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Nefesh - Shades And Lights
( 3722 letture )
I QUATTRO DONI DI BABBO KHAINE, QUARTA PARTE
(Clicca qui per leggere la terza parte)

Siamo agli sgoccioli, la busta ormai ha dato e rimane solo un platter di cui occuparmi. Cerco credendo di trovare la coda di un soriano a caso, a Vicenza si dice che mangino i gatti, invece non trovo niente di propiziatorio. Barry è sballato in maniera pesante, è diventato un cioè: avete presenti quelli che parlano tipo "Cioè vecchio, si perché cioè oh buono ‘sto fumo cioè mò me ne faccio su n’artra si perché cioè stona a bbuco ciè si perché cioè.. "? Ecco, ora parla così, e l’unico modo per zittirlo è stato l’ascolto della discografia dei Nasum. Ovviamente l’hashish gli prende male e inizia ad avere nostalgia della Ciociaria; penso quindi che ancora la busta potrebbe servirmi a qualcosa: ritaglio l’indirizzo di Caino, lo porgo alla renna e gli dico che un suo lontano parente lo vorrebbe conoscere. Caino però non sa che gli diedi un indirizzo farlocco quando me lo chiese; nel caso rispedisse al mittente il quadrupede, se lo beccherebbe il mio amico fuma-carbone che gentilmente mi fece da prestanome. Ah già, volete sapere che fine ha fatto, giusto: con tutto quel carbone assimilato lo scambiarono per una locomotiva; ora fa la tratta Reggio Emilia-Guastalla, binario 2.

QUARTO DONO, NEFESH
Questi sono dei pazzi furiosi. Talmente pazzi da suonare musica intelligente, con miliardi di influenze e dannatamente convincente. Potete trovare su queste stesse pagine il loro primo demo del 2006, recensito dal buon Raven. Shades And Lights è datato 2011 ma vede la luce solo quest’anno per motivi non chiari: mancanza di contratto? Mancanza di distribuzione? Quisquilie. L’importante è poterlo ascoltare in tutte le sfumature. I presupposti per apprezzare i Nefesh sono l’avere una visione poliedrica del metal (estremo e non) e ovviamente la passione per la buona musica. Partiamo? Partiamo.

Intro: Niente di particolare, si ascolta il soffiare del vento accompagnato da poche note della tastiera di Stefano. Vi avvertiamo: Shades And Lights è un disco particolare, variegato e zeppo di intermezzi strumentali.
Delirium Of War: Qui si inizia a fare sul serio e facciamo conoscenza dei Nefesh al completo: tempi rigorosamente prog, tastiera presente ma non troppo e una buona voce pulita. Un buon intermezzo strumentale e dal prog melodico si passa al death metal! Sembrano tantissimo i Sadist in questi momenti, e non è affatto un male. I cambi vocali dal clean al growl/scream sono improvvisi e repentini, l’esecuzione non è affatto facile ma è resa benissimo. Le canzoni dei Nefesh sono per il 70% cantate in inglese, menzione al merito per il fatto che ogni tanto spunta la nostra lingua e fa la sua porca (e cavalla) figura.

Ma dove sono? Sono solo. Troppo sangue intorno. Qui, queste ombre sono dentro, le ho fatte entrare.

Stacco. Tutto si ferma e rimane la tastiera in solitaria per quasi un minuto: un impianto sonoro davvero molto bello. Durante i primi ascolti del disco alcuni momenti sembrano presi e incollati; Shades And Lights richiede molti ascolti per essere compreso appieno, e quando sarete entrati nell’ottica della band tutto andrà miracolosamente a posto. Si ripete ora la stessa struttura ascoltata all’inizio del pezzo: funziona, e bene anche, tranne alcune piccole sbavature del cantante sulle tonalità più alte. Mai fastidioso, comunque. L’assolo di chitarra in seguito al ritornello in italiano è pregevolissimo e inquadra il pezzo alla perfezione. Nel momento in cui le note sono vibrate sembra di ascoltare un pianto, l’orrore e il delirio della guerra. Non ci sono stati pervenuti i testi, ma il titolo della canzone è reso immensamente bene. Si prosegue l’assolo ora sugli sweep ma sempre in ambito di melodie soft e malinconiche. Buonissimo pezzo, ottimo diciamo, tranne per i 5 secondi finali leggermente frettolosi in cui si conclude e si sfuma quasi brutalmente.

Tifonomachia: Shades And Lights è stato prodotto da Frank Andiver (Labyrinth) e masterizzato da Mika Jussila (Children Of Bodom, Nightwish, Him, Apocalyptica) nei famosi Finnvox Studios in Finlandia. La mano di questi signori si sente eccome e tutto suona dannatamente perfetto. Forse la chitarra avrebbe dovuto essere più presente e cattiva, ma stiamo parlando di un difetto trascurabile. Tifonomachia inizia con un buon fraseggio di chitarra sostenuto da terzine in doppia cassa; la voce in scream di Paolo è ottima anche nel frangente clean successivo, in cui passa ad un timbro molto somigliante a quello di Geoff Tate. Sorprende su tutti i fronti l’incredibile varietà della proposta della band anconetana, varietà cristallina e mai fine a se stessa. Molto bella la parte strumentale col fraseggio di chitarra in crescendo; si passa poi all’epic con una tastiera in primissimo piano, invadente e supportata da degli stacchi. Il tutto poi si apre su un tappeto di doppia cassa diventando black metal sinfonico! Fantastico! Si passa a un tempo sincopato, tastiera in lontananza e voce in scream per poi delirare ancora col sinfonico e una velocissima partitura tastieristica. L’assolo della sei corde alterna melodie a cattiveria unica; Luca sa quello che fa, prestazione ineccepibile. La ripetizione della strofa in scream, l’andare suadente e claudicante concludono il pezzo lasciando la tastiera in sospeso. Canzone MAIUSCOLA.

Preludio: In riferimento a ciò che è stato detto poco fa, ecco uno dei momenti strumentali di cui è permeato il disco tra un pezzo e l’altro. Si lascia totalmente spazio alla tastiera di Stefano, che suona un fraseggio semplice (così sembra, non sono un tastierista) ma evocativo al punto giusto. Fa il suo dovere riuscendo nell’intento di far chiedere all’ascoltatore cos’altro mai potrebbe succedere dopo. Ci sta tutto.

Everytime: Vai col 2/4 e col thrash death! L’impatto è dirompente come deve essere e ci fa saltare dalla sedia dopo i quasi tre minuti sognanti precedenti. Ci si assesta poi in una lunga cantilena in clean che avrebbe potuto essere leggermente accorciata; molto meglio il ritornello, sempre pulito e di facile assimilazione. Buonissimo l’accompagnamento della chitarra sotto la ripetizione del tutto; inevitabile lo stacco che arriva al terzo minuto: poche note sono lasciate alla tastiera per poi rincominciare a pestare come nell’incipit. Si ripete la cantilena (ancora troppo lunga) e si sfuma. Buon pezzo ma non a livello di Delirium Of War e Tifonomachia.

Souther: Il pezzo si apre con tastiera (organo) e chitarra: la prima accompagna e la seconda si rincorre come un cane che cerca di mordersi la coda. Il tutto sfocia in un tempo sbilenco e con una voce che ricorda molto il southern rock. Si apre molto presto al metal e a partiture sempre in stile Sadist dando una buona dose di cattiveria al tutto. Azzeccatissime le dissonanze eseguite dalla tastiera. Urla deliranti, pura pacca e il ritornello dissonante in clean lascia interdetti: stona ma non stona, ci sta ma non ci sta. Il punto di domanda rimane. Un buon intermezzo di chitarra fa da ponte verso il ritorno alla strofa proposta per iniziare il pezzo. La struttura si ripete e rimane lineare fino al finale in doppia cassa a cui spetta il compito di concludere.

Tears: Il pianoforte inizia in solitaria con una buonissima melodia, solo un appunto: c’è una pausa secchissima nell’esecuzione che non è piacevole da sentire, una nota tenuta lunga avrebbe dato una sensazione di taglio minore. Ottima la linea vocale di Paolo, struggente e non banale, che ci riporta al progressive metal più classico. Citiamo anche la sezione ritmica, che non sbaglia un colpo ed è sempre ben articolata. Di gran classe la ripartenza con le tastiere tra una strofa e l’altra, un piccolo ponte in battere e il tutto si stoppa per lasciare spazio allo strumento; qui si ha la prima sensazione di copia-incolla vero e proprio: lo shift è troppo improvviso e slegato. Noi italiani abbiamo il difetto di considerare la nostra musica leggera un abominio a prescindere: se un gruppo metal suona un pezzo acustico e canta in inglese va bene, se invece lo suona un gruppo nostrano lo si fanculizza come clone di Baglioni e si cambia traccia. Qui c’è veramente un pezzo di musica leggera! L’ennesima influenza di una band che non finisce mai di stupire, se ne frega e un momento del genere lo canta in italiano! Dieci e lode!

Lascerò il mio corpo vicino al mare; aspetterò su questo sangue che qualcuno mi prenda. Perdonami. Questa vita mia l’ho lasciata andare via; lascerò i miei pensieri vicino al mare, le onde poi li porteranno via ma tu potrai sentirli. Perdonami, non sarò più qui, non sarò più insieme a te.

Ora la De Filippi chiederebbe: "Apriamo la busta?”
Invece Luca apre la chitarra e sfoggia un assolo molto bello e sentito, poi si cambia e vai di puro death metal! I paraocchi in casa Nefesh sono stati buttati nel water con annesso tiraggio di catenella; qui si osa davvero e lo si fa bene, con palle e classe. Bravi!

Preludio: No, non ho sbagliato a scrivere! C’è un altro preludio! Tastiera? Eh, no! Qui si va di chitarra acustica e i Nefesh fregano tutti ancora una volta! Come prima si punta comunque sull’atmosfera piuttosto che sulla tecnica; sulla forma quindi, non sulla sostanza. C’è sempre quel senso di attesa costante e marcato, un qualcosa che sussurra: "Aspetta, non è finita”. Il termine Nefesh in lingua ebraica indica il punto di contatto tra anima e corpo, rappresenta le tensioni antitetiche che pervadono l'essenza umana. Mai nome fu più adatto per una band! Qui c’è tutto e il contrario di tutto!

Hug Me: Il pezzo è totalmente improntato sulla voce di Paolo e sicuramente dal vivo farà sfracelli: ha un bel tiro e una varietà vocale impressionante. Dal southern al melodico, al growl ed a qualsiasi altra amenità nelle corde del frontman, che continua a offrire una prova notevole. Come detto prima, andrebbe solo limato sulle note alte in clean, per il resto davvero niente da dire. C’è tempo per passaggi anche maideniani sottolineati da hammer, armonici e compagnia bella. Hug Me sale e scende a piacimento invocando un abbraccio, e lo fa egregiamente.

I Can’t Fly: Pezzo discreto e abbastanza canonico, che nulla toglie e nulla aggiunge a ciò che è stato proposto finora. Niente di memorabile nei suoi tre minuti e quindici secondi; una canzone di passaggio che non ha la marcia in più ma neanche stanca. In un minutaggio totale di un’ora ci può stare, teniamo sempre presente che gli altri pezzi sono comunque di lunga durata e di non facile assimilazione. Questo no, e probabilmente avremmo voluto che lo fosse.

Surexi: Arriviamo infine all’ultima canzone vera e propria di Shades And Lights, che si apre in maniera acustica, soft e con un cantato sussurrato e totalmente in latino. I restanti 7-8 minuti sfoggiano e amplificano le capacità dei Nefesh, che abbiamo apprezzato fin qua. C’è di tutto: death metal, melodia, pezzi arabeggianti, assoli, tastiere toccanti (bellissimo il loro pezzo in solitaria) e il finale epico e fiero contribuisce a rendere Surexi un piccolo capolavoro. Undici minuti onestamente emozionanti e dannatamente convincenti.

Shades And Lights: Il disco avrebbe potuto concludersi benissimo con la canzone precedente; c’è tempo comunque per la titletrack e l’outro. Qui parliamo di un paio di minuti acustici totalmente cantati in italiano. Bella la partitura, bella la linea vocale, bello il testo, bello tutto. E tanto anche.

Furibonda lotta con le fauci della belva, la mia belva, gelosamente mia. Danzano ancora le mie care ombre, sempre loro danzatrici folli. Dopo tutto ora è chiaro, accetterò anche loro dentro me, inevitabili ombre di un corpo al sole. Vi sconfiggerò accarezzandovi.

Outro: Niente di speciale, finisce tutto come è iniziato, con la tastiera e col vento.

Che dire ora? Poco, molto poco. I Nefesh ci hanno regalato una buonissima prova e onestamente un gran disco. Sono pochi i difetti da limare e tutte cose facilmente soprassedibili. Questa band ha la rara capacità di fregarsene delle convenzioni, ha la capacità di osare come Dio comanda e di farlo in maniera sopraffina nella maggior parte dei casi. Se cercate il classico evitate questo disco come la peste, se invece siete amanti di ciò che è imprevedibile e zeppo di sfaccettature siete a casa vostra. I Nefesh con dei suoni pompati davvero, una buona promozione e una buona attività live diventerebbero una band pericolosissima; sono certo che se oggi in Italia ci sia una band in grado di scrivere un capolavoro sono proprio questi ragazzi.
Attendiamo con ansia la prossima prova, per adesso applausi, sia per il coraggio dimostrato che per il tasso tecnico notevole e i ripetuti calci nel culo a chi vede il metal come una prigione fatta di celle a tenuta stagna.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
95.66 su 12 voti [ VOTA]
Amfortas
Mercoledì 19 Agosto 2015, 12.36.06
3
Indubbiamente un lavoro di spessore, dotato di personalità e con belle soluzioni melodiche, specie negli assoli. Mi sento però di dire anche che alla fine non è così innovativo come sembra e che paga anche una certa ripetitività da due punti di vista: nelle strutture delle canzoni, e nei riff di chitarra e di tastiera, sia nel primo che nel secondo caso è evidente l' utilizzo e il ricorso a schemi simili. Comunque bravi Nefesh. 75.
xutij
Domenica 16 Dicembre 2012, 12.43.34
2
Ho smesso Shakespeare per leggere i "4 doni di Babbo Khaine". Sei un genio,lasciatelo dire.
Northcross1
Domenica 16 Dicembre 2012, 12.38.30
1
Waste: Ti rinnovo di nuovo i complimenti. Bellissima rece! Appena riesco lo ascolto
INFORMAZIONI
2012
Necroagency
Prog Metal
Tracklist
1) Intro
2) Delirium Of War
3) Tifonomachia
4) Preludio
5) Everytime
6) Souther
7) Tears
8) Preludio
9) Hug Me
10) I Can’t Fly
11) Surexi
12) Shades And Lights
13) Outro
Line Up
Paolo Tittarelli: Voce
Luca Lampis: Chitarra, Testi
Michele Baldi: Batteria
Stefano Carloni: Tastiera
Matteo Venanzi: Basso
 
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