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Angra - Rebirth
( 4362 letture )
Sull’onda del successo delle contaminazioni folk di Holy Land e dell’heavy più tradizionale -e per alcuni meno ispirato- di Fireworks, gli Angra si ritrovano all’improvviso privi della voce di André Matos, del basso di Luis Mariutti e della batteria di Ricardo Confessori: è l’anno duemila e la band è chiamata a sopravvivere alla sua stessa grandezza reinventandosi una formazione che ne garantisca la continuità. Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt, chitarristi superstiti e fondatori del gruppo, cominciano così la ricerca di nuovi musicisti secondo un criterio che definiranno “rigoroso" ed impostato alla capacità tecnica, all’esperienza maturata ed alla comprensione musicale reciproca. Il lavoro dà buoni frutti e nel marzo dell’anno successivo gli Angra sono di nuovo in pista ed in grado di annunciare ufficialmente l’ingresso in pianta stabile di Eduardo Falaschi (cantante dei Symbols, band di suo fratello Tito che si sarebbe guadagnata un discreto seguito sia in Brasile che all’estero), Aquiles Priester (batterista con Paul Di'Anno) e del bassista Felipe Andreoli. Rebirth, prodotto da Dennis Ward (Pink Cream 69), viene pubblicato nel 2001 ricevendo un ottimo riscontro commerciale e di critica: Rinascita non potrebbe essere titolo migliore per sintetizzare, in una sola parola, la svolta per il combo brasiliano dopo la partenza del carismatico Matos.

Rebirth è allo stesso tempo un concept ed un lavoro dalla forte connotazione biografica. L’intenzione della band è quella di accennare alla propria sfida di rinnovamento, avvalendosi di un’invenzione metaforica e fantascientifica che narra di un mondo distrutto da ricostruire con nuove leggi, maggiore ottimismo ed uno sguardo rivolto con più convinzione al futuro che non al passato. Il concetto della rinascita è variamente declinato ed abbraccia la dimensione umana, frutto di una visione intima e personale, a quella del mondo intero, martoriato dalla catastrofe naturale, dall’incomunicabilità tra gli uomini e dagli estremismi che, descritti con sensibilità profetica dal riuscito electro-folk di Unholy Wars, sarebbero di lì a poco sfociati nella tragedia delle Twin Towers. Passato e futuro si intersecano nei primi, drammatici istanti dell’intro In Excelsis, mentre è con Nova Era che la band ritrova velocità, quadratura e quello stile lieve, solare e brillante che le è stato sempre associato. Il lavoro di Loureiro e Bittencourt si pone immediatamente come un solido centro di gravità attorno al quale ruotano i rinati Angra: l’impalcatura di ritmiche ed assoli è clinica nei suoni e varia nell’espressione musicale, sempre improntata ad una musicalità immediata e compiuta. La velocità dei brasiliani non è un impeto travolgente, quanto piuttosto un’urgenza gioiosa ed un’aspirazione, anche fisica, nella quale rimane sempre un posticino per la delicatezza dei fiati, l’espressività degli archi, un romantico arpeggio di chitarra ed un pianoforte subito protagonista all’inizio di Millennium Sun. In ogni istante si avverte una piacevole sensazione di ariosità, che permette un’espressione libera e rifinita, geometrica come piace agli amanti del power, ma anche sufficientemente imprevedibile (negli intermezzi, nei piccoli tocchi, nelle vezzosità orchestrali di Running Alone ed in una malinconica Visions Prelude che cita Chopin) tanto da lambire con delicatezza le coste di un prog contaminato, sospeso tra Helloween e Queen. La nuova formazione riesce a tradurre in note un ottimo affiatamento, un dialogo continuo ed inter pares, una visione condivisa che rappresenta uno degli aspetti fondamentali per una collaborazione davvero efficace (lo dice Dan Sanker in Collaborate! - The Art of We). La tecnica dei musicisti non ha mai il sopravvento, preferendo mettersi al servizio di una musica che è misura, raffinatezza ritmica, continuo bilanciamento tra gli acuti di Falaschi ed i cori gravi e gregoriani di Acid Rain, che sembrano riportarlo su quella stessa terra dalla quale le loro voci baritonali provengono. L’ex cantante dei Symbols si dimostra chiaramente all’altezza, forte di una duttilità che gli permette di spaziare lungo l’intero registro senza insicurezze, più espressivo quando meno acuto (Heroes of Sand), graffiante se serve e melodico con personalità, senza mai risultare affettato. Difficile esaltare un brano piuttosto che un altro, tanto il disco si ascolta come un laborioso, ponderato ed esotico “tutto” al quale non difettano contenuti, continue invenzioni e la bella sensazione -che aiuta a riconoscere fin dal primo ascolto gli album di un qualche successo- di avere sempre qualcosa da dire. Rebirth è un disco così variopinto da disorientare, che sfrutta con coraggio ogni secondo per trasformarsi continuamente, che esalta con la complessità dei suoi arrangiamenti la voglia di un cambiamento destinato a ritrovarsi (Judgement Day), piuttosto che un volo pindarico compiuto per rinnegare un passato doloroso: è un rimescolamento prudente delle carte, un gigante ma piccolo piccolo, un‘operazione necessaria e meditata allo scopo di restituire al pubblico lo spirito originario degli Angra, il loro metal più puro ed artisticamente concentrato, benché ricco di suggestione ritmica (superba la prova di Priester) e cangiante colore.

Alcuni giorni fa leggevo sul numero di aprile di HiFi Choice che il declino delle vendite di Compact Disc è condizionato dal tipo di musica che la singola statistica prende in considerazione. Ci sono ad esempio generi, come il pop più commerciale, per i quali le vendite di CD possono già dirsi praticamente azzerate: questa musica viene riprodotta in formato “liquido" perché l’esperienza è “usa & getta" e l’ascoltatore non sente il bisogno di possedere, conservare nel tempo, tramandare né il dato artistico né le emozioni ad esso connesse. Poi ci sono generi come la musica classica, il jazz, il rock di qualità, che regalano al dischetto ottico un pensionamento più lento e dignitoso, perché in questo caso l’esperienza di un pubblico più attento ed esigente non si esaurisce con l’ascolto, ma si completa con una conoscenza che abbraccia i sensi, che si vuole coinvolgente e duratura, tangibile e collocabile in un momento spazio/temporale ben definito. Ecco, trovo che Rebirth sia uno di quegli album che meritano la dignità di una forma da conservare, alla quale dedicare spazio nella libreria e periodica cura, protagonisti i brasiliani di una produzione che raramente ha deluso aspettative pur alte: Rebirth è un “back to square one”, il ritorno sudato alla casella ”Via” del Monopoli, un mix onesto di tecnica ed anima, la dimostrazione di forza di una band che, all’insegna di un ritrovato dialogo, riesce rabbiosamente a sopravvivere al cambiamento, all’incomunicabilità ed al distacco.

“What we were talking about is that sometimes people don't understand the other one just because we think different. That is what happened to the band. We were all working together, but thinking differently. People just started fighting because we think different." (Kiko Loureiro)



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
83.65 su 29 voti [ VOTA]
lux chaos
Domenica 9 Aprile 2017, 10.02.39
17
Stupendo, anche grazie a Falaschi che dona quella grinta che ai dischi precedenti (pur capolavori) era sempre mancata
TheGodfather
Mercoledì 14 Ottobre 2015, 11.02.02
16
Per le prime 5 tracce lo trovo un capolavoro all'altezza di "Holy Land", poi purtroppo il livello scende e soprattutto cominciano gli autoplagi, con "Unholy Wars" che ho sempre ritenuto imbarazzante per come ricalca in peggio la struttura e le armonie della mitica "Carolina IV" e "Running Alone" che segue pari pari la falsariga di "Evil Warning". Per fortuna c'è ancora l'emozionante title track a risollevare le sorti di un album comunque notevole, che merita lo status di classico. Voto 85
Thrasher Spartacus
Sabato 8 Novembre 2014, 22.35.21
15
Un bell'album di Power Metal ben composto e suonato.
peppe
Domenica 15 Giugno 2014, 14.46.49
14
solo bleeding heart!
HeroOfSand_14
Venerdì 24 Maggio 2013, 14.19.41
13
Ho visto adesso il messaggio di Pckid e penso faccia piacere anche a noi che ci sia una discussione calma, moderata e diciamo "culturale", visto che chi commenta di solito inserisce dati e informazioni magari nuove per altri utenti. Che sia di buon esempio per altre recensioni, commenti di news e commenti vari!
PcKid
Giovedì 9 Maggio 2013, 20.20.38
12
Ciao ragazzi, non è mia abitudine commentare i commenti (ma risponderò molto volentieri a chiunque vorrà lasciarmi un saluto sulla mia bacheca, qui su Metallized), voglio però ringraziare tutti per il modo straordinariamente pacato col quale ognuno ha espresso il suo parere sul mio voto, scrivendo quale sarebbe stato - secondo la sua personale sensibilità - il punteggio più corretto. Di questi tempi capita raramente di trovarsi a discutere in modo così disteso, ormai litighiamo per tutto, spinti a prevaricare ed irridere, e mi onora che una simile dimostrazione di civiltà e rispetto avvenga proprio in calce ad un mio scritto. Che poi avete probabilmente ragione, magari mi sono fatto prendere dalla storia romantica dell'album e gli ho assegnato un voto più alto del dovuto: ricordate comunque che il recensore non è affatto un super-espertone (io sono quello che ha assegnato uno striminzito 68 a Get A Grip degli Aerosmith, dopo tutto!), bensì uno come voi disposto ad argomentare pubblicamente il proprio parere nella speranza di stimolare, così facendo, una discussione serena come quella alla quale avete dato vita.
The Nightcomer
Giovedì 9 Maggio 2013, 18.15.06
11
Sostanzialmente concordo con le analisi di Painkiller ed Interstellar Overdrive; i rimandi al glorioso passato si sentono in questo album, così come l'assenza di Matos, un elemento dotato di carisma e personalità indiscutibili. Ciò nonostante, penso che la qualità della proposta musicale sia buona (sebbene inferiore a quella del passato, imho), così come la prova del nuovo singer, il cui paragone con Matos sorge inevitabilmente. Il mio voto è 74.
Painkiller
Lunedì 6 Maggio 2013, 17.09.44
10
Rebirth è l'unico album dell'era post Matos a piacermi davvero, e sebbene PcKid abbia evidenziato certi punti a favore di questo album che forse non ho mai apprezzato davvero, non riesco a considerarlo un capolavoro tale da sfiorare il 90. Diciamo che il doppio pedale mi da sempre un po' fastidio nell'ascolto, ma a parte questo ritengo Rebirth un ottimo album per essere un "nuovo inizio", una rinascita appunto, anche se lo trovo un po' "forzato" e "di maniera". Insomma, secondo me Loureiro e Bittencourt hanno voluto andare sul sicuro dopo il passo falso fatto con fireworks, proponendo un album più vicino allae sonorità dei primi due lavori, senza porsi il problema del "plagio" di sè stessi vista la novità dietro al microfono...75 per me
HeroOfSand_14
Lunedì 6 Maggio 2013, 14.58.14
9
Io sono contento che finalmente si da risalto agli album dell'era Falaschi, però ammetto che in effetti 87 è troppo alto, ma il recensore chiaramente se ne intende di più e ha valutato giustamente a metà tra parere personale (+ conoscenze) e parere oggettivo. Quindi nulla da dire su questo, io però, pur amando questo album come pochi altri nella mia vita, gli do un 85, anche se mi rendo conto che molti non concorderanno. Rimane il fatto che Falaschi era all'apice della sua forma (anche se molto distante da Matos) e ha fornito un'ottima prestazione, su canzoni che mi fanno sempre emozionare. Io penso che se uno vuole sentire una canzone "fatta con classe" basta che metta nello stereo Rebirth, la titletrack. Ragazzi, quante band esistono al mondo che danno dei tocchi sopraffini alle canzoni, rendendole immortali e sempre godibili come gli Angra? Poche, e loro meritavano e meritano più attenzione. PS: ottima recensione, originale, bella sopratutto la parte sui CD, che rende fieri noi ascoltatori di buona musica, sapendo che i nostri cd saranno sempre al loro posto, puliti e pronti all'ennesimo uso.
Interstellar overdrive
Lunedì 6 Maggio 2013, 13.23.57
8
E' un buon disco, che spara le sue cartucce migliori all'inizio. 87 è un voto esagerato, anche considerando il fatto che i brani migliori contengono svariati rimandi ai primi capolavori con Matos, in special modo "Angels Cry". Per me è sul 75.
Victim of Fate
Domenica 5 Maggio 2013, 21.13.10
7
4 tracce. Contando l' intro
Victim of Fate
Domenica 5 Maggio 2013, 21.12.49
6
Concordo abbestia con Radamanthis. Falaschi decisamente inferiore ai precedenti con Matos ma d' altra parte era dura centrare i gusti dei fan vocalmente. Disco buono comunque, molto buono. Le tre prime 3 traccie sono dei capolavori. Il resto discreto. 80
angry
Domenica 5 Maggio 2013, 21.00.50
5
voti troppo alti su sto sito..l'ho sempre detto!!!
Radamanthis
Domenica 5 Maggio 2013, 10.46.19
4
Quando uscì lo comprai e rimasi parzialmente deluso unicamente per la voce di Falaschi che con Matos non c'azzecca proprio una cippa. Poi certamente le sezioni strumentali sono da Angra ovvero sono fatte da grandi musicisti tra i più preparati che ci sono in circolazione però la parte vocale rispetto al passato è inferiore in maniera molto evidente. detto ciò il mio voto è 80 perchè comunque parliamo di un gran disco, inferiore a quelli dell'era Matos ma comunque un gran disco nonostante le pesantissime assenze della voce di André Matos, del basso di Luis Mariutti e della batteria di Ricardo Confessori. Voto 80
xXx
Sabato 4 Maggio 2013, 16.57.11
3
certamente il disco con Falaschi più vicino alle composizioni dell'era Matos e non solo cronologicamente parlando. bello in ogni suo aspetto. concordo col recensore.
Diego
Sabato 4 Maggio 2013, 13.32.52
2
Presente nella mia CDteca, insieme ai precedenti lavori e al successivo Temple of Shadows che ritengo pari di questo...
LUCI DI FERRO
Sabato 4 Maggio 2013, 12.19.39
1
Ottimo & Grandissimo album
INFORMAZIONI
2001
SPV/Steamhammer
Power
Tracklist
1. In Excelsis
2. Nova Era
3. Millennium Sun
4. Acid Rain
5. Heroes of Sand
6. Unholy Wars
7. Rebirth
8. Judgment Day
9. Running Alone
10. Visions Prelude
Line Up
Eduardo Falaschi (Voce)
Kiko Loureiro (Chitarra)
Rafael Bittencourt (Chitarra)
Felipe Andreoli (Basso)
Aquiles Priester (Batteria)
 
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