Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Dirge
Lost Empyrean
Demo

In Autumn
Greyerg
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

21/12/18
WITCHING HOUR
...And Silent Grief Shadows the Passing Moon

21/12/18
JON SCHAFFER`S PURGATORY
Purgatory

21/12/18
BLOOD FEAST
Chopped, Diced and Sliced

21/12/18
IN SHADOWS AND DUST
Enlightened By Darkness

23/12/18
ICE WAR
Manifest Destiny

23/12/18
MALVENTO/THE MAGIK WAY
Ars Regalis

23/12/18
BOLTHORN
Across the Human Path

24/12/18
BEATEN TO DEATH
Agronomicon

30/12/18
FERAL
Flesh for Funerals Eternal

04/01/19
LEGION OF THE DAMNED
Slaves Of The Shadow Realm

CONCERTI

18/12/18
A PERFECT CIRCLE
MEDIOLANUM FORUM - ASSAGO (MI)

19/12/18
A PERFECT CIRCLE
PALALOTTOMATICA - ROMA

21/12/18
METHEDRAS
THE ONE - CASSANO D'ADDA (MI)

21/12/18
SPLEEN FLIPPER
OFFICINE SONORE - VERCELLI

21/12/18
AMTHRYA + DANNATI + EFYD
BLUE ROSE SALOON - BRESSO (MI)

22/12/18
METHEDRAS
L'ANGELO AZZURRO - GENOVA

22/12/18
NANOWAR OF STEEL
EXENZIA DER CLUB - PRATO

22/12/18
DEWFALL + FYRNIR
EVILUTION CLUB - ACERRA (NA)

22/12/18
NATIONAL SUICIDE + ADVERSOR + UNORTHODOX
THE FACTORY - VERONA

22/12/18
PARMA METALHEADZ FESTIVAL
CAMPUS INDUSTRY - PARMA

David Bowie - Hunky Dory
( 4046 letture )
Per antonomasia, le arti umane sono sette, ma cosa succede quando una di queste sette arti si fonde con un’altra? Facendo un esempio dei nostri giorni, potremmo avere a che fare con un film campione d’incassi che gode di un’ottima colonna sonora (cinema e musica); o ancora, potremmo trovarci di fronte ad un capolavoro d’architettura, abbellito da notevoli esempi scultorei. E quando c’è di mezzo la musica? Attenendoci al nostro campo di analisi (il rock e le sue più dirette evoluzioni), è facile trovare esempi di unione artistica tra musica e poesia, o tra musica e cinema. Proprio quest’ultimo, esplicitato nell’antica connotazione teatrale, è facilmente associabile a numerosi artisti, eccentriche -e geniali- personalità che hanno associato il loro nome alla storia del rock e, conseguentemente, alla storia degli ultimi sessant’anni della nostra esistenza. David Bowie è, in poche parole, uno dei maggiori intenditori dell’espressione artistico-teatrale in musica. Ciò che traspare dalla sua musica va al di là di qualunque classificazione canonica, viene venduto generalmente come pop rock, ma sarebbe irrisorio limitarsi ad una mera classificazione di questo tipo. Quello di Hunky Dory non è ancora completamente il Bowie visionario e dai numerosi riferimenti cinematografici che impareremo a conoscere meglio soprattutto nel successivo Ziggy Stardust, ma si tratta senza dubbio di un Bowie già fortemente ispirato, anche se forse non allo stesso livello del precedente The Man Who Sold the World che fece subito gridare al capolavoro. Da quest’ultimo, Hunky Dory si differenzia per una minor caratterizzazione rock, a favore di elementi molto più melodici e pop-oriented. Affiancato dal fidato chitarrista Mick Ronson, già presente in Space Oddity, dal batterista Mick “Woody” Woodmansey, dal bassista Trevor Bolder e dal pianista Rick Wakeman, anch’egli presente in Space Oddity, Bowie iniziò a delineare le trame principali delle sue future canzoni e a condividerle col suo gruppo. Nel dicembre del 1971, dopo alcuni mesi di lavorazione, l’album, registrato nei Trident Studios di Londra, vide la luce, portando con sé una ventata di novità, dovuta ad un processo di composizione e registrazione molto più rigoroso di tutti i precedenti album del Duca Bianco.

Se Hunky Dory segna un mutamento, stilistico ma anche musicale, dell’arte di David Bowie, la canzone d’apertura, Changes, è l’emblema stesso del disco. Costruita attorno alle leggiadre note del piano di Wakeman, la composizione si avvale di un ritmo tutto sommato vivace e il cantato passa da momenti prettamente atmosferici, come nelle strofe, ad altri ben più musicali, come nel ritornello. Pur non avendo conseguito da subito il successo che si meritava, finendo al massimo al 41° posto nelle classifiche, questa canzone è diventata in seguito un vero e proprio marchio di fabbrica della musica di Bowie, fino ad essere considerata oggigiorno un classico. Il tempo cambia i giudizi, quindi, e da questo punto di vista assume un valore significativo la frase conclusiva del ritornello:

“Time may change me, but I can’t trace time.”

La realtà quotidiana spaventa il cantante inglese al punto da fargli scrivere un testo con tematiche molto vicine alla filosofia del Superuomo (o ancor meglio, dell’Oltreuomo) teorizzata dal tedesco Nietzsche. A detta di Bowie, i bambini, così eccessivamente travolti dal bombardamento mediatico, coi loro volti così raggianti, non sono altro che l’inizio di una nuova razza, senza più alcuna appartenenza a ciò che li lega al mondo familiare. Lo si può ben notare da questi versi:

“Look out at your children see their faces in golden rays, don’t kid yourself they belong to you they’re the start of a coming race.”

Dal punto di vista musicale, la canzone si ricollega molto alla precedente Changes, presentando toni aggraziati ed una fortissima presenza del piano, a costituirne la trama principale. Il ritornello è di quelli che han fatto storia, coi suoi cori e quel semi-falsetto alla Beatles che tanto piace al grande pubblico. La traccia si collega alla successiva Eight Line Poem, che poggia esclusivamente su chitarra e piano, mantenendo dei ritmi assai blandi. Nell’economia del disco, il brano tende a scomparire, almeno se paragonato agli altri qui presenti. Si riacquista vigore, infatti, solo con Life on Mars?, che si avvale comunque di un inizio lento dovuto all’ormai nota presenza principale del piano, su cui poggia una voce carica di tensione che a sua volta apre alla chitarra e agli strumenti ritmici. La canzone, che ci fa mostra di un testo quantomai surreale e di ardua interpretazione, è considerata tra le migliori dell’intero repertorio dell’artista inglese. Perfetto connubio tra scenari fantastici ed una mescolanza apparentemente illogica di personaggi noti, ma senza immediati legami storico-artistici (John Lennon e Mickey Mouse, per fare un esempio), il tutto viene calibrato magnificamente con l’inserimento di archi ed arrangiamenti di vario tipo, merito del pianista Rick Wakeman e del chitarrista Mick Ronson. La piacevole ma non indimenticabile Kooks è dedicata invece al figlio Zowie (che era appena nato quando Bowie scrisse il testo provvisorio) ed è una sorta di presa di coscienza sul fatto che rimanere coi genitori, per il figlio, sarebbe stato come vivere con una coppia di svitati. Autoironia a parte, il testo risulta comunque una bella dichiarazione d’amore per il figlio appena venuto al mondo. L’acustica Quicksand fa capire come, su Hunky Dory, di rock alla The Man Who Sold the World non ce ne sarà nemmeno l’ombra. A differenza di Kooks, gli intenti si fanno più “seri”, ma allo stesso tempo più difficili da analizzare. Le liriche sono -come spesso accade- intricate e misteriose e la scorrevolezza della canzone la si deve per la maggior parte alle atmosfere leggere derivanti dagli archi e dal piano, oltre che, naturalmente, dalla leggiadra voce del cantante britannico. Vivace e ricca di spunti è la bella Fill Your Heart, rifacimento del brano dei cantautori americani Biff Rose e Paul Williams, in cui Bowie si fa notare anche al sax, canzone dai ritmi jazzati e dallo spirito free tipico del movimento hippy (a cui il singer fa più volte riferimento, direttamente o indirettamente, nei suoi lavori). Ma una maggiore enfasi viene affibbiata all’ultima parte dell’album, in cui canzoni come Andy Warhol, Song for Bob Dylan e Queen Bitch lasciano poco spazio a fraintendimenti, liberando tutte quelle idee ed influenze cinematografiche che Bowie sfrutta a suo modo nelle proprie composizioni. Andy Warhol comincia con un divertente scambio di battute tra il produttore Ken Scott e lo stesso Bowie, che, non soddisfatto della pronuncia di “Warhol” del primo, lo corregge dicendogli quella giusta. La canzone vera e propria ha però inizio con le due chitarre che, coi loro ritmi latini, rendono il brano uno dei migliori del disco dal punto di vista strettamente musicale. Nel testo viene reso omaggio ad Andy Warhol per aver dato nuova vita ad un celebre motto di Oscar Wilde, secondo cui “o si è un’opera d’arte o la si indossa”. La successiva Song for Bob Dylan può essere letta come una canzone di protesta, rivolta proprio al folk rocker statunitense. Non è del tutto chiara la vera intenzione del testo, ma è risaputo che a quel tempo Bowie sentiva il bisogno della presenza di un ruolo da leader nel rock. E forse a qualcuno mancava la forza per farlo. La penultima traccia, Queen Bitch, è sicuramente la canzone più diversa del disco: possiede una grande dose di energia rock, grazie soprattutto alle chitarre e alla mancanza del piano che aveva invece caratterizzato tutte le altre canzoni, e la voce di Bowie è qui palesemente influenzata da quella del leader dei Velvet Underground, l’americano Lou Reed. Più che cantare la canzone, Bowie sceglie di parlarla, narrarla. E ne esce fuori un brano riuscitissimo e più che mai adatto a ravvivare l’animo dell’ascoltatore, finora “forzato” ad una sensazione generale di leggera pacatezza. La conclusiva The Bewlay Brothers è stata interpretata come una trascrizione del rapporto di Bowie col fratello, malato di schizofrenia, e lo stesso singer d’oltremanica ammise la veridicità di questa interpretazione. La canzone resta una delle più introspettive dell’intero lavoro e anche musicalmente la sensazione di inquietudine che riesce a trasmettere è senz’altro molto forte.

Addentrarsi oltre nei meandri di Hunky Dory è un compito che lascio volentieri a voi, com’è giusto che sia, ma innegabile e doveroso è il merito che va attribuito a quest’album per la sua enorme mole d’innovazione all’interno della scena rock mondiale. Un artista come David Bowie ha dato molto più di quello che ci si potrebbe immaginare al mondo della musica, contribuendo a rivestirla ed integrarla con uno stile del tutto particolare. L’originalità che emanano i suoi dischi è qualcosa che le nuove leve dovrebbero prendere ad esempio. La libertà d’immaginazione dovrebbe essere messa al primo posto in un’ipotetica scala di priorità, e non certo il saper eseguire alla perfezione il proprio modesto compitino.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
76.78 su 42 voti [ VOTA]
Antonio
Lunedì 29 Gennaio 2018, 12.47.52
13
Ahahahha solo 82 a questo capolavoro, come sempre i medallini non capiscono cazzo di musica. Album da 100 altro che 82.
Lorenzo
Giovedì 25 Maggio 2017, 12.41.47
12
Album struggente. Negli arrangiamenti con il pianoforte trovo una delle massime espressioni di Bowie (si pensi anche a "Transformer" di Lou Reed, al quale Bowie e Ronson fornirono gli arrangiamenti - con le indimenticabili Perfect Day, satellite of Love, etc.). Assolutamente imperdibile.
Rob Fleming
Sabato 16 Gennaio 2016, 12.14.48
11
Solo Ziggy gli è superiore. Capolavoro vero in cui ogni brano meriterebbe una recensione a sé. Tra le tante mi piace ricordare Song for Bob Dylan in cui Bowie ricalca il modo di comporre e cantare di Dylan. E il meglio deve ancora arrivare
Hank Moody
Giovedì 17 Luglio 2014, 22.43.15
10
Disco emblema della poliedricità ed ecletticità di Bowie, non ne rappresenta l'apice della carriera, ma l'intermezzo tra i 2 picchi principali (The Man Who Sold The World e Ziggy Stardust). Da ascoltare e riascoltare in ogni caso. Voto 87
Swan Lee
Sabato 15 Giugno 2013, 21.11.38
9
Pochi cazzi. Un capolavoro. Uno dei pochissimo dischi pop che annovero a capolavoro. Si, perchè questo è un disco pop, ma di qualità assoluta. Ce l'ho in vinile. Meraviglioso! Voto : 99
ENRI SIXX
Martedì 5 Giugno 2012, 14.27.01
8
CAPOLAVORO ASSOLUTO , DA AVERE ASSOLUTAMENTE
conte mascetti
Martedì 5 Giugno 2012, 12.09.18
7
Il duca bianco non delude mai. ottimo album, con quella LOM che fece storia.
tribal axis
Martedì 22 Maggio 2012, 1.26.00
6
bellissimo. da avere assolutamente.
Electric Warrior
Giovedì 17 Maggio 2012, 18.44.50
5
Ennesimo disco stupendo di Bowie, anche se contraddistinto da quell'ingenuità che sfocerà poi nel successivo, straceleberrimo "Ziggy Stardust and The Spiders From Mars". Due grandissimi dischi, che oscurano però quel capolavorone del 1970 che risponde al nome di "The Man Who Sold The World", primo disco maturo dell'artista inglese.
il vichingo
Giovedì 17 Maggio 2012, 16.31.22
4
Disco eccellente. Un altro clamoroso buco nella mia discografia... :
Peppe
Giovedì 17 Maggio 2012, 13.22.20
3
Devid canti bene ma fai skifo
ENRI SIXX
Mercoledì 16 Maggio 2012, 9.16.52
2
DISCO CAPOLAVORO DA AVERE ASSOLUTAMENTE !!!!!
AdemaFilth
Martedì 15 Maggio 2012, 18.14.38
1
Life on Mars? vale da sola l'acquisto del disco, per fortuna però c'è tanto altro!
INFORMAZIONI
1971
RCA Records
Rock
Tracklist
1. Changes
2. Oh! You Pretty Things
3. Eight Line Poem
4. Life on Mars?
5. Kooks
6. Quicksand
7. Fill Your Heart
8. Andy Warhol
9. Song for Bob Dylan
10. Queen Bitch
11. The Bewlay Brothers
Line Up
David Bowie (Voce, Chitarra, Sax, Pianoforte)
Mick Ronson (Chitarra, Mellotron)
Rick Wakeman (Pianoforte)
Trevor Bolder (Basso, Tromba)
Mick “Woody” Woodmansey (Batteria)
 
RECENSIONI
85
81
87
90
88
94
90
70
89
90
90
89
82
90
80
75
ARTICOLI
10/04/2011
Articolo
DAVID BOWIE
A New Carrier In A New Town
 
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]