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Serenity - War of Ages
( 2798 letture )
La storia professionale dei tirolesi Serenity comincia nel 2004, quando una line-up finalmente stabile consente al quintetto di esibirsi dal vivo con regolarità, riscuotendo successi ed arrivando a condividere il palco con la leggenda Ronnie James Dio. Al rodaggio on the road segue, l’anno successivo, la registrazione del primo demo (Engraved Within), ben recepito dalla stampa come dal nostro sito ed ideale viatico alla registrazione del primo full-length. Completamente autoprodotto, Words Untold & Dreams Unlived si caratterizza per un approccio ultraprofessionale, che vede le diverse fasi della produzione completate in giro per l’Europa, da Monaco all’Austria, passando per Repubblica Ceca, Finlandia e Grecia. Una tale ambizione non può sfuggire alla label Napalm Records, che pubblicherà il lavoro nel 2007 sotto le proprie insegne. I tour internazionali che seguiranno non faranno altro che cementare l’intesa e sviluppare contatti, materia preziosa che verrà riversata sui solchi di Fallen Sactuary prima (2008) e Death & Legacy poi (2011, “un lavoro di grandissima classe e senza alcun filler” secondo il nostro Gianluca Leone). Giunti oggi al quarto album, gli austriaci ci portano indietro nel tempo lungo un percorso ideale che unisce, come i puntini numerati dell’enigmistica, le figure di Enrico VIII d’Inghilterra, Napoleone ed Alessandro Il Grande. Basato su un misto di riff, variazioni di tempo, ballad e passaggi sinfonici, il metal dei Serenity riuscirà a confermarsi come una valida alternativa ad Avantasia e Kamelot?

Prima di tuffarmi in questi cinquantadue minuti di ascolto, scaldo i timpani con Resilience degli svizzeri Trophallaxy (Brennus Music, 2013) e cresce in me la speranza che la proposta dei vicini di casa austriaci sia radicalmente differente: trovo infatti che l’accostamento di una base tecnica e spigolosa con l’educatissimo cantato da soprano sia un artificio abusato, inflazionato, che non mi ha mai davvero convinto per la natura troppo elementare del suo contrasto. Mi auguro che i Serenity propongano un amalgama più coerente e focalizzato, o almeno una convergenza parallela (Aldo Moro, 1959), che sappia mettere a frutto la tensione per giungere almeno ad un risultato compiuto. L’opener Wings of Madness promette bene e sembra, per atmosfera e crescendo, una versione pompata della colonna sonora del film Phenomena (Claudio Simonetti, 1984), sulle cui note si inserisce il cantato maschile, pulito e melodico, quasi sussurrato, di Georg Neuhauser, raddoppiato da Clementine Delauney al momento del delicato ritornello. La formula si ripresenta, a parti invertite, in occasione della seconda strofa, arricchita da una ritmica di archi dalla presenza discreta, dal lavoro alle sei corde di Buchberger e da una produzione brillante che ben si addice al genere. L’auspicio iniziale può dirsi rispettato, perché i Serenity danno corpo e note ad un prodotto dall’identità riconoscibile, benché impersonale, decisamente virato a favore di un power melodico, caratteristico di certa produzione orientale, nel quale la componente sinfonica e cinematografica si limita a qualche gradevole contributo di contorno. Questa limitazione non inficia il giudizio positivo sulla tecnica esibita da tutti i musicisti; se la sezione ritmica non presenta particolari sussulti, la sensibilità di Buchberger si riconosce nella varietà degli arrangiamenti e nella classe degli assoli (Legacy of Tudors, tra i momenti migliori), mentre i due cantanti offrono una performance di indiscutibile valore, sobri, affiatati e comunicativi come nelle melense ballad For Freedom’s Sake e Tannenberg. La durata media dei brani, che si attesta attorno ai cinque minuti, nonostante una velocità generalmente sostenuta, lascia intendere una costruzione più elaborata degli stessi, ma sempre fine a se stessa; nel novero degli insaporitori, che come tali non modificano l’identità del piatto, citiamo dunque introduzioni ed intermezzi strumentali, melodici assoli di chitarra e ritornelli che, per lunghezza ed insistente ripetitività, superano a volte le strofe stesse. War of Ages si conforma scolasticamente al genere, presentando una gradevolezza matematica, un’apprezzabile cura dei suoni, una sufficiente varietà di atmosfere (da menzionare la consistenza eterea di Royal Pain, la suggestione arabeggiante di Shining Oasis e la riuscita orchestrazione, benché intermittente, di Age of Glory) ed una copertina dal concept misterioso ed intrigante che certo non guasta. Allo stesso tempo il disco non osa e, per usare una metafora calcistica, non verticalizza la manovra come sentiremmo fare a Nightwish (The Poet and the Pendulum fece piangere un mio amico, la prima volta che gliela feci sentire) o Sonata Arctica o anche solo... Amaranthe: come mister Giampaolo, che ci aveva illuso di far giocare il Cesena come fosse il Barcellona, anche i Serenity si perdono in un’infinita serie di palleggi, peraltro eseguiti con precisione, manovrando sterilmente al limite dell’area come in The Matricide, ma senza mai cercare con cattiveria e decisione lo specchio della porta.

Alle dieci tracce di provenienza tirolese mancano dunque cuore e sfrontatezza, passione travolgente ed un briciolo di pazzia, manca quel senso di progressione che avrebbe potuto regalarci un disco maturo, ma allo stesso tempo meno scontato, costantemente sulla difensiva e prevedibile. Nonostante le ritmiche sostenute ed i cori incalzanti, l’impressione finale lasciata da War of Ages è quella di una musica statica, di un power da cartolina in deludente contrasto col bellicoso titolo, nel quale cambiando l’ordine degli (abusati) fattori il prodotto non cambia. Ecco perché il quarto disco dei cinque austriaci è una sfavillante bigiotteria destinata ad annerire col tempo ed il più classico dei pareggi a reti bianchissime, che forse muove la classifica dei nostri ascolti ma non accontenta -né scontenta- nessuno.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
81.42 su 35 voti [ VOTA]
Metalgio'67
Giovedì 14 Novembre 2013, 5.25.50
5
Album bellissimo ,poi brani come Age of glory sono meravigliosi ,poi la voce di Georg e bellissima.
Sambalzalzal
Domenica 14 Aprile 2013, 17.14.09
4
Ho ascoltato qualcosa qua e la e devo dire che non mi è dispiaciuta per nulla. prenderò l'album quanto prima!
Straisand
Martedì 9 Aprile 2013, 22.44.21
3
Decisamente migliore e più ispirato del precedente. Bellissime le ballad!
paul
Martedì 9 Aprile 2013, 14.15.11
2
Grance disco, si confermano a livelli qualitativi elevati per il genere. Voto 8
Le Marquis de Fremont
Martedì 9 Aprile 2013, 13.35.35
1
Probabilmente loro, questo sanno fare. Carino, niente di più. Anche gli altri, comunque non erano granché. Hanno solo il vantaggio di un songwriting migliore rispetto a certe acclamatissime band gothic/symphonic con tastieroni pomp. Au revoir.
INFORMAZIONI
2013
Napalm Records
Symphonic Metal
Tracklist
1. Wings of Madness
2. The Art of War
3. Shining Oasis
4. For Freedom’s Sake
5. Age of Glory
6. The Matricide
7. Symphony for the Quiet
8. Tannenberg
9. Legacy of Tudors
10. Royal Pain
Line Up
Clementine Delauney (Voce)
Georg Neuhauser (Voce)
Thomas Buchberger (Chitarra)
Fabio D’Amore (Basso)
Andreas Schipflinger (Batteria)
 
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