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Serenity Broken - Commercial Suicide
( 457 letture )
Grecia: terra di Dei, ninfe, filosofi... E di heavy metal.
Sì, perché il movimento greco brulica di vita e offre numerosi esempi di band che scalpitano per emergere in superficie, dall'underground in cui è relegato, all'attenzione internazionale. Il fermento che caratterizza tutta la scena è pari solo, forse, all'anonimato (o quasi) che godono, una considerazione ben al di sotto dei reali meriti e valori messi in campo. E questo è tutto fuorché retorica. Si prenda ad esempio la teatralità gothic d'avanguardia dei Dakrya, i micidiali tritaossa Dexter Ward (consigliatissimo per gli amanti delle sonorità NWOBHM l'album Neon Lights dello scorso autunno: sembra di ascoltare un classico del genere di quegli anni, spettacolare), l'istituzione black metal Rotting Christ e i Necromantia, l'occultismo death metal a tratti atmosferico dei Septicflesh, i thrasher Suicidal Angels, il power metal ispirato dei Firewind del celebre Gus G. e i più ancorati ad un'estetica epica Wolfcry, i promettenti progster Innosense... Potrei continuare ancora per molto, ma a poco servirebbe all'economia di questa recensione. Insomma, un esercito, una schiera di validi interpreti dell'heavy metal contemporaneo in ogni sua sfumatura.
Tra di loro la band che vi andrò a recensire è una sorta di voce fuori dal coro, una band dalla proposta musicale non così comune tra i confini ellenici. Si tratta dei debuttanti Serenity Broken, che con questo autoprodotto Commercial Suicide dimostrano carisma e personalità da vendere, mettendo sul piatto (quasi) tutte le loro carte -come andremo a vedere-, risultando convincenti e coinvolgenti al tempo stesso: crudezza post-grunge che si alterna al maggior dinamismo hard rock, riffs tonanti e granitici di matrice groove o più armonici e scattanti, voce dall'estensione e timbrica eccellenti (sembra quasi un marchio di fabbrica greco, standard vocali di grande livello e ottima fattura, non c'è che dire), una voce che ricorda il leggendario Layne Staley nei passaggi più lenti, o Sully Erna, il Corey Taylor stonesouriano nei frangenti più sostenuti, o altri ancora in distinti frangenti: corde vocali di grande tecnica, insomma, che sembrano aver letteralmente e fisicamente risucchiato a sé le proprie influenze musicali. Infine, un basso-batteria sempre all'altezza della situazione, che se da un lato non eccelle, come invece dimostrato dalla guest star nella finale bonus track, dall'altro perlomeno non si dimostrano mai sottotono o non convincenti.

Ma inseriamo il CD nel lettore e schiacciamo play: basta chiacchere.
L'introduzione hard rock dal sapore southern dell'opener accoglie in un crescendo d'intensità l'ascoltatore, sfociando in un riffing groovy e trascinante: continui sali-scendi caratterizzano questa Tattooed Heart, leit motiv di molti dei brani qui presenti, fino all'esplosivo finale rabbioso e graffiante. L'adrenalina e quel certo godimento sottopelle non hanno nemmeno il tempo di calare che Shadows rincara la dose fin dalla prima nota donandoci, attraverso una prova più che convincente, uno dei pezzi più riusciti dell'album, degno dei migliori Stone Sour, mi verrebbe da dire. Complice una ritmica veramente devastante e serrata e l'eccellente voce di Aris, la cui versatilità è in grado di esaltare a più riprese i "malcapitati" timpani dell'ascoltatore. I toni e le sonorità poco o nulla cambiano con la strafottente e cadenzata Slip Up, mentre è con la successiva che le sonorità sembrano virare su coordinate più marcatamente post-grunge: strofa calma-ritornello esplosivo. Alone? ispessisce le frequenze, dunque, i ritmi si abbassano e si appesantiscono per liberarsi in tutta la loro veemenza nei refrain; da segnalare il primo solo presente nella release ed un riff finale "à la Greg "Gurg" Tibbett". Una martellante sezione ritmica che non concede tregue e gli ormai onnipresenti groove delle sei-corde del duo Papadopoulos/Methenitis pennellano i contorni della quinta traccia Our Hate. Dalle tinte più leggere e sgargianti invece è Right In Me, l'episodio più ricco di solos, il quale riesce ad offrire qualche nuovo spunto e sfumatura. La malinconica intro di Another Fading Memory apre le porte ad un brano in crescendo, rabbioso e granitico nel ritornello, ma dà l'impressione di già sentito rispetto alle precedenti tracce: non pienamente convincente. A tratti addirittura d'ispirazione nu metal la seguente Def, song robusta dalla sezione ritmica impazzita, piena di accellerazioni, cambi di tempo, di sicuro non noiosa, dal forte impatto in ogni suo sviluppo: difficile non farsi prendere e trascinare in un liberatorio headbanging. Piacevole (ma senza scomporci più di tanto) Deception, la quale ha forse il compito di mantenere i volumi sopra una certa soglia di guardia in vista del trittico finale: si parte con gli echi alla Alice In Chains che costellano la tumultuosa e ritmata Beat It Outta Me, un hard rock sporco e malsano che di certo convincerà i palati più esigenti e regalerà un po' di sana nostalgia agli estimatori delle sonorità americane anni '90. Sweet Mistake ha molto da tributare alle sonorità post-grunge più intransigenti, in prima battuta nella struttura, caratterizzata dal convincente contrasto calma-esplosione che, alternandosi, si fanno portatrici di grande carica. La traccia, in realtà, precede dopo una lunga pausa una ghost track attorno al nono minuto, una parentesi delicata e riflessiva... L'altra faccia purtroppo, e colpevolmente direi, non sviluppata e mostrata a dovere dai Nostri. Ascoltare, infine, Def reinterpretata col fenomenale batterista dei Nile, George Kollias, è come farsi sorprendere da un caccia bombardiere in piena fase REM, e dimostra come anche un singolo elemento in una band possa cambiare le vesti di ogni brano e mutare persino il volto all'intero sound. Sembra di avere a che fare con un brano degli Slipknot, se non fosse per passaggi vocali ariosi in più d'un frangente: ascoltare per credere.
Di questa valida release c'è sicuramente da sottolineare quanto risulti esser protagonista la figura del frontman Aris, il cui eclettismo al microfono è in grado di fare il bello e il cattivo tempo, di imprimere accellerate ai limiti del metal più estremo coi suoi scream al fulmicotone o di intingere di blues i passaggi più lenti, con una voce piena e ruvida, calda al punto giusto. È sulle sue doti vocali che poggia la varietà di registri presentata, sul suo carisma che verte la personalità di ogni brano, oltre che l'anima: sue infatti tutte le lyrics e un'interpretazione da 90.

Un debutto di grande livello questo Commercial Suicide, capace com'è di far propria la lezione impartita da innumerevoli band simbolo dell'alternative e di riproporla con versatilità e padronanza da veterani. Le idee sono senz'altro buone e i picchi compositivi ottimi, ma dopo il godibile ascolto si ha la sensazione che manchi qualcosa, che le carte a disposizione non siano state giocate al meglio: la proposta musicale, infatti, per quanto lodevole e piena di spunti, si mantiene sempre sulle stesse frequenze nel complesso, risultando forse un po' monocorde e piatta sulla lunga distanza; avrei sicuramente visto bene la presenza di un paio di ballads o comunque di episodi più melodici a diversificare ed arricchire il tutto, per quanto siano già presenti qua e là momenti meno tirati sulla scia della ghost track, per intenderci, che avrebberp fatto compiere quell'ulteriore salto in avanti facendo di certo lievitare qualità e voto.
Promettenti.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
85.5 su 4 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2012
Autoprodotto
Alternative Metal
Tracklist
1. Tattooed Heart
2. Shadows
3. Slip Up
4. Alone?
5. Our Hate
6. Right In Me
7. Another Fading Memory
8. Def
9. Deception
10. Beat It Outta Me
11. Sweet Mistake
12. Def (Bonus track)
Line Up
Aris Louziotis (Voce)
Andreas "Andy" Papadopoulos (Chitarra)
Marios Methenitis (Chitarra)
Loukas "Lucas" Tsambanis (Basso)
Victor Pasagiannidis (Batteria)

Musicisti Ospiti
George Kollias (Batteria su traccia 12)
 
 
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