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Thin Lizzy - Johnny the Fox
( 3731 letture )
Subito dopo la pubblicazione ed il successo di Jailbreak, primo vero colpo commerciale del gruppo, i Thin Lizzy si apprestavano a raccogliere i frutti delle loro fatiche, quando Phil Lynott venne colpito da epatite durante un tour statunitense a causa della sua vita non esattamente etichettabile come modello da seguire. La convalescenza fu comunque un periodo utile dal punto di vista compositivo, in quanto il nostro ne approfittò per scrivere gran parte dei pezzi che costituiranno poi la tracklist di Johnny The Fox. Dal suo letto d'ospedale a Manchester e partendo da una chitarra acustica, Phil buttò giù un bel po' dell'album trovando anche il tempo di suonare all'Hammersmith prima di essere dimesso definitivamente, dopodichè la band si recò a registrare in Germania per pagare meno tasse. Se dal punto di vista economico lo spostamento portò indubbi benefici, non altrettanto potè dirsi per la qualità del suono, in particolare per ciò che riguardava le tracce della batteria assolutamente insoddisfacenti, tanto che alla fine si decise di ritornare in Inghilterra. Il materiale da cui estrarre le canzoni per l'album abbondava, ma le tensioni tra Robertson e Lynott e il fatto che all'epoca il vinile non consentiva di inserire più di un certo numero di brani, limitò in qualche modo il pur eccellente risultato finale, anche a causa della scelta di alcuni pezzi ritenuti dal produttore John Alcock troppo deboli rispetto a quelli più conclamatamente di stampo hard rock. In particolare il riferimento era a Boogie Woogie Dance, ma non solo. Trascinato dall'hit single Don't Believe a Word, l'album presentava il solito mix tra momenti più trascinanti ed effettivamente hard rock conditi dalle consuete armonizzazioni tanto importanti per ciò che sarebbe successo solo pochissimi anni dopo, o che più precisamente stava già cominciando a succedere, ed altri più easy listening, in grado di raggiungere un pubblico "normale", con momenti che potevano essere persino accostati alle serate in locali da ballo, all'epoca molto diversi da quelli che osserviamo oggi.

L'album si proponeva al pubblico con una cover invero piuttosto singolare rispetto al contenuto, risultato degli sforzi al buio di un Jim Fitzpatrick costretto a disegnare una copertina di stampo celtico su esplicita richiesta di Lynott (la volpe ed il titolo vennero aggiunti a disegno finito quando il titolo gli fu reso noto e nonostante le perplessità dell'autore) senza saper bene dove andare a parare. Johnny The Fox era aperto da Johnny: si tratta di un solido hard rock-blues (marchio di fabbrica della band) di grande presa e con la solita prova vocale avvincente di Lynott. Segue Rocky, basata su un altro riff dello stesso stile di quello dell'opener, ma con un cantato più americano, quasi glam rock nell'impostazione e le altrettanto solite armonizzazioni tra chitarre, più un testo riguardante i pregiudizi religiosi. A questo punto irrompe -si fa per dire visto il tipo di canzone- Borderline, ballatona di classe anche questa condita da un ritornello un po' americano nell'impostazione, seppur inserito in un brano totalmente differente rispetto al precedente e con un testo che descriveva le pene d'amore di Robertson. Ritmo che risale di tono con Don't Believe a Word, celeberrimo singolo in equilibrio tra hard rock ed hit single da classifica, contenente un solo di chitarra che al giorno d'oggi ben difficilmente troveremmo in un prodotto da chart. Questa notazione potrebbe introdurre una serie di considerazioni sulle classifiche, ma l'abbiamo già fatto da poco in altra sede. La canzone causò forti dissapori tra Lynott e Robertson a causa dell'arrangiamento troppo rivolto al grande pubblico e fu tra le cause del successivo split tra i due. Lato "A" che si chiudeva sulle note di Fools Gold, ancora un pezzo di bravura nel suo ondeggiare con criterio tra hard rock, blues e pezzo "per tutti", specialmente nel ritornello. Dietro un brano non particolarmente cattivo si nascondeva inoltre un testo importante riguardante l'emigrazione irlandese in America. Probabilmente oggi sarebbe scelto come singolo al posto di Don't Believe a Word. Il lato "B" era aperto dall'intro di batteria e dal funk-rock di Johnny the Fox Meets Jimmy the Weed, sinuosa riproposizione di certe atmosfere hendrixiane miste al funky, anche nel cantato, con chitarre ancora sugli scudi. Tocca ad Old Flame: ancora un brano adatto al grande pubblico, ma stavolta troppo sbilanciato verso quest'ultimo a causa dei cori davvero troppo easy. Massacre torna su territori più tipicamente hard rock, altro pezzo roccioso e di classe cristallina. Sweet Marie è un brano che avrebbe potuto davvero essere migliore, se fosse stata prodotto diversamente. Nella canzone si descrivono altre pene d'amore, stavolta quelle di Scott Gorham in un bell'hard rock d'atmosfera, ma dalla produzione troppo moscia. Danze che si chiudono con Boogie Woogie Dance, appunto. Funky ed hard rock ancora a braccetto per una closer piacevole, anche se non particolarmente ispirata.

L'album ottenne un meritato successo arrivando al numero 11 delle charts inglesi. Successivamente il tour registrò buone presenze di pubblico e la band arrivò anche ad esibirsi alla BBC nello spettacolo allora tenuto da Rod Stewart dove suonarono live, al contrario del buon Rod. A questo punto però, i dissapori tra Lynott e Robertson si acuirono in maniera tale da diventare ingestibili dopo una rissa in cui il chitarrista venne ferito ad una mano da quello dei Gonzales, rendendogli impossibile suonare e facendo di conseguenza saltare impegni importanti che avrebbero forse lanciato definitivamente la band, ma per queste faccende vi rimando alla Biografia della band. Complessivamente un gradino al di sotto rispetto a Jailbreak, Johnny The Fox rappresenta comunque uno dei capitoli più riusciti della saga dei Thin Lizzy, muovendosi con la consueta classe tra potenza, eleganza, ed un occhio raffinato alle classifiche che al giorno d'oggi è diventato più unico che raro da trovare. Curiosità: nel disco suona anche un amico di Lynott, un batterista/percussionista che fornì un apporto non meglio precisato. Il suo nome? Phil Collins. Il batterista dei Genesis non fu il solo "guest" presente, della partita fu anche Fiachra Trench, musicista irlandese responsabile di alcuni arrangiamenti di chitarra, in particolare di quello di Sweet Marie. Potrei insistere ancora sulle famose e pluricitate armonizzazioni delle chitarre e sulla loro importanza, sui testi descrittivi e sempre tendenti al poetico in rock, sul potenziale da classifica senza smielaggini e concessioni da ascolti di massa di un album e di un gruppo che, molto semplicemente, rappresenta un pilastro delle fondamenta dell'heavy metal, ma sarebbe solo un reiterare tesi già enunciate ed ormai accettate unanimemente dai cultori della storia del rock. Forse fu proprio la loro classe a fregarli, la trasversalità della loro proposta valida potenzialmente per tutti, che come accade talvolta ancora oggi, risultò troppo adatta alle classifiche per i rockers duri e puri e troppo cattiva per gli ascoltatori più numericamente importanti. Insomma: quattro o cinque canzoni troppo dure per alcuni e quattro o cinque canzoni troppo mosce per talatri; una storia che abbiamo visto e rivedremo. Che questa analisi sia corretta o meno, alla fine quello che abbiamo davanti è (ancora una volta) un ottimo, sofisticato, album di hard rock contaminato da vari altri generi, in grado di irretire tanto il rocker puro quanto la ragazzina superficiale ascoltatrice di musica. Mi sembra più che sufficiente per interessarsene e considerarli come meritano, no?



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
96.36 su 19 voti [ VOTA]
Fabio Rasta
Martedì 17 Dicembre 2019, 9.04.14
10
Interessante ed affascinante, quanto inusuale, questo Johnny The Fox, che non ha niente da spartire con il suo gemello Jailbreak. Si esplorano, oltre all'Hard Rock, diversi generi, come ben documentato nella dettagliata recensione, anche easy listening, dice Raven, ma sempre roba di classe, no porcherie, aggiungo io. La cosa, comunque, che mi ha impressionato di + è il Funky: la title track, infatti, sembra uscita da un vicolo di Starsky & Hutch, dove un Huggy Bear + losco del solito, si aggira circospetto con fare furtivo. Insomma, degli Irlandesi bianchi (si fa x dire...) che suonavano la Blaxploitation come dei neri di Harlem. Non posso non citare The Committments di Alan Parker: «Gli Irlandesi sono i più negri d'Europa, i Dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: "Sono un negro e me ne vanto!"» (Jimmy Rabbitte parlando ai futuri membri della Soul Band.)
Rob Fleming
Sabato 13 Febbraio 2016, 18.42.55
9
Ormai si può parlare di stile Lizzy. Massacre, Broderline e Don't believe a word sono i classici. Ma il brano che colpisce di più è senza dubbio Boogie woogie dance con una prestazione di Downey da lasciare senza fiato
marmar
Venerdì 19 Aprile 2013, 21.04.14
8
I dischi dei Thin Lizzy da "Fighting" in poi sono tutti belli, e questo non fa certo eccezione.
The Nightcomer
Martedì 16 Aprile 2013, 0.03.40
7
Disco a cui sono molto affezionato: per non consumare i vinili avevo registrato una cassetta da 90 con Johnny The Fox e Chinatown, che ha girato incessantemente per un lungo periodo. Poco da aggiungere alla recensioe di Raven, se non che si percepisce quando a scrivere è qualcuno che, grazie ad età ed esperienza, sa di cosa sta parlando e tiene in debita considerazione i dischi che hanno un'importanza innegabile.
Jailbreak
Lunedì 15 Aprile 2013, 16.55.24
6
Emozioni in musica tutta la loro discografia .
Raven
Lunedì 15 Aprile 2013, 16.49.27
5
Purtroppo devo anche notare come, nonostante sia trascorso parecchio tempo dalla loro fine e la loro opera sia stata abbondantemente storicizzata e classificata come merita, anche qui non raccolgono letture in proporzione a quanto meritano. E' strano, ma continuano ad essere un po' sottovalutati, e la cosa spiace.
Andy \\\'71
Lunedì 15 Aprile 2013, 16.43.01
4
Come si fà a commentare un disco dei Lizzy?band fondamentale con dischi fondamentali,voto 90!la musica allo stato dell'arte!Quando li conosci,ti innamori,ogni canzone completamente diversa dall'altra,assolutamente geniali,e non li molli più......
Lizard
Domenica 14 Aprile 2013, 0.03.12
3
Massacre è un pezzo clamoroso e così Don't Believe a Word e molti altri di questo gran disco. Quando entri nella loro ottica, non c'è un solo album dei Lizzy che non meriti di essere ascoltato e tramandato.
Undercover
Sabato 13 Aprile 2013, 11.45.23
2
Li ho conosciuti troppo tardi e me ne sono innamorato... band stupenda, disco un po' fuori corda per loro, ma veramente bello.
Maurizio
Sabato 13 Aprile 2013, 10.57.48
1
Forse, Raven , erano semplicemente troppo avanti per quei tempi...io nei seventies ero troppo giovane, ma dopo la bufera NWOBHM li ho scoperti e non li ho più lasciati. Gruppo seminale che un sacco di gente di successo deve ringraziare. Ma proprio tanta...Johnny the Fox è molto diverso da Jailbreak ma colpisce pienamente il bersaglio; Lynott era un genio, poche storie. E come tale si dilaniava per non essere pienamente compreso ed apprezzato. Fiamme brillanti e luminose si spengono prima....
INFORMAZIONI
1976
Vertigo Records
Hard Rock
Tracklist
1. Johnny
2. Rocky
3. Borderline
4. Don't Believe a Word
5. Fools Gold
6. Johnny the Fox Meets Jimmy the Weed
7. Old Flame
8. Massacre
9. Sweet Marie
10.Boogie Woogie Dance
Line Up
Phil Lynott (Basso, Voce,Chitarra acustica)
Brian Robertson (Chitarra)
Scott Gorham (Chitarra)
Brian Downey (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti:
Fiachra Trench (Arrangiamenti, Basso)
Phil Collins (Percussioni)
Kim Beacon (Cori)
 
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