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Black Knight - Master of Disaster
( 1284 letture )
I Nani hanno scavato troppo a fondo e con troppa avidità. Sai cos’hanno risvegliato nell’oscurità di Khazad-dûm? Ombra e fiamme.

È stato più forte di me: prima di cominciare a pigiare tasti per preparare la recensione, sono andato a curiosare in rete per capire cosa ne pensa la stampa estera dei qui presenti Black Knight. Ebbene, ciò che ho scoperto è abbastanza interessante, anche se di certo non così sorprendente: in merito a Master of Disaster si parla di Leggendario EP della band canadese e ciò non stona affatto con il nome della label che li ha accolti sotto la propria ala, vale a dire la Cult Metal Classics. Culto. Leggenda. Classico. Non c’è che dire, sono attributi che possono aiutare qualsiasi band a partire col piede giusto anche in sede di recensione ed ancor più quando il recensore non ne ha mai sentito parlare prima (sì, avete capito bene, il mio ascolto del disco è partito da una situazione di completo digiuno). L’ho sentito, il vostro “buuuh” di dissenso. A mia discolpa posso dire che i Black Knight suonano un metal classico che più classico non si può, più digeribile del latte Zymil e, toccato con le mani del metallaro moderno, più soffice delle merendine di Antonio Banderas, per cui probabilmente non serve un grande allenamento mentale per carpirne l’intima essenza.
Ma torniamo dunque alla criptica introduzione tolkeniana: certi nani capo recensori, di cui non faremo i nomi, hanno deciso di scavare a fondo nelle infinite miniere del metal storico e, oggi come in altre occasioni, sono incappati in qualcosa di cui vale parlare...magari non proprio ombre e fiamme, ma pur sempre nel segno di un sound grezzamente esplosivo, per merito anche di una produzione pastosa e poco definita tanto quanto ricca di ombre e mistero, aspetti produttivi che non guastano mai. In effetti, se proprio dovessi scegliere cosa mi spinge più spesso a voltare lo sguardo al passato -piuttosto che al futuro- delle tecnologie e, nel caso specifico, della nostra amata Musica, parlerei sicuramente del fascino misterioso delle vecchie registrazioni, poco limpide ma allo stesso tempo genuine, pregne di sudore e grinta, lontane anni luce dagli imbellettamenti moderni. Tutti gli errori sono lì, senza trucco e senza inganno: sbagli la nota e si sente, equalizzi male e si sente. Eppure questo, chiamiamolo “involontario espediente”, apre tutto un mondo di fantasie, di sottintesi che nessuna produzione di plastica nuclearblastiana potrebbe mai riportare in auge.

I brani dei Black Knight, se non fosse per questa peculiarità (nemmeno troppo peculiare, nel 1985), resterebbero nell’anonimato, schiacciati dal peso di band del calibro di Krokus e UFO da cui traggono fin troppo spesso ispirazione: grazie al valore del “non detto” e del sottotesto appena accennato, la band canadese riesce a smarcarsi dalla concorrenza ed a realizzare un prodotto nonostante tutto dotato di personalità. Di primo acchito, comunque, e lo dico a chi volesse avvicinarsi alla loro proposta, in questo disco non si troverà nulla di eclatante, se non un canovaccio classico rispettato molto, molto bene: riff quadrati ma efficaci (palm muting in Battlefield, arpeggioni in Black Knight, come se piovesse), arrangiamenti di chitarra canonici ma integrati piuttosto bene (immaginatevi ad esempio i tipici bending di controcanto ai vocalizzi, ben rappresentati nella rockettara Metal Screams...), prestazioni ingessate ma tecnicamente apprezzabili (il cantante non si sbottona, pur adattandosi a tutte le situazioni, dall’up tempo di Warlord’s Wrath fino al calore di Metal Anthem).

Ho forse usato troppi “ma”? Può darsi, ed il voto a fine pagina dovrebbe riassumerli bene. Eppure, chi non sa resistere al fascino Eighties, in tutte le sue forme, troverà appagamento anche in questo caso; e visto che il compito del recensore è di giudicare in maniera il più possibile imparziale mettendosi nei panni di tutti gli ascoltatori, credo che tutti quei “ma” possano anche essere ignorati senza vergogna.
 Certo io, in tutta franchezza, da non appassionato del genere, di “culto”, “leggendario”, “classico” in tutto questo non ci vedo niente...ma andatelo a spiegare ai nani CR ed alla loro infinita conoscenza del metal d’annata!



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
99 su 3 voti [ VOTA]
The Nightcomer
Lunedì 22 Ottobre 2012, 23.29.26
3
I termini "culto", "leggenda" e "classico" vengono tuttora usanti con generosità, ma personalmente ricordo di aver sentito così definire questo ed altri lavori autoprodotti in anni nei quali essi andavano emergendo dall'anonimato, sulla scia del crescente interesse manifestato dai collezionisti di rarità in vinile nei confronti della vasta e (fino ad allora) praticamente sconosciuta scena underground americana e canadese. Moltissime autoproduzioni e rarità sono comparse sulle liste dei venditori negli anni '90, dopo aver trascorso -dimenticate da tutti- diverso tempo nelle cantine, nei magazzini e nelle collezioni private; poi, con la crescita del mercato collezionistico del vinile, le rarità hanno iniziato a girare, movimentando il mercato ad esse collegato. Per questa ragione tali releases venivano spesso presentate come undiscovered gems, forgotten rarities, classic albums, etc. etc. Comunque la recensione evidenzia correttamente la genuinità di prodotti come questo, che in anni nei quali le uscite andavano sempre più "plastificandosi", parevano autentiche boccate di ossigeno agli ascoltatori abituati a suoni e produzioni di altri tempi. Questo mini lp, che posseggo e sono contento di trovare qui recensito, è stato anche ristampato con alcune bonus tracks.
Renaz
Lunedì 22 Ottobre 2012, 22.57.44
2
Macché
Raven
Lunedì 22 Ottobre 2012, 22.34.25
1
A qualcuno potrebbero fischiare le orecchie...
INFORMAZIONI
1985
Autoprodotto
Heavy
Tracklist
1. Warlord’s Wrath
2. Metal Screams
3. Born to Rock
4. Aaraigathor (Metal Anthem)
5. Master of Disaster
Line Up
Lori “The Scream Queen” Wilde (Voce)
Gary Quaye (Chitarra)
Mick DiAnno (Chitarra)
Glenn “The Hammer” Hoffman (Basso)
Glen Richards (Batteria)
 
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