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Six Feet Under - Unborn
( 3144 letture )
Chi si accontenta, gode?

Sui Six Feet Under si è scritto di tutto. La parte preminente della critica e degli ascoltatori non è mai stata tenera con loro, a cominciare dalla genesi e dalle motivazioni che spinsero un ancora giovane Chris Barnes a lasciare, dopo il 1994, una realtà all’apice del successo. Riassumendo le varie dichiarazioni dell’epoca si può concludere che il rasta più famoso, fumoso e fumante del death metal avesse voglia di sperimentare nuove strade e significati, i quali, secondo la sua opinione, venivano occlusi dall’intransigenza con cui i Cannibal Corpse procedevano nella propria carriera.
Il gruppo aveva le proprie motivazioni e del resto, quando si ingrana, i dischi si vendono e i concerti si riempiono, è davvero rischioso cambiare rotta. Tant’è che Barnes preferì cominciare daccapo con una nuova band, i Six Feet Under.
Fin dagli esordi la discriminante tra le due formazioni è stata netta ed il nuovo gruppo è sembrato da subito un vestito che il fumogeno cantante si era cucito addosso, secondo la propria idea di metal extremo: old school nelle note, più attenzione all’immagine, ai testi e all’attitudine ‘raw’, ma meno alla tecnica esecutiva.
Negli Stati Uniti tutto ciò ha pagato, tanto che attualmente i Six Feet Under procedono costantemente, attraverso una popolarità che dapprima si è poggiata sulle spalle rinsecchite del suo leader e pian piano si è solidificata sul moniker. Nel resto del mondo, ed in particolare in Italia, il gruppo non ha mai davvero insidiato i Cannibal Corpse, percepiti ancora oggi come riferimento massimo di una certa corrente del death metal. Eppure, anche nel bel paese, Barnes conserva estimatori, prima come personaggio, poi come musicista, quindi come posacenere.

I nostri, piacciano o meno, rimangono dei gran lavoratori. Se la memoria non mi inganna, con questo Unborn si è arrivati al decimo album in studio che, aggiunto alle tre raccolte di cover ed al mini-live, porta il totale delle uscite a quattordici. Non male per delle persone capitanate da un soggetto, il quale tutto sembra tranne che uno stacanovista.

Per scusarmi della lunga introduzione, faccio il pari sintetizzando ora il giudizio sul nuovo album. Com’è Unborn? E’ peggio di Undead ma meglio di alcuni dischi che l’hanno preceduto.
Non so se l’involuzione sia collegabile alla differenza terminologica che si coglie tra i due titoli, tant’è che i Six Feet Under rendono meglio quando coniugano il verbo morire piuttosto che il verbo nascere. Evidentemente è nel loro destino, ma tralasciando stucchevoli riflessioni sugli influssi benevoli dei titoli usati, attraverso una esegesi semiotica che vi provocherebbe eritemi e susseguente voglia di menarmi in gruppi da dieci, è bene raccontare i pochi dettagli del disco.

La prima caratteristica è quella che molti conoscono e che permane anche nel nuovo lavoro: la semplicità di scrittura. Come ricordato pocanzi, i cinque fanno dell’immediatezza il cardine attorno a cui ruota il resto. Pochi e semplici riff, tempi di batteria lineari e vocione tubercolotico. Tre punti che ci sono sempre stati e sempre ci saranno nella carriera del gruppo. La scelta di Kevin Talley alle pelli si era dimostrata giusta già in precedenza, dato che tale batterista è di gran lunga il musicista più dotato. Il suo ingresso è servito prima di tutto a riempire le tante ripetizioni che volutamente vengono inserite negli album dei Six Feet Under, attraverso una tecnica che se non può essere espressa nella sua interezza, rappresenta comunque un arricchimento. I riff ed in generale il mood concentrato in Unborn è grossomodo quello che i conoscitori della band avrebbero preventivato con moderata certezza. Anche il grugnito è ancora una volta il medesimo, ma Barnes in tal caso fa bene a preservare il tugurio che ha in gola, perché è da sempre il suo tratto distintivo, aggiunto ai suoi lobi in formato portachiavi ed al fisico da spazzolone di terza mano.

La qualità dell’album è alterna, va e viene ed è estremamente soggettivo il giudizio critico che se ne può dare. Potrebbe fare schifo in maniera incontrovertibile per gli adepti del death più moderno e tecnico, almeno quanto potrebbe piacere ai fanatici dell’old school. Personalmente trovo che Unborn rende meglio laddove la partecipazione dei musicisti è più ampia possibile, in modo da sfruttare tutte le qualità presenti: il carisma del cantante, la tecnica del batterista e le linee di chitarra, semplici e dirette. A tal proposito segnalo la doppietta Zombie Blood CurseDecapitate.
Al contrario, quando i cinque poggiano esclusivamente sulle capacità di Barnes, limitandosi a seguirlo passivamente, ecco che il sound comincia ad intiepidirsi e ad annoiare.

Nell’insieme si può affermare che Unborn rappresenti un passo indietro rispetto ai trascorsi più recenti e, malgrado non lasci il segno, non tocca nemmeno il fondo, come invece capitò -illo tempore- con ‘13’, ineguagliabile schifezza in una discografia tutt’altro che impeccabile.
Anche la registrazione non fa gridare la miracolo, però rende bene l’idea della musica che i cinque vogliono proporre.

Concludendo, il giudizio del sottoscritto è quello di un album sufficiente e, nonostante ciò, comprenderei serenamente le ragioni più disparate, tanto se fossero di critica feroce, quanto se andassero nel verso opposto.
Fatto sta che i Six Feet Under sono questi e, dopo diciotto anni di vita, è pacifico che si abbia tutto il diritto e l’onere di compiere le proprie scelte, così come di pagarne le conseguenze. Piaccia o meno, la personalità che i nostri hanno formato negli anni questa è e questa rimarrà.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
68.36 su 11 voti [ VOTA]
Macca
Martedì 7 Maggio 2013, 16.29.12
8
Il primo che ascolto di questa formazione, e non ci trovo nulla di entusiasmante
IanMorpheusm666
Sabato 30 Marzo 2013, 0.49.11
7
non fà gridare al miracolo il nuovo "unborn" dei six feet under voto 70 non di più manca di groove o stacchi musicali anche se si tratta di vecchio death
doomale
Giovedì 28 Marzo 2013, 16.08.39
6
dai su mediocri totali da sempre no! Haunted era un gran bell'album..il secondo warpath meno del primo ma passabilissimo!poi man mano sono scesi di livello e si sono ripetuti troppo..qualche episodio degno di nota e molti altri no! In america si sa vanno alla grandissima sopratutto per il carisma di chris barnes..un grande personaggio che personalmente mi dispiaque molto quando lasciò i cannibal corpse con tutto il rispetto x corpsegrinder! l'album comunque non l'ho ascoltato quindi non posso giudicare!
freedom
Giovedì 28 Marzo 2013, 10.49.27
5
@MrFreddy: ho pensato anch'io la stessa cosa...le cose fatte di fretta non vengono mai bene.
Max
Giovedì 28 Marzo 2013, 10.24.20
4
Per me il "successo" di una band come i Six feet under continua a rimanere un totale mistero! Mediocri totali da sempre!
MrFreddy
Giovedì 28 Marzo 2013, 9.49.47
3
Ottima recensione, mi dispiace che siano tornati a livelli più bassi dopo Undead che era un signor disco, ascolterò comunque questo nuovo prodotto. Non è che sia stato prodotto in maniera troppo frettolosa?
freedom
Giovedì 28 Marzo 2013, 1.29.17
2
Ah e probabilmente la mancanza di Rob Arnold ha inciso parecchio...
freedom
Giovedì 28 Marzo 2013, 1.25.37
1
Sono d'accordo con la recensione. Passo indietro rispetto all'ottimo Undead, ma comunque migliore di tante altre porcate prodotte dal gruppo...per come la vedo io c'è Undead, il primo e poi questo. Qui si è puntato fin troppo alla semplicità di scrittura, con brani di due o tre minuti scarsi che non riescono a lasciare il segno. Fortuna che c'è Talley a tenere su il morale di chi ascolta...grande batterista, non c'è che dire. Anche i suoni sono meno curati rispetto al precedente, altro punto a sfavore del disco. Peccato, avrebbero dovuto impegnarsi di più sotto tutti i punti di vista, potevano riscattarsi, ma un solo buon album non credo che basti...voto anch'io 65.
INFORMAZIONI
2013
Metal Blade
Death
Tracklist
1. Neuro Osmosis
2. Prophecy
3. Zombie Blood Curse
4. Decapitate
5. Incision
6. Fragment
7. Alive to Kill You
8. The Sinister Craving
9. Inferno
10. Psychosis
11. The Curse of Ancients
Line Up
Chris Barnes (Voce)
Ola Englund (Chitarra)
Steve Swanson (Chitarra)
Jeff Hughell (Basso)
Kevin Talley (Batteria)
 
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