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Primordial - A Journey’s End
( 3091 letture )
Cos'è che divide un album eccellente da un capolavoro? Che nome dare a quell'abisso incolmabile? È qualcosa di impalpabile, indefinibile. Eppure c'è. Ed è enorme. Ma è difficile da identificare. È un'anima. Un soffio vitale che lo pervade. Come si può infatti affermare che il De Mysteriis Dom. Satanas dei Mayhem (solo per citarne uno) sia una mera e vuota successione di note, per quanto meravigliose? Lo si avverte subito che non è così. Succede con tutti i capolavori che la musica ci ha donato. Ricordo ancora la sensazione che ebbi quando per la prima volta strinsi tra le mani Hammerheart. Già prima di ascoltarlo avvertivo la sua unicità. La sua anima. Simili emozioni me le ha donate anche il disco che mi accingo a recensire: A Journey's End, dei Primordial.

Partiamo dalla band. Nasce nell'ormai lontano 1987 a Skerries, nella contea di Dublino e, dopo due demo, esordisce sulla lunga distanza nel 1995 con Imrama, un vero e proprio diamante grezzo, che già indicava quello che con gli anni sarebbe divenuto l'inconfondibile stile del quintetto irlandese. Nel 1998, dà alla luce il suo secondo album, A Journey's End. Le atmosfere più tipicamente black dell'esordio cedono il passo alla velata malinconia e alla maestosità che diverranno poi paradigmatiche per i successivi lavori della band.

Questo è anche il disco nel quale il gruppo raggiunge la piena maturazione tecnica e la piena personalizzazione del sound. Ad occuparsi della sezione ritmica troviamo di Paul MacAmlaigh al basso, e Simon O'Laoghaire alla batteria. Il primo svolge bene il lavoro sporco e rafforza considerevolmente l'ossatura delle tracce, pur messo in ombra da una produzione che non lo valorizza. Il secondo, subentrato dopo la rottura con Derek "D." MacAmlaigh (uno dei membri fondatori), è protagonista di una prestazione dietro le pelli veramente ottima. Ridimensionati i blast beat si muove prevalentemente su tempi marziali scanditi dal suono secco della grancassa, spesso e volentieri in levare, senza mai scadere nel tu-pa-tu-pa che finirà poi per essere presenza costante in molte band folk metal. Un termine di paragone può essere trovato, con le dovute distanze ovviamente, nei mid-tempos che Frost utilizzava nei primi Satyricon. La chitarra, allora monopolio di MacUilliam, dà vita a un riffing continuo e corposo che pur mantenendo un' impostazione vicina al black, ne sono una prova i continui tremuli picking, se ne discostano in quanto ad armonia e atmosfera, mostrando chiarissime influenze folk, prevalentemente celtico e doom. Un discorso a parte va fatto sulla prestazione dello straordinario Alan Averill. La trasformazione che la sua voce subisce dall'album precedente ha del miracoloso. Lo screaming acido e strozzato di Imrama si trasforma, muovendosi su tonalità più basse e su un’impostazione più epicheggiante, che ne valorizza l'espressività. Stesso discorso per il cantato pulito, di cui il frontman acquista qui il pieno controllo sia per quanto riguarda l'intonazione che per quanto concerne l'uso del diaframma. Il registro vocale utilizzato è fortemente tragico e sofferente, sfiorando a tratti il parlato e il risultato che ne viene fuori è una meravigliosa alternanza vocale che si dimostra essere il valore aggiunto di questo disco.
Un rullo di tamburi introduce l'opener, Graven Idol. La canzone si inquadra come una delle più vicine allo stile di Imrama, ma, nonostante ciò, si avverte che qualcosa è cambiato. Già dalle prime note la solennità che caratterizza quest'album si rende manifesta alle orecchie dell'ascoltatore. Si fa notare inoltre un aumento del minutaggio, infatti il pezzo supera di durata tutti quelli del precedente, superando gli otto minuti. La successiva Dark Song mette in luce invece l'anima puramente folk degli irlandesi. Su un tappeto di chitarra acustica danzano e si intrecciano splendidamente la teatrale voce di Alan e una struggente melodia di flauto. Si prosegue il viaggio con Autumn's Ablaze, brano che racchiude in se tutta la straziante malinconia di questo disco. Il riff in tremulo picking è di quelli che hanno fatto scuola e c'è da sottolineare ancora una volta la straordinaria prestazione del vocalist, la cui ugola sfoggia per l'occasione il suo miglior tono sofferto, che in alcuni tratti rimanda alla memoria l'inimitabile Johan Längquist di Epicus Doomicus Metallicus. La titletrack prosegue su coordinate stilistiche molto simili. Ancora una volta i Primordial stupiscono con la loro immensa abilità nel trasmettere emozioni. Ascoltando questa gemma si ha veramente l'impressione che il nostro viaggio sia giunto infine al termine. Anche qui il cantato è solo pulito e per qualche attimo si ha l'impressione che l'album si stia per attorcigliare su se stesso in una tenebrosa spirale dalle atmosfere doomeggianti. Sensazione che sembrerebbe trovare conferma in Solitary Mourner, bellissimo intermezzo di quasi tre minuti affidato unicamente alla voce di Averill. Invece subito dopo si viene investiti da Bitter Harvest. Il suo riff d'apertura sorge lentamente, quasi timidamente, sussurrato appena. Il pezzo prende poi vita e colore, su un'atmosfera che non sarebbe azzardato definire solare e rilassante. Poi tutto implode. Basta un accordo, improvviso e cupo, per capirlo. Il brano viene stravolto e si trasforma in una cavalcata disperata ed epica. Ritorna prepotentemente lo screaming e la batteria si muove su partiture che, seppur rallentate, tradiscono un'impostazione vicina al death. Chitarra acustica ed elettrica si sovrappongono sull'urlo "Now! Now!". Il finale è affidato a un'accelerazione bruciante, scandita dal rullante di O'Laoghaire. La traccia conclusiva, la strumentale An Aister Deineach si basa sull'ipnotica ripetizione di pochi e semplici arpeggi sostenuti dal basso, più in evidenza che mai, e dall'incedere marziale della batteria. A Journey's End muore così, lentamente, in modo soffuso.

Questo è un album che farà scuola, per mezzo del quale la band di Dublino aprirà la strada ad una moltitudine di band, che li innalzeranno a loro modello di ispirazione. Il disco è straordinario ed è veramente un arduo compito descriverne a parole la mgnificenza. Catturarne la solennità. Rievocarne l'atmosfera. Il suo ascolto è un'esperienza unica, quasi surreale. Non si può captarne l'essenza solo tramite il semplice udito, ma è necessario sottomettere la propria volontà alla musica ed entrare a far parte del cupo universo che i Primordial evocano grazie alla loro opera.

Sono poche le opere degne di questo appellativo e A Journey's End è tra queste. Capolavoro.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
96.8 su 15 voti [ VOTA]
Niklas
Sabato 6 Gennaio 2018, 8.56.04
12
Musicalmente è grandioso, momenti come l'intro di Bitter Harvest o il riff all'inizio di Autumn's Ablaze li reputo tra i più belli che mi sia capitato di sentire in ambito black. L'opener è secondo me l'apice creativo dei Primordial. Purtroppo il cantante, soprattutto nel pulito, lascia molto a desiderare. Su Dark Song o nel finale di Autumn's Ablaze arriva ad essere quasi fastidioso. Nei dischi successivi è andato man mano migliorando ma per me resta l'anello debole del gruppo. Bellissima la copertina, quella originale e non quella orrenda della ristampa. Voto 80
Metal3K
Giovedì 29 Agosto 2013, 10.56.39
11
@Mov Grandissen: sei pregato di usare questo spazio libero in maniera corretta. Questo e' il primo ma anche l'ultimo avvertimento.
Mov Grandissen
Giovedì 29 Agosto 2013, 3.46.14
10
[EDIT: prima parte del commento rimossa] tornate ad ascoltare gli 1D
Elijah
Lunedì 29 Aprile 2013, 18.29.33
9
Che goduria e che classe i Primordial, l'unico loro disco che mi dice poco è Imrama.
Giaxomo
Lunedì 29 Aprile 2013, 11.29.15
8
@Enry: Esatto Primordial e Negura sopra tutti quanti, introspettivi ed eleganti e MAI casinari.
Luca
Lunedì 29 Aprile 2013, 10.30.42
7
Un capolavoro, da lacrime agli occhi...
enry
Sabato 27 Aprile 2013, 14.03.49
6
Questo è il folk/black, quello serio, senza baracconate da osteria. Disco stupendo, uno dei loro migliori, tutti grandi pezzi a cominciare dalla meravigliosa Dark Song...90 anche per me.
golem
Sabato 27 Aprile 2013, 13.15.56
5
preferisco i loro vecchi lavori rispetto agli ultimi, dove si sono un pò standardizzati dopo aver giustamente riscosso molto successo. e questo è uno dei loro capolavori
Doomale
Sabato 27 Aprile 2013, 13.01.47
4
...Uno dei capolavori dei Primordial..ancora cè qualcosina da sgrezzare..ma meglio così dona ancora più fascino...E comunque per me questa band apparte Imrama che come dice Piero è un gran bel diamante grezzo, ha partorito sempre e solo capolavori..Immensi e Fieri..unici Primordia
tommi
Sabato 27 Aprile 2013, 12.08.32
3
@vichingo ogni volta che mi accingo a cliccare su una rece black folk e simili so già di trovare un tuo commento...proverò a dare un ascolto...
fabriziomagno
Sabato 27 Aprile 2013, 11.31.57
2
finalmente i primordial su metallized! gran bel disco, quasi perfetto, il 90 è un voto giusto! \m/
il vichingo
Sabato 27 Aprile 2013, 11.08.51
1
Finalmente è arrivato qualcuno che si degna di rispolverare i Primordial, e soprattutto questo disco che è il mio preferito della band. Era ora .
INFORMAZIONI
1998
Misanthropy Records
Folk/Black
Tracklist
1. Graven Idol
2. Dark Song
3. Autumn’s Ablaze
4. Journey’s End
5. Solitary Mourner
6. Bitter Harvest
7. On Aistear Deirneach
Line Up
Alan Averill "Nemtheanga" (Voce)
Ciáran MacUiliam (Chitarra, Mandolino, Whistle)
Pól MacAmlaigh (Basso)
Simon O'Laoghaire (Batteria, Percussioni)
 
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