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Gary Moore - Grinding Stone
( 2693 letture )
Quando nel 1973 Gary Moore pubblicò Grinding Stone, primo album di una gloriosa carriera solista, era già un artista di un certo rilievo. Solo cinque anni prima diede vita agli Skid Row (non la band statunitense da tutti conosciuta, ma il gruppo blues/rock irlandese attivo agli albori degli anni Settanta), accompagnato da Phil Lynott (membro fondatore dei Thin Lizzy) al microfono, Bernard Chivers alla seconda chitarra e Nollaug Bridgeman alla batteria. Con questa band il successo arrivò in men che non si dica, segnato dai concerti insieme ai Fleetwood Mac, ai Savoy Brown ed ai Canned Heat, includendo inoltre due pubblicazioni ufficiali: Skid, datato 1970, e 34 Hours, uscito l’anno seguente. Di lì a poco, però, Moore preferì separarsi da quella formazione per intraprendere una carriera solista, cominciata appunto nel 1973 col debutto Grinding Stone. L’album, inserito in un contesto storico che ancora non prevedeva grandi sussulti da parte dell’hard rock pesante e dell’heavy metal, che allora erano ai loro primi vagiti, era caratterizzato da un insieme di sonorità tra loro diverse che contribuivano a rendere particolare il sound del musicista irlandese. Tuttora il disco si presenta fresco e vivace, dotato di una componente di base prettamente blues/rock, svariati elementi ai confini col prog rock, ma persino divagazioni che potremmo definire jazzistiche (ricordiamo i Colosseum II, primissima band di Moore, dedita ad un prog rock sperimentale ai limiti con la fusion) ed alcuni inserti “tribali” (come in Spirit). Proprio le influenze prog, tanto care allo stile visionario dei Genesis, rendono quest’album di difficile comprensione nell’immediato. Prodotto da Gary Moore stesso e da Martin Birch (già produttore di Deep Purple, Iron Maiden, Black Sabbath ed altre numerose band dell’epoca), Grinding Stone uscì sotto il nome di The Gary Moore Band, monicker modificato solo in seguito.

L’album si compone per lo più di brani lunghi (solo uno non tocca i cinque minuti di durata e il più lungo arriva a toccare i diciassette minuti) ed elaborati, frutto di una composizione che dà giustizia all’estro dei singoli musicisti; non si sta infatti parlando di una band incentrata esclusivamente sui virtuosismi di Gary Moore a discapito del resto della formazione, bensì di un gruppo compatto in cui la tecnica individuale è messa al servizio degli altri, col fine unico di ottenere un prodotto di valore. Obiettivo centrato in pieno. L’iniziale Grinding Stone, brano strumentale, è un tripudio di suoni, note colorate e frizzanti divagazioni chitarristiche, pianistiche e ritmiche. A dimostrazione di come una canzone può dire molto anche senza essere dotata di un testo scritto e quindi di una sezione vocale. Dopo i nove minuti e mezzo dell’opener, tocca a Time to Heal presentarci una band che trasuda blues e rock’n’roll da tutti i pori, capace di farci muovere e danzare senza concederci nemmeno un istante per riprender fiato. Grandiosa la prestazione vocale di Moore, ispirato e potente, capace di trasmetterci la carica giusta per cantare insieme a lui questo pezzo, uno dei più “normali”, ma anche per questo eccezionale, dell’intero disco. Meno immediato è il feeling percepibile nell’ascolto di Sail Across the Mountain, canzone dai toni pacati e ben distante dalla sprezzante energia iniziale del disco, forse proprio per questo non semplicissima da apprezzare in un primo momento. Convince, in tal caso, molto di più la sezione strumentale di quella vocale, poco incisiva. The Energy Dance è, sostanzialmente, un breve intermezzo che poco aggiunge all’album di per sé, ma che ci trasporta in un modo un po’ diverso dal solito a quella che è la prova più esaustiva del disco: Spirit. Non è facile descrivere diciassette minuti di musica, specialmente quando questi sono racchiusi in un unico pezzo e presentano al loro interno stili e sensazioni molto differenti tra loro. Il brano ha un incipit movimentato, fatto di fraseggi continui tra chitarre e tastiere, con un tappeto ritmico di fondo articolato ed un mood che è quasi heavy nel suo incedere. Un primo cambio di ritmo si presenta attorno al terzo minuto, ma la canzone non perde mai in incisività, anzi, sembra acquisirne man mano che avanza. È qui che vengono alla luce tutte quelle sperimentazioni jazzistiche o fusion che sempre caratterizzeranno lo stile del Moore che noi tutti conosciamo. Un musicista capace di metter mano in generi diversi riuscendo a coglierne sempre significati profondi, senza mostrare eccessivo protagonismo o mancanza di sensibilità artistica. Nel corso della sua lunga durata, il pezzo cambia volto in più di un’occasione, ma non perde mai la propria identità; indimenticabile è lo strabiliante assolo posto poco prima della parte finale del brano. La conclusiva Boogie My Way Back Home ci permette, infine, di riprendere finalmente fiato col suo blues classico e senza troppe aspettative. Ancora una volta è grandiosa la prova vocale di Moore, che mostra di avere un timbro adatto proprio a questo tipo di sonorità.

Grinding Stone è solo il primo dei tanti inossidabili sigilli che Gary Moore ha posto nella storia del rock nel corso degli ultimi quarant’anni. Un esordio in grado di dimostrare le inequivocabili qualità dell’istrionico musicista irlandese e dei tanti artisti che con lui hanno contribuito a dar vita ai tanti capolavori di questo calibro. Un album consigliato a tutti gli amanti della buona musica e a tutti coloro che vogliano riscoprire uno dei più grandi nomi che gli anni d’oro della musica rock ci hanno regalato.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
96.87 su 8 voti [ VOTA]
Andrea Salvador
Martedì 28 Agosto 2018, 16.26.21
4
Tipico album del periodo, se parliamo di Heavy Prog ed Hard Rock. Però è invecchiato meglio di tanti album più blasonati e quotati i quel periodo. Si sente che è un album di Gary Moore, anche se mi ricorda certe cose degli Skid Row (e cose che farà, successivamente, con i Colosseum II).
ayreon
Martedì 28 Maggio 2013, 15.38.36
3
ancora acerbo,ma si migliorerà ben presto, e da li' in poi sarà solo leggenda.Mi manchi sempre di più "The loner" è uno di quei pezzi che non mi stancherò mai mdi ascoltare,li' ci hai messo tutto di te,cosi' come in tutto quello che hai fatto .Rest in pecae,(è anche il titolo di un tuo brano) Big Gary
d.r.i.
Giovedì 23 Maggio 2013, 21.17.03
2
Giusto Lorin, Gary è uno che ha spaccato sia nella sua veste rock che in quella blues...ho sempre nel cuore canzoni come Empry room o The loner. Comunque questo disco, che come dice Lorin non è dei migliori, è sempre da 85 pieno
LORIN
Giovedì 23 Maggio 2013, 20.06.30
1
Gran bel disco, non il migliore ma un gran bel disco. Gary era eccezionale fin dall'inizio........
INFORMAZIONI
1973
CBS
Rock/blues
Tracklist
1. Grinding Stone
2. Time to Heal
3. Sail Across the Mountain
4. The Energy Dance
5. Spirit
6. Boogie My Way Back Home
Line Up
Gary Moore (Voce, Chitarra)
Philip Donnelly (Chitarra)
Jan Schelhaas (Tastiere)
Frank Boylan (Basso)
John Curtis (Basso)
Pearse Kelly (Batteria, Percussioni)
 
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