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Erdh - Resilient
( 1214 letture )
"I nostri antenati sono andati a caccia d'immenso. Così ingrandivano la vita. Perciò l'astronomia è stata la prima scienza delle civiltà. La notte fu esplorata più del giorno perché era tanto più vasta. Il pensiero ha forzato i segreti, scippato conoscenze per allargare il campo della poca vita. Sbirciare l'infinito fa aumentare lo spazio, il respiro, la testa, di chi lo sta a osservare."
Erri De Luca, Sulle tracce di Nives

Ad oggi solo in pochi hanno avuto la possibilità di compiere l’ardita impresa, di spingersi al di fuori dell’atmosfera terrestre a bordo di sofisticate macchine volanti, di compiere quel salto verso l’ignoto a cui fin dalla notte dei tempi sotto varie forme l’essere umano anela.
Scommetto che tutti almeno una volta desidererebbero provare una simile esperienza e non vedrebbero l’ora di tornare per poterla raccontare. Già, ma se invece fosse un viaggio di solo andata? Avete mai provato a pensare all’eventualità di rimanere bloccati nello spazio per sempre, di vivere il resto della vostra esistenza bramando di poter ritornare, intrappolati nel vuoto, nel silenzio, nell’oscurità?
Cinquanta anni possono essere niente per il cosmo ma un’eternità per la vita di un uomo, costretto ad abbandonare il proprio pianeta ed a non potervi più tornare. Il motivo? La Terra è ormai un luogo invivibile, non dà più frutti commestibili, la flora è marcia, l’habitat è inospitale. Non è più pensabile fare ritorno a quel puntino luminoso che si scorge sotto i propri piedi, ormai quell’incubo è lontano ma si è destinati ad un’esistenza vuota, consumati da un sogno, divorati da un desiderio, cioè quello di tornare a poggiare i propri piedi sul suolo terrestre, perché è ad esso che ci si sente di appartenere.

È su questo tema che si incentra l’opener, intitolata propriamente Science Affliction, ma per estensione direi che in fondo il cuore dell’intero platter poggi proprio su questo indissolubile contrasto: scienza, progresso tecnologico, avanguardia da un lato, afflizione, tormento interiore, oscure emozioni, terrore dell’incognito, rassegnazione ad un infausto destino, dall’altro.
Ecco allora che questo contrasto non solo prende corpo a livello tematico e quasi psicologico, ma si incarna ineluttabilmente anche in un’espressione artistica che in fondo, sotto varie forme, viene riproposta non solo nell’affascinante brano di apertura, ma anche nel corso dell’intero lavoro.
Come forse è già possibile presagire da queste premesse, il sound che ne deriva si estrinseca quasi naturalmente in un connubio tra sonorità "elettro" (ed in parte anche "industrial") nella accezione più estrema del termine e "gothic" in una versione particolarmente adombrata, oscura.

Per quanto riguarda il primo aspetto, le composizioni sono ricolme di campionamenti stranianti, di break in cui subentrano noise sintetici sempre più intensi, in cui l’atmosfera si fa alienante. Sovente poi, trovano spazio inserti di voci fuori campo, quasi a riprodurre le comunicazioni radio delle basi militari con i velivoli aerospaziali. L’intento è evidente, cioè quello di suscitare in certi momenti quasi la sensazione di trovarsi all’interno di quegli stessi velivoli, in altri quello di far pulsare le linee elettriche, di far immergere l’ascoltatore in mondo ultra-tecnologico popolato ed animato da transistori i quali, strutturati in circuiti integrati tra loro interconnessi, possono perfino dar vita al malsano oggetto del nostro piacere, pronto a soddisfare i nostri più sudici pruriti (come in Pink Circuit).
In tal senso però l’apoteosi si raggiunge in particolare in (O.D.)dity in Neverland, laddove si viene letteralmente schiaffati in sonorità e vocalità che vanno oltre il semplice richiamo all’elettro ed all’industrial, ma che si fanno robotiche, cibernetiche, sia per la sovrabbondanza ed intensità di sample accompagnati da un ritmo ripetitivo e stereotipato, sia per l’interpretazione meccanica ed inumana del vocalist. I suoni campionati sovrabbondano in questa creatura dei calcolatori elettronici e qui sono evidenti anche spiccate influenze trip-hop.
L’abuso di suoni sintetici ha certamente un suo fascino, il ricorso a sonorità cibernetiche così spinte non può certo lasciare indifferenti, però ha come controindicazione un calo delle emozioni, legate alla totale assenza (nel brano in questione) del suono degli strumenti tradizionali ed al ruolo del vocalist, che per l’occasione si trasforma in una sorta di automa, in un androide senz’anima. Ciò fa di certo di questo brano un episodio interessante ma, riflettendoci, se tutto l’album fosse stato impostato esclusivamente su questa chiave avrebbe perso gran parte della sua attrattiva, insita prevalentemente nel contrasto tra l’emotività (seppur prevalentemente fosca) propria della natura umana e la freddezza dell’intelligenza artificiale.

Per fortuna, però, altrove tale contrasto è mantenuto vivo e, in una cornice come quella appena descritta, ampio spazio è offerto anche all’espressività e perfino all’aggressività degli strumenti, in particolar modo dei cordofoni.
Si realizzano così atmosfere sì futuristiche ma altresì tetramente goticheggianti, ricalcate da un’interpretazione vocale sempre marcatamente rabbuiante e spesso tendente a tonalità basse profonde, unite ad un guitar work al contempo perentorio, robusto e raschiante, tra cui si fanno largo, talvolta quasi in sordina ma altre volte in maniera prepotente, linee melodiche su tonalità più alte, semplici ma efficaci e taglienti.
Insomma, non ci si lasci trarre in inganno dall’abbondanza di inserti al synth, perché mentre il ritmo si mantiene prevalentemente su mid tempo con sporadiche puntate verso passaggi più intensi, il ruolo chiave è affidato alle due chitarre. Magari non sono presenti virtuosismi di particolare pregio, ma di certo non mancano avvincenti canovacci in cui una chitarra va inesorabilmente in tremolo, mentre l’altra cavalca l’onda con straripanti bordate, oppure altri in cui una linea si apre verso implacabili assoli in tapping mentre l’altra segna solchi profondi rilasciando i suoi suoni robusti e pesanti.
Nel finale, con Sinking, c’è anche ampio spazio per tutta la carica di impetuosità ma anche di oscurità del goth rock più nero (quello di ispirazione ottantiana per intenderci); nero come lo è l’anima di questo disco o il suo artwork, che è già tutto un programma.

È l’album d’esordio per gli Erdh; ma chi si nasconde dietro questo arcano acronimo?
Si tratta di un duo transalpino, costituito da personalità abbastanza distinte tra loro, il che probabilmente spiega perfettamente l’origine del dualismo che affiora da questo lavoro.
Tutti gli inserti al synth e le parti strumentali sono curate da Nicolas Pingnelain, già da tempo attivo nella scena elettronica estrema, cui va di certo un plauso per la duttilità ed anche per il buon livello compositivo, mentre la produzione (uno dei punti di forza di questo disco) è curata dalle sapienti mani dello svedese Jens Bogren (la cui lista di collaborazioni importanti tende asintoticamente all’infinito), all’opera nei Fascination Street Studios.
Discorso a parte va invece dedicato all’altro componente del duo, anch’egli francese, autore ed interprete dei testi, qui presente in una veste diversa rispetto a quella a cui siamo soliti associarlo. Si tratta infatti di Emmanuel Levy, meglio noto come il mastermind dei Wormfood, band chiave della scena black, poi avantgarde ed infine gothic del panorama francese. Nel corso degli anni Emmanuel ci ha già abituati alla sua grande versatilità vocale e, dopo aver apprezzato la riedizione di vecchi lavori della sua band storica in Décade(nt) e nella speranza che magari un domani possa riprendere il discorso lasciato in sospeso con France, adesso è comunque un piacere vederlo all’opera in una delle rappresentazioni a lui più congeniali. Qui la sua vocalità precipita talvolta nelle profondità degli abissi, liberando tonalità baritonali di un’intensità impressionante e richiamando spesso quella di Peter Steele che, come è noto, ha sempre costituito una delle sue principali fonti d’ispirazione. Alcune volte è quasi asettica, altre volte si fa demoniaca e maledetta, altre ancora libera tremendi sussurri. L’effetto complessivo che ne deriva non sarebbe certamente lo stesso senza un cantante di tale levatura.

In conclusione, ci troviamo di fronte ad un’avanguardistica miscela di suoni liquidi e inorganici, condita da spunti e tonalità dark e da esplosioni decisamente intense di riff travolgenti o di massicce dosi di suoni elettronici: in sintesi, una definizione forse azzardata ma che sembrerebbe appropriata per presentare questa proposta potrebbe essere "Cyber-Goth". Il tutto però è combinato in una chiave suggestiva, a tratti meditativa, ma per lo più protesa verso la rappresentazione del mistero dell’ignoto in una dimensione quasi astratta, intangibile e quanto mai pienamente oscura ed estraniante, come in un film di fantascienza dai risvolti infausti.
L’unica pecca è forse quella che, man mano che si prosegue lungo la track list, a volte i brani danno la sensazione di chiudersi un po’ a riccio su se stessi, presentando grovigli tra suoni organici ed inorganici sempre più contorti e cervellotici (ecco, forse cervellotici è il termine più adatto per esprimere la sensazione che ne deriva), ma in fondo questi sono rischi che può correre solo chi osa spingere la sperimentazione a livelli più elevati.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
82.66 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2013
Altered End / Season of Mist
Gothic
Tracklist
1. Science Affliction
2. Pink Circuit
3. Oxidized
4. (O.D.)dity in Neverland
5. Resilient
6. Codex Atrox
7. Sinking
Line Up
Emmanuel Lévy (Voce)
Nicolas Pingnelain (Programmazione, Basso, Chitarre)
 
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