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Manilla Road - The Deluge
( 3881 letture )
Band da molti osannata, ma da pochi realmente considerata, i Manilla Road ebbero tra il 1983 ed il 1986 il periodo d’oro di una carriera costantemente su grandi livelli. Album come Crystal Logic, Open the Gates ed il qui presente The Deluge rappresentano uno stile ed una grandiosità d’intenti che tuttora sono posti alla base di un intero genere musicale: l’epic metal. Da sempre caratterizzati da un approccio grezzo, primordiale, ma ricercato e raffinato nei suoi contenuti, il gruppo originario del Kansas -non certo la patria più probabile per il genere proposto- ha segnato inesorabilmente un pezzo di storia del metal, continuando peraltro tutt’oggi a pubblicare dischi ed a solcare i palchi di tutto il mondo, col solo leader Mark Shelton rimasto a condurre una formazione più volte nel tempo rimaneggiata, ma sempre capace di sfornare lavori di alto livello. The Deluge, uscito nello stesso anno di un capolavoro quale Somewhere in Time degli Iron Maiden e del non certo altrettanto riuscito Turbo dei Judas Priest, ha come nucleo tematico la città leggendaria di Atlantide. Il primo a menzionarla fu Platone nei due dialoghi Timeo e Crizia, riferendosi ad essa come ad una potenza navale posta oltre le Colonne d’Ercole, che finì per essere sommersa dalle acque per volontà di Poseidone dopo aver tentato di invadere Atene senza successo. Un mito così tanto conclamato non poteva non suscitare l’interesse di Shelton, da sempre narratore di storie che trasudano epos da tutte le parti. Da un punto di vista strettamente musicale, l’album risente ancora -com’era ovvio- in parte dell’heavy metal delle origini, presentando però anche una certa componente prog, riferibile specialmente ai lunghi dialoghi messi in piedi dalla chitarra e dal reparto ritmico, con un Randy Foxe che ci mostra nuovamente di cosa è capace dopo il buon esordio sul precedente Open the Gates, ma questa volta ponendosi più in primo piano e facendo risaltare maggiormente le sue notevoli doti tecniche. Il lavoro in fase di produzione rende infine giustizia alla proposta musicale propria dei Manilla Road, evitando di ottenere un suono troppo pulito, che farebbe risultare meno realistico il tutto, dando così corpo e vita al suono stesso degli strumenti. Inutile parlare poi della voce di Mark Shelton, sempre più condottiero e sempre più a suo agio con le liriche, piegate in tutto e per tutto alla sua carica interpretativa.

L’incipit è affidato a Dementia, canzone intrisa di un’inusuale velocità d’esecuzione tanto nei riff quanto nelle movimentate soluzioni ritmiche; rari ed istantanei sono i momenti in cui il brano subisce un rallentamento ed altrettanto si può dire per la successiva Shadow in the Black, la quale, dopo un inizio lento ed in cui le prime strofe vengono narrate adeguatamente dall’intensa voce di Shelton, presenta un cambio repentino d’atmosfera, mostrandoci ancora il lato più cattivo di questi Manilla Road, che sembrano preludere le future sonorità trash di un album come Out of the Abyss, pubblicato due anni più tardi. La stessa Divine Victim presenta delle ritmiche e dei riff agguerriti, nonostante la voce si mantenga nei canoni stilistici dell’epic metal. The Deluge è uno di quegli album in cui, ad una prima parte buona, anche ottima, ma non eccezionale, fa seguito una seconda metà a dir poco stellare. Infatti, le seguenti Hammer of the Witches, in cui Shelton si destreggia in un cantato rabbioso, ed il breve intermezzo strumentale di Morbid Tabernacle non sono episodi destinati a passare alla storia, seppur appartenenti ad un album che la storia l’ha fatta eccome. A partire da Isle of the Dead abbiamo invece a che fare con i brani migliori del disco: in quest’ultima troviamo un Randy Foxe agguerrito dietro le pelli, così come fa scintille la chitarra di Shelton, che si dimostra musicista di notevole caratura oltre che ottimo cantante. Ancora meglio con la successiva Taken by Storm, potente esecuzione che mette sugli scudi la furia esecutiva del trio americano, capace di far viaggiare l’ascoltatore per mezzo di soluzioni sempre originali ed addirittura emozionanti in certi tratti. Il capolavoro principale è però la titletrack, che si rifà al mito del Diluvio Universale per raccontarci della città sommersa di Atlantide; la canzone è suddivisa in tre parti, la prima delle quali più calma con funzioni prettamente introduttive, la seconda più agguerrita, con conseguente “sovraffollamento sonoro” dettato da riff di chitarra impazziti ed un comparto ritmico che si impone ancora una volta evitando di restare relegato sullo sfondo, mentre la terza, strumentale e più controllata, ci permette di assimilare tutta l’epicità emersa fino a quel momento. C’è ancora tempo per l’ennesima canzone suonata a velocità sostenuta, Friction in Mass, che presenta un bel cambio d’atmosfera verso la metà del pezzo, in cui il narratore Mark Shelton ci dà mostra delle sue poliedriche capacità vocali. La conclusiva Rest in Pieces è a tutti gli effetti una canzone speed, ma dai forti tratti epici, percepibili nel lungo lamento della chitarra sulle cui note si va a chiudere l’intero album.

The Deluge è un esempio di forza da parte dei Manilla Road, una formazione incredibile, composta da soli tre elementi, ma in grado di far impallidire tanti altri mostri sacri del settore. Gli anni Ottanta non sono stati solo heavy e thrash metal, ma hanno posto anche le fondamenta dell’epic metal grazie proprio ai suoi paladini provenienti dalle terre del Kansas. Con The Deluge si va a chiudere per certi versi il periodo più prolifico del gruppo, gli anni successivi saranno dettati infatti da un discostamento più o meno vistoso dai canoni stilistici visti fino a quel momento, nonché da uno scioglimento avvenuto nei primi anni Novanta con conseguente reunion avvenuta però soltanto nel 2000. La band, come detto, è tutt’ora in attività e il marchio Manilla Road sembra ancora lontano dallo scomparire.



VOTO RECENSORE
92
VOTO LETTORI
97.73 su 15 voti [ VOTA]
Shadowplay72
Giovedì 30 Novembre 2017, 14.39.35
10
la mia epic metal band preferita,insieme ai warlord.deluge uno dei loro album migliori!
metalhammer
Venerdì 25 Aprile 2014, 17.39.48
9
Grandissimo album: assieme a "Cristal Logic" e "Open the Gates", "The Deluge" è una perla di Epic Metal!
piggod
Martedì 9 Aprile 2013, 12.26.45
8
Fra questo e Open the gates non saprei cosa scegliere. La quintessenza dell'epic metal.
ziron
Lunedì 8 Aprile 2013, 17.23.26
7
per me inferiore ai 2 precedenti, ma sempre ottimo
anvil
Domenica 7 Aprile 2013, 7.47.55
6
Manilla Road un nome una garanzia e questo album è sicuramente uno dei loro migliori lavori , da avere per gli amanti del genere un must !!!
Lizard
Sabato 6 Aprile 2013, 15.21.12
5
Mamma mia... Che discone... Adoro il modo in cui Randy 'The Thrasher' Fox introduce ritmiche così devastanti all'intrno di composizioni così ricche di epos e dramamticità. Mi ricorda lo stile che Marc Bell utilizzava nei Dust quindici anni prima. Ammetto che a me Hammer of the Witches piace molto
Undercover
Sabato 6 Aprile 2013, 13.59.26
4
Non credo ci sia bisogno neanche di commentare un disco simile. Cult.
Flag Of Hate
Sabato 6 Aprile 2013, 12.21.10
3
Disco superlativo. Uno dei capisaldi dell'Epic. Che figata gli Eighties, cazzo... Un capolavoro dietro l'altro. 92/100 voto giusto.
il vichingo
Sabato 6 Aprile 2013, 11.29.21
2
Quando si parla dei Manilla Road, così come dei Cirith Ungol, dei Manowar o dei Warlord, divento poco obiettivo . 100/100 anche per me.
LUCI DI FERRO
Sabato 6 Aprile 2013, 11.20.23
1
The Deluge è uno di quei pochi album che appartiene a quella stretta famiglia di dischi che prendono il 100/100. DA AVERE, un MUST.
INFORMAZIONI
1986
Black Dragon Records
Epic
Tracklist
1. Dementia
2. Shadow in the Black
3. Divine Victim
4. Hammer of the Witches
5. Morbid Tabernacle
6. Isle of the Dead
7. Taken by Storm
8. The Deluge
9. Friction in Mass
10. Rest in Pieces
Line Up
Mark Shelton (Voce, Chitarra)
Scott Park (Basso)
Randy Foxe (Batteria, Cori)
 
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