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Magnum - On the 13th Day
( 2788 letture )
I Magnum sono una garanzia, questo è poco ma sicuro. Difficile, quasi impossibile, trovare molte altre band che possano vantare una discografia così tanto valida e costante sulla lunga distanza. Da quel 1978, anno di uscita del loro primo album, Kingdom of Madness, al 2012, di tempo ne è passato, ma ben poca è la differenza se si tiene conto di quanto prodotto in questo lungo lasso di tempo. Addirittura formazioni inossidabili come Iron Maiden e Judas Priest sono riuscite a variare (se in meglio o in peggio sta a voi giudicarlo) in parte il proprio stile, i primi riprendendo le influenze prog dei Seventies nell’ultimo The Final Frontier, i secondi tastando il terreno del metal sinfonico con il concept album Nostradamus, ma non sono poche le band che hanno deciso di proseguire sulla strada intrapresa tanti anni prima: AC/DC e Kiss sono i primi nomi che possono saltare alla mente a chiunque di noi, ma tra questi non mancano nemmeno i Magnum della fortunata coppia Catley/Clarkin. Qualcosa però è cambiato anche per la band inglese. Dalle influenze marcatamente prog di fine anni Settanta ed inizio anni Ottanta si è passati a dischi man mano più maturi e coesi, fino all’attuale denominazione di AOR (Adult Oriented Rock) band. La proposta dei cinque si è fatta infatti più “commerciale” -con tutte le virgolette del caso- rispetto al passato ed il potenziale di pubblico raggiunto e raggiungibile è conseguentemente più ampio che mai. Ne deriva che a qualcuno la strada intrapresa, per quanto coerente con lo stile generalmente attribuibile alla band britannica (rock melodico era e rock melodico resta), possa non entusiasmare più di tanto o addirittura far storcere il naso. Lontani sono i tempi in cui le progressioni ritmiche e le sperimentazioni melodiche caratterizzavano la musica dei Magnum, è oramai arrivato il tempo per i Nostri di consolidare quanto di buono fatto finora adagiandosi comodamente -ma anche dignitosamente- sugli allori. Giusto o no che sia, questo è On the 13th Day.

Andando a scrutare più da vicino le tracce qui presenti troveremo una marcata predisposizione verso la cosiddetta “melodia facile”, che certo è un tratto distintivo della band britannica, ma mai è stata così prepotentemente protagonista a discapito della complessità delle singole composizioni come in questo specifico caso. Le strutture dei singoli pezzi sembrano infatti seguire pedissequamente un ben preciso canone: riff di chitarra accattivante, numerosi inserti melodici di tastiera, reparto ritmico che si limita a seguire la canzone senza eccedere in alcun tipo di manierismo, e per finire una linea vocale preponderante che, come era lecito aspettarsi, è il vero punto forte del disco.
L’introduttiva All the Dreamers è la tipica traccia alla Magnum, forse la più similare alle sonorità di The Visitation: magniloquenta nel suo incedere, quasi onirica nella linea vocale iniziale, si protrae per sette buoni minuti in cui fortunatamente le sensazioni rimangono positive fino alla fine. Con la seconda traccia entriamo nella intenzioni più rockettare dei cinque musicisti britannici: il riff portante è molto heavy, ma le tastiere e soprattutto la voce di Bob Catley contribuiscono a dare quel tocco melodico che certo non poteva mancare; da brividi inoltre l’assolo che ci porta verso la parte finale. Le piacevoli sorprese continuano con Didn’t Like You Anyway, canzone dai toni particolari, molto atmosferica ma vivace nel suo incedere. Purtroppo tocca alla seguente titletrack inaugurare i momenti calanti dell’album, accompagnata da Broken Promises e From Within, canzoni che non ho paura a definire semplici riempitivi, seppur non così negative da inficiare in modo significativo sul risultato finale. Dopo la ballata So Let It Rain (non riesco a togliermi dalla testa la convinzione che intorno al terzo minuto ci sia una parte che rimanda direttamente alla colonna sonora di Tarzan cantata da Phil Collins), esageratamente radiofonica e forse un po’ troppo ripetitiva, a cui va ad aggiungersi Putting Things in Place, meno bella ma ugualmente toccante, è tempo di tornare sui gradini più alti del podio con Dance of the Black Tattoo, Shadow Town e See How They Fall. Questo trittico di brani sono quanto di meglio sia presente all’interno dell’intero disco: la prima, col suo incedere aggressivo, si fa apprezzare e soprattutto si distingue per delle caratteristiche proprie dalle altre tracce; Shadow Town e See How They Fall sono canzoni facilmente riconducibili allo stile Magnum, la prima in particolare, e si pongono perciò a priori su buoni livelli. Da manuale la prestazione vocale di Catley, così come quella di Clarkin e di Stanway, davvero ottimo dietro le tastiere, mentre nel complesso nulla di particolare emerge dal lavoro di basso e batteria. Ma chi ha mai detto che sia necessario andare sul difficile per creare delle belle canzoni?

Dopo svariati ascolti posso affermare che la nuova fatica discografica dei Magnum sia una prova sicuramente molto valida -come sempre del resto- ma faccia fatica anche solo ad avvicinarsi al precedente The Visitation, album nettamente più riuscito sotto molti punti di vista, prima fra tutti la qualità effettiva delle canzoni. Nulla da segnalare per quanto riguarda il lavoro in fase di produzione, curato evidentemente nei dettagli, e nulla pure per quanto riguarda la prova dei singoli, una volta di più affermatisi come musicisti di primissimo livello. Il fatto che probabilmente ci fa guardare ai Magnum come ad una formazione così tanto affidabile è la loro continuità, incredibilmente ineccepibile da più di trent’anni. E allora non possiamo che gioire, anche quando ciò che ci viene proposto è “solamente” un album gradevole e nulla più. Questo è On the 13th Day.



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
92 su 5 voti [ VOTA]
Invictusteele
Mercoledì 18 Febbraio 2015, 12.53.39
4
Splendido, il voto è bassino per un disco di tale caratura. 88 per me
Sandro70
Martedì 23 Ottobre 2012, 11.26.52
3
Ennesimo grandissimo album dei Magnum che sarà ignorato da quasi tutti. Mi piange il cuore vedere la gente ascoltare ,fare montagne di commenti a dischi inutili ( tipo Wintersun ) e non conoscere i veri eroi della nostra musica.
Benji
Mercoledì 26 Settembre 2012, 11.43.01
2
un album veramente piacevole
Lizard
Mercoledì 26 Settembre 2012, 0.42.04
1
Eh lo temevo... Ma, al tempo stesso, sono contento che pur essendo un disco un po' di mestiere, siano comunque capaci di mantenere un livello più che dignitoso. Lo ascolterò con piacere
INFORMAZIONI
2012
Steamhammer/SPV
AOR
Tracklist
1. All the Dreamers
2. Blood Red Laughter
3. Didn’t Like You Anyway
4. On the 13th Day
5. So Let It Rain
6. Dance of the Black Tattoo
7. Shadow Town
8. Putting Things in Place
9. Broken Promises
10. See How They Fall
11. From Within
Line Up
Bob Catley (Voce)
Tony Clarkin (Chitarra)
Mark Stanway (Tastiere)
Al Barrow (Basso)
Harry James (Batteria)
 
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