratterizzato da una rimbombante lentezza; potreste finire per accorgervi che, in verità, non stareste facendo altro che tornare alle radici, raccogliendo i frutti di una tradizione ancora vitale che in fondo accomuna tutti gli amanti del metal.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
51.45 su 20 voti [ VOTA]
foda
Giovedì 22 Agosto 2013, 20.11.56
4
buon DOOOM
piggod
Sabato 14 Aprile 2012, 16.36.37
3
Molto bello.
Edylc
Venerdì 13 Aprile 2012, 20.42.48
2
Come già dissi nella news dello streaming e nella recensione dei Pale Divine è un disco bellissimo, un gioiellino, una perla. Consigliatissimo.
Undercover
Venerdì 13 Aprile 2012, 20.41.51
1
Eh va beh, nulla da commentare, tanto so già che mi tocca prenderli visto che li seguo dal demo.
INFORMAZIONI
2012
Profound Lore Records
Doom
Tracklist
1. Foreigner
2. Devoid of Redemption
3. The Legend
4. An Offering of Grief
5. Given to the Grave
Line Up
Brett Campbell (Vocals, Guitars)
Devin Holt (Guitars)
Joseph D. Rowland (Bass)
Chuck Schaaf (Drums)
 
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