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Crosby, Stills, Nash & Young - Deja Vu
( 4758 letture )
Cercare di rendere la portata della grandezza della line up dei CSN&Y, che sta per Crosby, Stills, Nash & Young può essere impresa assai ardua, data la loro incredibile popolarità dell’epoca, e di certo non era di meno il loro immenso talento; si farebbe davvero tanta fatica a cercare un’altra line up di tale livello in grado di porla come termine di paragone con questa band. Stiamo parlando di quattro mostri sacri di inestimabile importanza non solo per aver dato i natali a questo disco, ma perché se presi singolarmente ci fanno impallidire leggendo le loro credenziali prima e dopo la pubblicazione di questa perla. Déjà Vu è un disco leggendario, sicuramente per il prestigio e il talento di chi l’ha partorito, ma anche -se non soprattutto- per la squisita bontà, classe, raffinatezza ed eleganza delle sue composizioni. Una rosa di dieci canzoni che attraversano generi diversi per quanto affini; un caleidoscopico viaggio di sfumature, di sapori simili ma mai uguali, mai ripetitivi, mai banali.

Sebbene non ami tediarvi con biografie in stile wikipedia, è bene far luce sull’incontro di questi quattro artisti. Partendo da David Crosby, che una volta abbandonati i Byrds (nel 1967), unisce le proprie forze col collega ed amico inglese Graham Nash (anche lui libero da impegni avendo lasciato da poco gli Hollies, la sua band precedente), per giungere al reclutamento di Stephen Stills talentuoso chitarrista dei Buffalo Springfield, autore della leggendaria e controversa For What It’s Worth; la band, per il momento composta da questi tre elementi, diede alla luce nel 1969 l’omonimo debut album. Sicuramente un disco meritevole di elogi e del successo che riuscì a riscuotere (immediato l’ingresso nella top 40 e un massiccio airplay radiofonico), ma la quadratura del cerchio si ebbe con l’ingresso in line up del talentuoso Neil Young carismatico chitarrista dei Buffalo Springfield; si narra di un incontro a Woodstock e di un’intesa immediata tra i quattro che porterà alla pubblicazione, nel 1970, dell’album oggetto di questa recensione.

Il disco si apre col ritmo sostenuto delle chitarre acustiche che fanno da incipit a Carry On dove poi si stagliano armonicamente le quattro voci della band, per poi dare sfogo alla parte più psichedelica del gruppo, caratterizzata dall’ottimo lavoro delle chitarre elettriche. Una canzone che vale l’acquisto dell’album. Con Teach Your Children si vira in maniera netta nel campo delle country ballad, e questa sarà solo una delle frequenti sfumature del disco. Dall’atmosfera soffice del pezzo precedente veniamo catapultati della meravigliosa Almost Cut My Hair, accompagnati dalla voce possente di David Crosby. Sul pezzo credo ci sia davvero poco da aggiungere: un inno leggendario contro la guerra. Ancora atmosfere ovattate con Helpless, ma decisamente più “Beatlesiane”, con la melodia degli intrecci vocali a farla da padrone. Decisamente diverso il piglio elettrico di Woodstock, pezzo a metà tra rock e blues davvero ben fatto; sarà impossibile non battere il piede a tempo di musica. È ancora Crosby a dar vita alla title track, canzone apparentemente complessa, probabilmente la meno diretta del disco, ma di sicuro una delle migliori. Our House sembra davvero una risposta agli “scarafaggi di Liverpool” che solo questo magico quartetto riuscì a mettere leggermente in ombra negli Stati Uniti, salvo poi sciogliersi qualche anno dopo il live 4 Way Street. È Stephen Stills a dare i natali a 4+20, una ballata cupa e malinconica, diretta figlia della tradizione di Bob Dylan e Johnny Cash. È il genio di Neil Young a scrivere la mini suite Country Girl: Whiskey Boot Hill/Down, Down, Down/Country Girl (I Think You’re Pretty), composizione dalle diverse incarnazioni all’insegna dell’eleganza. Si chiude con un’altra buona traccia di classico rock come Everybody I Love You, degna chiusura di un disco da avere in maniera più assoluta.

Anche se da molti questo disco viene un po’ sottovalutato, mi sembra palese la sua importanza, il suo valore, se vogliamo anche superiore al discorso qualitativo, perché questo sarà l’unico album prodotto dai quattro, poi lanciati -chi più, chi meno- in brillanti carriere da solisti. Oggettivamente, non tutti i pezzi sono ispirati come le canzoni migliori, e la continua alternanza sfumata da un genere all’altro potrebbe essere vista come una mancanza di omogeneità, ma si tratta di peccati veniali. Prima di chiudere, è doverosa una citazione per Dallas Taylor, batterista della band, e Greg Reeves (bassista) annoverati sulla stessa cover dell’album, ed entrambi autori di un’ottima prova. Insomma, spero abbiate capito che questo disco vale ogni centesimo speso per comprarlo, anche in tempo di crisi. Acquisto obbligato.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
96.38 su 18 voti [ VOTA]
matteo d'errico
Mercoledì 23 Marzo 2016, 0.58.30
8
Un album che non smette di stupire confermandosi accattivante,penetrante e coinvolgente. Melodie soft e un pò graffianti che mi riportano agli anni del liceo,quando lo ascoltavo di recente uscita con un gradimento immediato.Sembrava di conoscerli da sempre ,questi 10 brani. Da allora continuano ad affascinarmi. Deja Vù merita un tatuaggio virtuale nella memoria . Un grazie sincero ai quattro massimi artefici della west coast.
BFS
Venerdì 15 Marzo 2013, 16.36.41
7
Capolavoro
Ok
Venerdì 15 Marzo 2013, 0.17.30
6
voto basso . e' un classico della band, che cacchio 81 !!!!! ma dai si surymae woodstock e' una cover bellissima di una canzone di joni mitchell che prima stava con david crosby e poi al tempo di questo album stava con graham nash ed ad inizio carriera era amica del semisconosciuto neil young, altri tempi grande gruppo
MorphineChild
Giovedì 14 Marzo 2013, 22.49.20
5
gran disco, anche se il vero must del gruppo resta 4 Way Street, o meglio ancora il bootleg del live a Fillmore, che comprende Suite Judy Blue Eyes per intero. è affascinante ascoltare come quattro musicalità differenti riescano ad unirsi in armonia così perfetta. in ogni caso, questo, come il precedente omonimo senza Young, la discografia di Young stesso fino al '79, ed i primi solisti degli altri membri (Songs For Beginners di Nash, l'omonimo di Stephen Stills e quel capolavoro senza tempo che è If I Could Only Remember My Name di Crosby) sono assolutamente irrinunciabili
roger
Giovedì 14 Marzo 2013, 18.01.16
4
quoto gangreen in pieno. disco sottovalutato?? ma se è un classico!! non tuti i pezzi sono ispirati???? ma stiamo parlando dello stesso disco?!? mah....contrariato da 'sta rece.
Surymae
Giovedì 14 Marzo 2013, 17.58.17
3
"Woodstock" era una cover di una (bellissima) canzone di Joni Mitchell, all'epoca fidanzata di uno di loro - anche se purtroppo non ricordo chi esattamente. Infatti la canzone "Our House" si riferisce proprio alla casa in cui vivevano. Scusate per l'intrusione, bella recensione!
gangreen
Giovedì 14 Marzo 2013, 15.46.22
2
Dare 81 a questo disco vuol dire non dare più di 40 alla maggior parte delle uscite quotidiane. Se recensite classici come questo, dovete tenerli nella giusta considerazione; minimo 90. Disco straordinario.
sgrunf
Giovedì 14 Marzo 2013, 11.02.21
1
Da alcuni sottovalutato ? Mah.......O ragazzi ,questo è un capolavoro come minimo da 90.Avercene di band così oggigiorno.
INFORMAZIONI
1970
Atlantic Records
Folk
Tracklist
1. Carry On
2. Teach Your Children
3. Almost Cut My Hair
4. Helpless
5. Woodstock
6. Déjà Vu
7. Our House
8. 4 + 20
9. Country Girl
- Whiskey Boot Hill
- Down, Down, Down
- Country Girl (I Think You're Pretty)
10. Everybody I love You
Line Up
David Crosby (Voce, Chitarra solista)
Stephen Stills (Voce, Chitarra solista, Basso, Tastiere)
Graham Nash (Voce, Chitarra ritmica, Tastiere)
Neil Young (Voce, Chitarra ritmica e solista, Tastiere, Armonica)
Greg Reeves (Basso)
Dallas Taylor (Batteria)
 
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