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The Project Hate MCMXCIX - The Cadaverous Retaliation Agenda
( 1783 letture )
Gli svedesi The Project Hate MCMXCIX sono attivi ormai dal 1999, una data che peraltro è impressa in numeri romani nella denominazione stessa del monicker e, dopo ben tredici anni di carriera ad alti livelli, sfornano verso la fine del 2012 il loro nono full length, intitolato The Cadaverous Retaliation Agenda. Chi conosce i trascorsi della band lo sa bene, i prodotti a cui ci hanno abituati da sempre sono di ottima fattura, compreso l’ultimo Bleeding the New Apocalypse (Cum Victriciis In Manibus Armis), uscito nel 2011 per la Season of Mist.
Tornando a questa nuova uscita, però, la prima cosa che salta agli occhi è che, nonostante la fama che la band è stata in grado di raggiungere, si presenta oggi con un album autoprodotto, il che non deve trarre in inganno, dato che si tratta comunque di un lavoro di altissima qualità sia dal punto di vista della produzione che, neanche a dirlo, della qualità compositiva. A quanto pare si tratta di una scelta precisa, cioè produrre la propria musica grazie al sostegno dei fan (attraverso il progetto The TPH Donation Experiment) senza passare per le label dato che, a detta degli stessi protagonisti, in passato non sono state in grado di comprendere e promuovere la loro musica nel modo adeguato.

Di che genere di musica si sta parlando esattamente? Chi conosce già il progetto un’idea se la sarà fatta ovviamente, come anche del fatto che non è di facilissima catalogazione; ma come spiegare a chi non ne è a conoscenza cosa dovrà aspettarsi esattamente da questo disco, in termini stilistici?
Procediamo per gradi.
Intanto si nota subito che, strutturalmente, l’album si compone di sei tracce vere e proprie, ciascuna delle quali della durata media di oltre una decina di minuti ed ognuna delle quali preceduta da una breve introduzione strumentale, infarcita di suoni elettronici o arrangiamenti sinfonici creati ad arte dal mastermind e produttore Lord K. Philipson per alleggerire e rendere più fluente il percorso. La cosa positiva è che tali intermezzi strumentali, etichettati utilizzando una numerazione romana crescente fino a culminare macabramente nel numero del diavolo DCLXVI, sono talmente radicati tra le pieghe dell’album da diventare un indispensabile e quasi naturale collante tra un brano e il successivo, scorrendo così fluidamente che ad un certo punto, dopo diversi ascolti, non se ne delineano quasi più i contorni.
Da segnalare DCLXI, un’intro sinfonica regale e raffinata, con campionature di archi che preparano il terreno, introducendo l’ascoltatore in maniera sublime alla soglia di questo lavoro poliedrico a spigoloso, ma che già si prefigura affascinante e misterioso fin dalle prime battute. O anche DCLXIV, traccia elettronica con strane voci e sonorità quasi aliene, e DCLXV, in cui leggeri suoni al synth creano suspence, unitamente a inquietanti voci recitanti e cenni sinfonici d’effetto.

Altro tratto distintivo del sound di questa band sta nelle linee vocali, nell’alternanza tra due voci totalmente in contrasto tra loro, con spesso in primo piano il growling secco, cavernoso e quasi impersonale di Jörgen Sandström (storico vocalist della band, ma anche ex-bassista degli Entombed ed attuale chitarrista dei doomster Krux), che imperversa in versione ancor più "brutal" e furente che in passato prima di cedere il passo alle corde vocali decisamente meno ostiche della vocalist Ruby Roque, in formazione dall’album precedente e sempre più una presenza fondamentale nelle dinamiche della band. Attenzione a non farsi fuorviare da questa ammorbante presenza femminile, poiché l’interpretazione della portoghese è solo di rado mielosa ed accomodante, ma si mantiene sempre abbastanza energica e dura, senza per questo perdere la giusta dose di femminilità. Per certi versi ricorda quella tormentata ma sempre molto fascinosa della svedese Emma Hellström (The Provenance).

A parte le sezioni in cui si crea una sorta di dialogo serrato tra le due voci, in genere ad un cambio di voce corrisponde anche un cambio di stile, attraverso alcuni fondamentali riferimenti stilistici, che sono da ricercare nel symphonic metal, nel melodic death, nel nu-metal ed in parte anche nell’industrial, che è poi la matrice storica, se vogliamo, del sound del progetto svedese.
La componente predominante dell’album, ma anche la più esaltante, è da ricercarsi nella combinazione symphonic death, caratterizzata da riff robusti e raschiati su una base ritmica molto potente, non solo per quanto riguarda il drumwork martellante e spinto fino al blast beat per mano dell’illustre batterista ospite Dirk Verbeuren (Soilwork), ma anche e soprattutto per l’imperioso basso manovrato da Lord K. Philipson, il quale, oltretutto, infarcisce le retrovie di arrangiamenti ad archi che scandiscono meravigliosamente il tempo, accompagnando le scorribande aggressive e funeste del vocalist in chiave death. E’ in questi frangenti che si innalza bruscamente ed improvvisamente un muro del suono, che poi viene spezzato da pause sinfoniche e veloci stop & go, ed è qui che maggiormente si sente l’influenza del sound mastodontico e teatrale/sinfonico dei greci Septic Flesh. Ne è un monumentale esempio la traccia che, almeno per il sottoscritto, giganteggia tra le altre, vale a dire We Watch in Silence as the Earth Turns to Blood.
Non di rado, però, quando l’atmosfera si assottiglia un po’ e la tensione si allenta leggermente, la voce femminile incomincia ad impazzare su un tappeto ritmico possente e spedito ed una sovrapposta cornice sinfonica davvero avvincente, orientandosi sui binari di un symphonic metal più tradizionale ma comunque sempre abbastanza corposo.

Se, però, è pur vero che probabilmente il filo conduttore vada ricercato in questo ambito, è anche vero che qui si realizza un imprevedibile e complesso mix di sonorità differenti, tra cui si fanno largo frequentemente anche impressionanti e superbe linee di basso dal ritmo sincopato, invadenti linee di riff dalle partiture inusuali, con un sovra impiego del palm muting, in una cornice di suoni artificiali, talvolta accompagnati da una voce femminile quanto mai vitale ed insistente, altre volte da un growling effettato e distorto. Si spazia così da evidenti sconfinamenti nel nu-metal fino a reminiscenze industrial. Per quanto riguarda i primi, di spunti ce ne sono tantissimi disseminati qua e là lungo la strada ma, nel finale di I Feed You the Flesh of Your Poisonous Christ, diventano talmente palesi che si ha quasi l’impressione di piombare improvvisamente in un disco dei Korn, per le classiche sonorità tormentate e perfino per l’uso di uno stile vocale insolitamente roco, sofferente ed aspro.
Per quanto riguarda le seconde, invece, si odono spesso inserti di suoni elettronici industriali, sia per creare break di intermediazione tra successivi momenti di grande intensità, sia per fare da cornice per possenti colpi alle quattro corde, riff laceranti ed un growling ossessivo cui fa eco una seconda voce effettata, in un climax che ricorda molto le sonorità industrial death dei Nailbomb (vedi ad esempio Conquering the Throne of the Cadaverous).

Inoltre, come non sottolineare i continui riferimenti al melodic death, con tappeti di doppia cassa, chitarre in tremolo picking e, soprattutto, linee melodiche che si mantengono sulle classiche sonorità del genere oppure che molto spesso sprigionano assoli repentini e taglienti che catalizzano su di sé tutta l’attenzione posizionandosi prepotentemente al centro della scena. Colpisce particolarmente questo contrasto nell’approccio agli strumenti adottato tra una sezione e quella immediatamente successiva, variando tra passaggi alla chitarra acustica (curati da Tobias Gustafson, normalmente alla batteria) accompagnati da un voce femminile soave (uno dei rari momenti quasi di romanticismo può essere ad esempio trovato sempre in Conquering the Throne of the Cadaverous), a suoni chitarristici praticamente storpiati, per giungere fino ad intricati e fulminanti assoli nei quali alcuni chitarristi ospiti (tra cui un certo Lars Johansson, chitarrista dei Candlemass) contribuiscono a restituire tutti gli onori ai loro strumenti, dando sfoggio del dono del virtuosismo e di tutto il loro estro esecutivo.

Da segnalare, infine, la conclusiva Welcome the Judas Agenda: break e cambi di tempo si sprecano per una traccia sì puramente strumentale, ma in cui è come se gli strumenti prendessero letteralmente voce infiammandosi ed elevandosi ad un livello di intensità e trasporto che ha pochi eguali. Una traccia eccezionale, c’è poco da dire, di quelle che tolgono il fiato.
Nel finale i suoni si confondono, si impastano, aumenta la dose di elettronica e di sinteticità, tutto diventa abbastanza meccanico e farraginoso, fino ad uno spettrale riff che chiude i battenti alla grande dopo ottanta minuti di pura goduria sonora.

In conclusione, trattasi di un prodotto che può fare felici molti palati, toccando i lidi più disparati, ma che soprattutto farà felici gli estimatori dei The Project Hate MCMXCIX, dato che The Cadaverous Retaliation Agenda è davvero un ottimo disco e ne rappresenta senza dubbio una grande conferma.
I principali punti di forza sono un livello compositivo eccezionale, una capacità di cambiare pelle da un minuto all’altro in modo quasi impressionante, una qualità dei suoni e degli arrangiamenti quantomeno all’altezza se non superiore alla media delle uscite ufficiali delle case discografiche.
La ricetta messa in piedi da questo esperiente combo, si traduce ancora una volta in una miscela complessa ed esplosiva, che ormai ha raggiunto livelli che rasentano la perfezione, in un perfetto connubio tra suoni sintetici campionati e naturale aggressività sonora dei cordofoni (tra cui straordinarie linee di basso), tra brutalità e ricercatezza degli arrangiamenti e delle linee vocali, tra apparente improvvisazione e doviziosa cura dei particolari.
Per finire, non mi resta che invitarvi caldamente ad ascoltare, supportare e fare vostro questo autoprodotto eccellente ed assolutamente fuori da ogni standard.
Io ne sono rimasto impressionato, e voi?



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
90.33 su 3 voti [ VOTA]
Sambalzalzal
Mercoledì 27 Febbraio 2013, 22.56.16
4
Oh, segnalo anche a tutti quelli che apprezzano i lavori di Lord K. Philipson i God Among Insects... purtroppo si sono sciolti nel 2008 ma ciò che hanno fatto spaccava veramente!
GioMasteR
Mercoledì 27 Febbraio 2013, 11.08.53
3
Opera proteiforme e molto variegata che ho apprezzato molto, pur non essendo un patito di industrial, proprio per questa sintesi di generi!
Sambalzalzal
Martedì 26 Febbraio 2013, 17.15.29
2
Questo ancora devo comprarlo ma gli altri mi piacciono e non poco!!! Bellissima recensione e spero che la band possa anche da noi arrivare a godere della visibilità che merita!!!
Ad Astra
Martedì 26 Febbraio 2013, 15.35.52
1
grande....impressionato è ben poco. splendido! un insieme di stili che potrebbe fare la felicità di chi cerca sonorità al limite.descrizione ottima!
INFORMAZIONI
2012
Autoprodotto
Inclassificabile
Tracklist
1. DCLXI
2. I Feed You the Flesh of Your Poisonous Christ
3. DCLXII
4. We Watch in Silence as the Earth Turns to Blood
5. DCLXIII
6. Conquering the Throne of the Cadaverous
7. DCLXIV
8. The Great Retaliation Is Upon Them
9. DCLXV
10. Carving Out the Tongues Which Speak of Salvation
11. DCLXVI
12. Welcome the Judas Agenda
Line Up
Jörgen Sandström (Voce)
Ruby Roque (Voce)
Lord K. Philipson (Chitarre, Basso, Tastiere, Programmazione, Cori)
Tobias Gustafsson (Chitarra Acustica)

Musicisti Ospiti
Peter Dolving (Voce)
Lars Johansson (Chitarra)
Magnus Söderman (Chitarra)
Danny Tucker (Chitarra)
Setter Samuel Freed (Chitarra)
Dirk Verbeuren (Batteria)
 
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