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Witche`s Brew - Supersonic Speedfreaks
( 1672 letture )
Psichedelia, hard rock e una generosa dose di stoner/doom acidissimo, con una spruzzata di melma grunge. Questa la ricetta della Witche’s Brew, band che dal 2008 si prodiga in un riuscito tentativo di coniugare atmosfere e strumentazione vintage con un impatto più moderno e assolutamente arrembante, per niente assopito o arreso. Supersonic Speedfreaks è il secondo full length del gruppo e ci conduce in un ribollente e fumante maelstrom di sonorità che spaziano come detto da palesi influenze seventies a melodie malate e acidissime, che non possono non ricordare quanto prodotto a Seattle oltre vent’anni fa. Al disco partecipa un nutrito stuolo di ospiti, che costituiscono un di più interessante e significativo, seppure i loro contributi si amalgamino piuttosto felicemente all’interno del tessuto sonoro della band senza risaltare in maniera preponderante, ma andando ad aggiungere qualcosa al già ricco piatto offerto. In particolare, si segnalano la presenza di Steve Sylvester (Death SS), Nik Turner (Hawkwind), J.C. Cinel (ex-Wicked Minds), Paolo ‘Apollo’ Negri (Wicked Minds), Martin Grice (Delirium), mentre Ricky DalPane (Buttered Bacon Biscuits) è il singer ufficiale del disco e si unisce quindi al trio originale costituito da Zonca, Bosco e Brando. Tutte personalità di spessore che si prestano a un lavoro di completamento e arricchimento, più che a una “ospitata” poi tutto sommato fine a se stessa.

La prima cosa che colpisce ascoltando Supersonic Speedfreaks è l’ampiezza dello spettro sonoro evocato dalla band, che sembra davvero richiamare un enorme calderone ribollente, all’interno del quale l’ascoltatore si ritrova a dibattersi, mentre colate continue di suono tendono a sommergerlo e avvolgerlo. La preponderanza e il forte ruolo esercitato dai riff di chitarra, spesso ossessivi e ripetuti, è la base su cui si ergono poi le costruzioni sonore del resto del gruppo a cui si aggiungono via via le influenze e i contributi dei vari ospiti, fino a creare un insieme ricco e dalla temperatura incandescente. In questo senso, il disco è eccellente e non potrà non suscitare l’entusiasmo di chi si nutre di queste sonorità, sia per la ricchezza delle influenze inserite all’interno del contesto delle canzoni, sia per la riuscitissima opera di sospensione del tempo messa in atto dalla band. Difficilissimo sfuggire al vortice della musica, con la voce acida di DalPane, che può rimandare tanto a Zakk Wylde quanto ad Alice Cooper, Damon Fox dei Bigelf o allo stesso Steve Sylvester, la quale decanta melodie di buona presa, evocative e marcescenti. Difficile non cogliere da subito che le derive psichedeliche e le ricchissime e ossessive parti strumentali siano il valore aggiunto di un disco sì fortemente guitar-driven, ma al contempo strapieno di livelli sonori diversi che saturano in maniera totale le casse dello stereo, mostrando sempre la fondamentale rilevanza tanto della sezione ritmica, sempre in prepotente primo piano, quanto di tastiera, organo, mellotron e sintetizzatori vari che, nella migliore tradizione degli Hawkwind poi ripresa dai primi Monster Magnet, riempiono tutti gli spazi possibili donando una sensazione di deprivazione sensoriale. Non ultime, le influenze più moderne in particolare nelle melodie, che rimandano agli anni 90 in più di una occasione e in particolare proprio nella perfetta opener Vintage Wine, compendio riuscitissimo del suono-Witche’s Brew, con una prima parte che potrebbe ricordare una versione freak degli Alice In Chains o della Black Label Society, per poi chiudersi con una lunga coda strumentale tipicamente settantiana, che rimanda ai Monster Magnet, nella quale fa la sua comparsa anche un mefistofelico sax. Gli omaggi non finiscono qui, con la seguente e rutilante What’d You Want from Me, che ad un riff ossessivo risponde in chiusura con la perfetta citazione di Gypsy degli Uriah Heep. Si fanno notare il bell’assolo di hammond e le partiture di flauto in Children of the Sun con un riff finale che non può non ricordare la Master of the Universe degli Hawkwind, o la rabbiosa Make Me Pay, dal riff sabbathiano che si appoggia su una ritmica tribale e su numerosi cambi di atmosfera. Dopo una interlocutoria Tell Me Why tocca a Magic Essence, interpretata dall’ospite J. C. Cinel, la quale si apre nella parte centrale ad una vera e propria tempesta psichedelica entusiasmante e d’altri tempi, lasciando poi il campo ad una coda rilassata e malinconica nella migliore tradizione. Chiude la quasi title-track, Supersonic Wheelchair con un soventissimo riff hard rock trascinante e quasi scanzonato, a ricordare che il rock’n’roll è sempre la base di tutto, condito però dalle consuete sonorità ipersature e gonfie di psichedelia latente.

Siamo insomma al cospetto di un album mutevole e ricchissimo di influenze che regala un viaggio sonoro iperdilatato, ma al contempo estremamente potente e per niente arrendevole, nel quale l’evidente derivazione psych/stoner sceglie per esprimersi un tessuto di tempi medi e a volte sostenuti, che quasi mai si rifugia nel doom funereo, preferendogli un approccio più fisico e tipico dell’hard’n’heavy da arrembaggio. I brani contenuti in Supersonic Speedfreaks sono tutti ben architettati e ottimamente interpretati, grazie anche al contributo degli ospiti che, come detto, prestano la loro Arte a un tessuto sonoro già ampiamente sviluppato e personalizzato, al quale donano un di più, senza che sia la loro presenza a dare un senso al tutto. Il vero difetto dell’album, quello che gli impedisce di elevarsi al di sopra di una media onorabile e perfino entusiasmante per gli amanti di queste sonorità, è però la sensazione continua e mai passeggera di citazionismo che caratterizza tutti i brani, a partire proprio dai riff, che appaiono un continuo riciclo di idee e riff celebri altrui, rimescolati e riarrangiati, ma pur sempre aleggianti. La personalità della band ed il suo “suono” sono evidenti, beninteso: alla fine dell’album si è consapevoli di aver ascoltato un disco dei Witche’s Brew, eppure non si può non tacere che questo limite esista e condizioni pesantemente il risultato finale. Dimenticandoci questo particolare e lasciando che sia semplicemente la musica a fluire, allora non resta che consigliare con calore e forza questo disco a tutti gli amanti del genere, che troveranno una realtà ottima per qualità tecniche e compositive, per la sincerità e la profondità dell’approccio a sonorità seventies che vengono rielaborate e omaggiate con competenza e piglio vincenti. Il salto definitivo è solo rinviato, perché la stoffa c’è e in abbondanza. Ennesimo bel colpo per la Black Widow.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2013
Black Widow Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Vintage Wine
2. What’d Want from Me
3. Children of the Sun
4. Make Me Pay
5. Tell Me Why
6. Magic Essence
7. Supersonic Wheelchair
Line Up
Ricky DalPane (Voce)
Mirko Bosco (Chitarra)
Mirko Zonca (Basso)
Frankie Brando (Batteria)
 
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