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Embrace of Silence - Leaving the Place Forgotten by God
( 991 letture )
Gli Embrace of Silence propongono un sound dal sapore antico, che affonda le sue radici in una tradizione ormai consolidata da oltre un ventennio, quella cioè del doom death dei primi anni ’90. Non è un’operazione affatto complessa individuarne le fonti di ispirazione, ma si dà il caso che queste siano state perfino messe nero su bianco dagli stessi protagonisti, tant’è che basta sfogliare il loro cover EP precedente (denominato non a caso Inspirational Songs) e leggere semplicemente i nomi delle band cui appartengono i brani originali: My Dying Bride, Katatonia, Anathema
Non si può certo biasimare chi, a caldo, potrebbe sbuffare sostenendo che in fondo si tratta di un film in gran parte già visto. Può darsi, come magari può anche darsi che lo stesso atteggiamento possa ben adattarsi a centinaia e centinaia di altre nuove uscite in quasi tutti i campi del metal. Cosa allora può rendere appetibile questo prodotto, cosa può spingere a travalicare l’intento di metterlo da parte, preferendo di gran lunga rispolverare quel glorioso passato? Qui a mio avviso di motivazioni ce ne sono, a partire dalla produzione particolarmente curata, avanti anni luce rispetto a quella dei primi lavori delle succitate band, il che potrebbe anche non essere necessariamente un pregio, per carità. Nel caso specifico però non dispiace affatto rileggere quelle sonorità sotto una luce diversa, più moderna. Poi naturalmente subentrano anche la capacità di esecuzione, ma soprattutto quella di mettere insieme delle idee valide ed interessanti pur muovendosi in un contesto già ampiamente definito; in questo un discreto livello qualitativo del songwriting di certo può fare la differenza, come nel caso specifico.
Infine, perché no, a giocare un ruolo in questa scelta potrebbe essere anche un pizzico di quell’imperitura bramosia di sempre nuove incarnazioni di quei suoni ormai radicati nell’inconscio (e nel conscio) dei nostalgici di un sound che, diciamocela tutta, fatica (per fortuna) ad imboccare il viale del tramonto.
La label russa Solitude Productions, dal canto suo, fa la sua parte in maniera egregia, offrendo un ventaglio di proposte tra cui i patiti della lentezza austera ed efferata non hanno che l’imbarazzo della scelta, rimanendone difficilmente delusi. In questo caso pesca vicino casa (in Ucraina, per l’esattezza) e devo concludere che personalmente ritengo che anche stavolta il "pesce" sia di ottima qualità; forse l’album in esame conterrà qualche stereotipo (come ad esempio le campane che ne accompagnano l’introduzione), soluzioni in gran parte già note, ma di certo tiene lontana la noia e desto l’interesse per tutto l’arco della sua durata, circa quarantaquattro minuti.

Gli ingredienti ci sono tutti: il leitmotiv, come del resto c’era da aspettarsi, è costituito da una cornice ostinatamente ripetitiva di riff corpulenti ed ammalianti, creata dalla sovrapposizione delle due chitarre: quella delegata a delineare la ritmica procede lentamente ma con forza ed incisività, assestando ciclicamente tonanti colpi gravi e distorti o dialogando con la chitarra solista, mentre quest’ultima si dedica a ritagliare risonanti riff melodici dai toni solo lievemente più alti e spesso eseguiti in successione periodica.
Da par suo, invece, il growling è particolarmente altero, solido ed increspato, in grado di infliggere feroci sferzate (magari col sostegno di heavy riff emanati all’unisono) oppure di farsi più raschiato e dilatato, seguendo linee melodiche relativamente più aperte ed allungate.
In aggiunta, appena percettibili ritocchi al synth conferiscono maggiore fluidità al suono, sempre incanalato su andature grevi e imponentemente cadenzate, dettate da un drumming che, inutile dirlo, ama spesso andare in letargo, alternando pelli e piatti in maniera estremamente flemmatica.
Ne risulta un doom death che presenta da una parte il suo lato più opprimente, dannatamente sinistro e perfino un po’ medianico, senza dall’altra rinunciare a mantenere un profilo relativamente melodico che ne agevola la fruibilità e ne conferisce quel giusto grado di appeal in più, di quelli che ben presto riescono, nonostante il peso specifico non certo trascurabile della materia, a trovare la via più breve verso i processi mentali connessi all’assimilazione.

Naturalmente, vengono anche spesso impresse significative impennate, allorquando affiorano passaggi ritmici più spediti ed aggressivi ed il guitar work si fa particolarmente incalzante e tumultuoso, vuoi per merito di riff molto robusti che di tanto in tanto rilasciano ciclicamente sferragliate assolutamente irrefrenabili, vuoi per l’emissione in primo piano, da parte della chitarra solista, di periodici stridii dissonanti e distorti. In tali circostanze, di solito anche il registro vocale subisce delle significative variazioni, giacché il vocalist si diletta alternando uno scream/growl alquanto nefasto (seppur, a dire il vero, non eccessivamente entusiasmante) ad un growling particolarmente cavernoso e strozzato, mentre sovente il synth crea una cornice spettrale che ben si addice alla concitazione del momento.
A dire il vero, tuttavia, gli ucraini scelgono spesso di seguire tempi piuttosto lenti e non sempre si avvalgono di significativi cambi di tempo, dato che per lunghi tratti i ritmi restano per lo più costanti e monocordi. Se dovessi muovere un lieve appunto, direi che in alcuni casi avrebbero potuto giocare di più sui contrasti tra le movenze rallentate e le forsennate ripartenze in chiave death doom; spesso il down tempo va per la maggiore, il che non è di per sé un punto di debolezza, ma lo potrebbe diventare quando all’interno di sezioni lente e ripetitive non si introducano stacchi in qualche modo inaspettati. Insomma, per farla breve, probabilmente talvolta è un moderato grado di prevedibilità a remare lievemente contro, impedendo a questo buonissimo disco di decollare verso soglie di gradimento ancor più elevate.

Quando però viene perpetrato il ricorso a contrasti più marcati tra sezioni contigue, il clima può farsi davvero irresistibile. Ad esempio è ciò che accade nel brano a mio avviso più riuscito del disco (vale a dire Way of Salvation), dove di colpo ad un certo punto tutto si acquieta, eccetto che per l’innesto di effetti sonori di vento e pioggia, accompagnati solamente da lievi abbozzi acustici; nella bufera in corso si fa strada una voce in clean appena sussurrata, mantenuta abbastanza in secondo piano, dall’aria tutt’altro che rassicurante; di questi momenti se ne vivono sporadicamente anche in altri brani, mentre il ricorso ad un cantato in clean su toni medi è alquanto raro, non che se ne senta particolarmente la mancanza. Ben presto però, dal tenue "abbraccio del silenzio", dall’inquietudine di un gelido sussurro, il brano in questione risorge nel migliore dei modi, con scariche di granitici heavy riff e sinuosi arrangiamenti al violino che fanno letteralmente venire i brividi (in senso positivo).
I violini, così come i timidi inserti al synth e più in generale tutti gli arrangiamenti qui presenti, sono curati da mani sopraffine, cioè quelle di Eugenia Krapivina. E’ un peccato che interludi come questi non siano più frequenti, perché arricchiscono notevolmente il contesto senza catalizzare troppo su di sé l’attenzione, puntando sull’eleganza e sulla discrezione.

E’ apprezzabile anche qualche esperimento, come in The Gates of Remembrance, in cui i riff si intersecano creando scenari singolari ed inconsueti e le percussioni cambiano il passo in modo irregolare, a scatti. Tutto ciò rende l’andatura meno prevedibile che nelle tracce che l’avevano preceduta, creano un mix tra brusche ma sporadiche parziali accelerazioni e momenti relativamente più rilassati, con un canovaccio che però si sviluppa abbastanza velocemente.
Ad aggiungere altro sale alla minestra, nella seconda metà del disco (che personalmente ritengo essere la più interessante), si manifestano più esplicitamente alcune lievi contaminazioni blackened death o puramente black, non soltanto per il già citato growling sporcato da sprazzi scream, quanto per l’uso delle due chitarre che, in alcuni punti, vanno costantemente in tremolo picking, ognuna seguendo il proprio infaticabile ed implacabile percorso. Ne sono un esempio i due brani finali e specialmente l’ultimo, in cui il cantato a tratti va persino in scream puro ed il drumming si fa significativamente energico.

In conclusione non rimane molto da dire, è difficile trovare dei punti deboli in questo album: ci ho provato calcando la mano su alcuni aspetti in qualche modo perfettibili, ma di certo si tratta di un esordio molto interessante e convincente per una band che ha un futuro ancora tutto da scrivere davanti a sé. Sviluppando maggiormente la propria individualità e facendo leva su una base così solida e promettente, di sicuro non potrà far altro che mirare a conquistare il cuore degli inossidabili cultori del doom death, cui va il mio accorato invito a dare a questo disco più di una possibilità.
Se non vi fidate di me, provate a fidarvi del fiuto della Solitude



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
95 su 1 voti [ VOTA]
Undercover
Lunedì 24 Dicembre 2012, 16.22.28
3
@Andrea buon natale anche a te e meno male che qualcuno li copre 'sti dischi
Metal3K
Lunedì 24 Dicembre 2012, 16.00.25
2
@Undercover: il tuo commento giunge sempre puntuale e gradito. Buon Natale Undercover!
Undercover
Lunedì 24 Dicembre 2012, 11.30.03
1
Preso appena uscito, avevo ascoltato i pezzi sul Myspace, bella la prima e concordo con la rece.
INFORMAZIONI
2012
Solitude Productions
Death / Doom
Tracklist
1. In Gloom of Somnolent Night
2. The Slave of Forgotten Graves
3. The Gates of Remembrance
4. Silent Voice, Empty Words
5. Way to Salvation
6. In Angel's Hand
7. I'm Your Jesus
Line Up
Igor Zhurzha (Vocals, Guitars)
Yuriy Sivkov (Guitars)
Eugeniy Voronchihin (Bass)
Andrey lyhorod (Drums)
Eugenia Krapivina (Violin, Keyboards)
 
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