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Burzum - Sôl Austan, Mâni Vestan
( 7708 letture )
Prima Recensione di: Andrea Moretti “Moro”

Il Conte ritorna con un nuovo album, puntuale dopo un anno dal poco riuscito Umskiptar. L'ultima fatica black metal è stato un buon disco ma un po' al di sotto delle aspettative di tutti e, per cercare di "rinnovare" stilisticamente la propria immagine (anche in maniera implicita), Vikernes torna a comporre un'opera strumentale e ambient.

"Sôl Austan, Mâni Vestan si configurerà come 58 minuti di musica elettronica e strumentale, che può essere meglio descritta come rilassante, lenta, piacevole, contemplativa e molto originale. Non avete mai sentito niente del genere prima d'ora; ad ogni modo possiamo paragonare questo disco ad altra musica elettronica, come i Tangerine Dream e, credo, come i passati lavori elettronici di Burzum, ovviamente"

Queste sono le parole altisonanti del Conte il quale scomoda, in modo un po' improprio, i maestri del kraut-rock.
Nei brani di questo Sôl Austan, Mâni Vestan (“Ad est del Sole, ad ovest della Luna”) c'è veramente pochissimo della band di Schulze, o meglio: ci sono le stesse tastiere vagamente cosmiche e dilatate che però si potevano giù udire in Hliðskjálf. Ma questa non è neanche la notizia più importante perchè già ai tempi del pre-carcere di Varg si sapeva che egli era interessato alla musica più sperimentale tedesca e alle varie release della 4AD. Forse avrà voluto rinfrescare la memoria ai suoi vecchi fan e ribadire la propria posizione (riguardo le proprie influenze musicali) nei confronti dei nuovi ascoltatori.
Quello che è interessante è che questo è veramente un album d'ambiente. Bisogna innanzitutto dire che questo lavoro nasce come colonna sonora del documentario ForeBears, girato da Marie Cachet (la compagna di Varg), visibile in un lungo teaser di dieci minuti su YouTube (nel quale si può udire anche un brano inedito del conte, sempre in stile ambient ma cantato).
Un album d'ambiente perchè i suoni che emergono dalla varie tracce sono veramente caldi e avvolgenti, non si limitano solo ad essere loop e sequenze elettroniche ma ci sono anche diversi sample e strumenti (come il basso acustico o i colpi del martello in Rûnar Munt þû Finna) che contestualizzano le canzoni in un luogo terrestre e tangibile. I brani scorrono anche con una certa egemonia e le melodie portanti richiamano ricordano spesso alcune esperienze appena ascoltate e anche le stesse di Hliðskjálf. Feðrahellir ricorda Tuistos Herz, le chitarre semiacustiche pizzicate di Sôlarguði accompagnano dei synth cosmici che portano l'ascoltatore in uno stadio di trascendenza; il progredire dei suoni ci fa sentire un Burzum decisamente maturato dietro le tastiere che non percorre - anche se in modo strumentale - le tipiche metriche strofa, strofa, ritornello.
I suoni caldi di Sôlarrâs e di Heljarmyrkr ricordano Die Liebe Nerpus', Das Einsame Trauern von Frijo e Frijos Goldene Tranen.
Anche se verso il finire dell'album la soglia d'attenzione dell'ascoltatore non sarà brillante come l'inizio si può comunque dire che il binomio "tastiere cosmiche/chitarre acustiche" riesce a creare un avviluppante sensazione fatta di suoni intimi. I synth si diradano nello spazio mentre i piccoli rintocchi delle corde acustiche danno quel minimo di brio agli eseguiti. Chiude il sipario forse la migliore composizione, Sôlbjörg, con degli effetti di flauto che richiamano un fresco albeggiare (il titolo della traccia significa appunto "alba") e respiri vagamente orientali.
Sôl Austan, Mâni Vestan non è sicuramente un fulmine a ciel sereno nella discografia di Burzum, ma si configura sicuramente come l'album ambient più maturo, per quanto riguarda la ricerca di suoni e di sensazioni. Personalmente continuo a rimanere legato a Dauði Baldrs per motivi anagrafici, per le sue melodie, per il suo riprendere riff da altri elementi della discografia di Vikernes, ma questa nuova opera è sicuramente un buon disco, non di facilissima assimilazione, ma rivelatore di una manciata di buoni brani dalle memorabili melodie.

VOTO Prima Recensione: 65



Seconda Recensione di: Lorenzo D'Amico “Wild Wolf”

“Sapere dove giace la nostra identità è una domanda senza risposta” (J.Saramago)

Con questa frase il mai troppo compianto premio Nobel Josè Saramago ha presentato uno dei suoi ultimi romanzi, ”L’uomo duplicato”, che narra le vicende di Tertuliano Afonso, un depresso professore di scuole medie, il quale un giorno scopre l’esistenza di un uomo identico a lui, dai tratti del viso alla voce, in un film di serie B che lui, ovviamente, non ha mai girato. In una sorta di paranoica crisi esistenziale, Tertuliano riuscirà a rintracciare quell’uomo, Antonio Claro, a questo punto un suo vero e proprio alter-ego, ed e scoprirne i dati di nascita, perfettamente coincidenti con i suoi, ad esclusione dell’ora natale, apprendendo Tertuliano di essere venuto al mondo mezz’ora dopo Antonio.
In un crescente climax di ricatti, imbrogli ed invenzioni, i due personaggi cercheranno di fare propria la vita dell’altro, donne comprese, che in qualche modo sentono, legittimamente, di poter e dover possedere.
Il finale del romanzo sta in libreria, non fra queste righe. Ai nostri fini, conta solo dire che esso è tutto racchiuso in un’improvvisa conversazione telefonica, la quale mette i brividi per quanto mini ed destabilizzi l’unica certezza che, forse, abbiamo a questo mondo: la nostra individualità ed originalità come essere umani.

Ascoltando Sôl Austan, Mâni Vestan, undicesimo lavoro in studio del polistrumentista norvegese Kristian Larssøn “Qisling” Vikernes, ironici pensieri legati a questo piccolo miracolo che Saramago ha regalato al mondo prima di morire mi scorrono veloci nella mente.
Ho immaginato un inquieto uomo con una lunga barba tendente al bianco che una notte, in una casa di legno ai bordi della tundra norvegese, ne incontra un altro, meno segnato dalla vita. Il primo è un musicista filo-pagano che ha in mente di realizzare un progetto di musica ambient, probabilmente con l’intento di recuperare il misticismo religioso perduto della propria terra; il secondo, tutto vestito di nero e chiodi e vicino a movimenti ultra-nazionalisti ed anticristiani, lo guarda sarcastico, rispondendogli che l'attivismo ideologico non può essere messo in secondo piano nemmeno dalla musica, e che lui, per ciò che il black metal rappresenta, sarebbe disposto pure ad ammazzare, letteralmente.
Del resto, il musicista non ha bisogno di presentazioni, sempre se si riuscisse a farne una esaustiva in poche righe, e chi oggi Varg sia realmente diventato, per dirla con Saramago, è una domanda senza risposta.

Dopo la sua scarcerazione, avvenuta quattro anni fa, Burzum si è dimostrato un artista estremamente prolifico, riuscendo a far prendere vita a tutte quelle idee rimaste inespresse, ma mai sopite, in diciassette anni di carcere in due recenti album ipnotici e claustrofobici (se si esclude quel lavoro di auto-citazione rappresentato da From the Depths of Darkness), di medio-alto livello: Belus e Fallen.
L’annuale uscita discografica non poteva, quindi, venire disattesa neppure in questo 2013. Sotto la Byebolog Productions (label nata ad uso e consumo di Varg) il 27 maggio è uscito per il grande pubblico Sôl Austan, Mâni Vestan, un disco interamente strumentale di musica ambient composto da undici tracce per la durata complessiva di circa un’ora.
Burzum, con questa sua undicesima fatica, ha voluto abbandonare (stando a quanto dice, definitivamente) le mura da lui erette del black metal (come da lui stesso dichiarato, “per seguire il suo animo pagano, dovunque esso lo porti”), in favore di una musica ambient, slow-tempo, cosmica, dedita alla scomposizione mistica dell’animo umano entro un concept di ispirazione pagana.
L’album in questione, lungi dall'avere la medesima natura costretta e minimale del periodo ambient carcerario di Dauði Baldrs (1997) e Hliðskjálf (1999), al tempo stesso tradisce poca sostanza musicale e scarso sviluppo concettuale (a dispetto degli illustri paragoni con cui è stato pubblicizzato), aggiungendo, inoltre, poco alla discografia di Varg medesimo nel suo complesso.

“Questo concept album narra della discesa tra le tenebre e della successiva ascesa alla luce; l’iniziazione pagana, l’elevazione dell’umano al divino, l’illuminazione della mente, l’alimentazione della luce elfica dell’uomo”

Con queste parole sul sito web ufficiale Varg presenta il suo album Sôl Austan, Mâni Vestan, letteralmente traducibile dall’antico Norvegese come “Ad est del Sole, ad ovest della Luna”.
La prima considerazione da poter fare sul disco è attitudinale: pur in antitesi al nome che porta, per la prima volta in vent’anni di carriera, in un album di Varg non c’è oscurità. Non ci sono urla, non c’è claustrofobia, non c’è opposizione, non c’è nichilismo. Più verosimilmente, Sôl Austan, Mâni Vestan simboleggia il percorso esistenziale di un uomo il quale, invecchiando, ha deciso di esplorare forme e colori della propria anima più sfumati e ragionati rispetto alle intransigenze del passato.
La percezione emerge compatta dal confronto con gli altri suoi due dischi ambient degli anni ’90: Sôl Austan, Mâni Vestan è, infatti, un lavoro molto meno paranoico ed alienante rispetto a Dauði Baldrs e molto meno cupo ed opprimente rispetto a Hliðskjálf, al tempo stesso molto più pacato e rilassante rispetto ad entrambi.
E’ l’intimo e profondo sguardo di un uomo nel quale la rabbia è divenuta parte del Tutto.
I sintetizzatori sono gli indiscussi protagonisti del lavoro, i quali portano l’ascoltatore alla ricerca dell’inaudito, tramite i loro suoni artificiali che superano il classico range di dodici semitoni, sulle orme di cento anni di storia che li hanno visti nascere proprio per dare una convincente e rivoluzionaria risposta in musica a ciò che erano stati all’inizio del secolo scorso, fra gli altri, Freud per la psicanalisi e Proust per la letteratura. Le particolari tastiere che li controllano, simili a quelle di un pianoforte, guidano il percorso uditivo di Sôl Austan, Mâni Vestan, accompagnate da corde pizzicate, fasi ritmiche tribali ed effetti sintetici che si dipanano per ogni dove, nello spazio e nel tempo.
Volendo dare voce alle sensazioni che questo full-length trasmette, il mistico rituale che il cantore Varg inscena risulta, ad un primo ascolto, abbastanza coinvolgente e misterioso. Tuttavia, ad un'analisi più profonda del disco, i brani risultano troppo statici e ridondanti, anche in riferimento a qualunque dinamica sonora strumentale e ad uno scarso impatto della produzione, pur se la musica ambient, ad alti livelli, giochi proprio sul rapporto tra diversi livelli di attenzione ed interesse, consci ed inconsci (vedasi Brian Eno), nell'ascoltatore. In secondo luogo, Sôl Austan, Mâni Vestan si rivela un lavoro tendenzialmente autoreferenziale, il quale porta con sé la nociva conseguenza di mischiare tragicamente il Varg biografico al Varg musicista, facendo inevitabilmente perdere punti all’aspetto artistico del lavoro.
Autoreferenziale per diverse ragioni: perché la musica è poco comunicativa senza un supporto video in sostegno, perché le tracce sono state composte per un documentario tendenzialmente autobiografico dal titolo ForeBears, girato dalla moglie Marie Cachet, e perché Sôl Austan, Mâni Vestan è un album che, all’interno della carriera di Varg, mal si lega con i precedenti lavori, facendo pensare ad un'opera prodotta d’impulso (nemmeno il suo agente sapeva dell’esistenza di un progetto simile fino a febbraio scorso, e addirittura, una volta venutone a conoscenza, ne sconsigliò la produzione, ed in generale la produzione di un disco all’anno), creato unicamente per appagare e calmare il proprio insonne alter-ego.

In definitiva, se qualcuno avesse ancora avuto bisogno di convincersi quanto ormai Varg viaggi in un mondo sempre meno a contatto con la nostra realtà, con Sôl Austan, Mâni Vestan ne avrà l’esperienza massima.
Il consiglio finale è quello di non comprare il presente disco, od almeno non ora (onestamente, i venti euro dei cd appena usciti non valgono Sôl Austan, Mâni Vestan), ma di ascoltarlo online per quello che si trova, magari ammirate e vi perdete nel paesaggio fuori dalla finestra o leggete un buon libro.
Ecco, questa è una buona idea: mentre lo ascoltate, prendete in mano L’uomo Duplicato di Saramago.
Magari un sorriso incresperà le vostre labbra.

VOTO Seconda Recensione: 65



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
61.78 su 32 voti [ VOTA]
tartu
Martedì 26 Novembre 2013, 16.07.33
35
piu' lo ascolto e piu' mi piace
Giasse
Venerdì 26 Luglio 2013, 18.10.46
34
Mi annoia!
Masterburner
Mercoledì 17 Luglio 2013, 12.30.59
33
Dopo una settimana d'ascolto devo parzialmente ricredermi, nel senso che comunque questo disco il suo sporco lavoro 'ambient' lo fa.
Jeff
Sabato 13 Luglio 2013, 19.52.15
32
Bellissima Solbjorg, il resto sembra fatto di fretta...
Masterburner
Venerdì 5 Luglio 2013, 10.19.14
31
Mh devo dire che anche io sono rimasto abbastanza deluso da questo disco; insomma ok, colonna sonora, ambient, ma comunque mi aspettavo qualche passo in avanti rispetto ai lavori 'ambient' (sia dischi che tracce singole) già pubblicati da Varg. Invece non c'è nulla di nuovo; un disco fatto in fretta con Logic e Reason (credo), senza nessuna ispirazione particolare di fondo, e che sa di già sentito. Secondo me un paio di anni di pausa il conte se li dovrebbe prendere per riacquistare forza creativa e ispirazione, perchè qui si sta annacquando troppo.
jumpman
Martedì 2 Luglio 2013, 22.27.20
30
madò che ciofeca roba più noiosa non se poteva fà
remy
Lunedì 1 Luglio 2013, 22.26.17
29
Tutto ciò che ha fatto burzum e non è black è disastroso per non dire di peggio.
Kreatorn
Venerdì 28 Giugno 2013, 23.07.11
28
Ma scusate, Varg farà ancora dischi black metal o ha deciso di continuare con l'ambient ?? Comunque questo è parecchio noioso
bacodaseta
Venerdì 28 Giugno 2013, 19.48.47
27
Due palle...50
Swan Lee
Mercoledì 26 Giugno 2013, 20.37.27
26
Degli album "post prigione" ho ascoltato solo Belus, e non me lo ricordo malaccio. Sorvolo sul personaggio e sulle sue strampalate idee di vita...ma Filosofem per me era un capolavoro, nel suo genere.
Moro
Martedì 25 Giugno 2013, 23.17.20
25
@Lorenzo: Eppure Belus, essendo il primo album post-carcere è un disco di rinascita. A suo modo lo trovo anche epico. Le sonorità sono sature (vicine a Filosofem) ma le melodie sono molto aperte. Io lo trovo davvero un disco solare. La traccia conclusiva è si la più "cupa" però io ci sento una specie di salita verso il cielo e una catarsi. Non dimentichiamoci che Belus è praticamente un album auto-citazionista (ci sono tanti riff che erano già presenti nella discografia di Vikernes e ci sono tanti pendant) e quindi prendendo momenti del suo passato più "oscuro" li riproietta verso il presente (il presente di quando uscì l'album). Per Sol Austan, Mani Vestan mi trovi d'accordo quando dici della contemplazione onirica; si sente il pallido calore del sole del nord, in qualche modo lo vedo come un album primaverile. La copertina penalizza fortemente queste sensazioni (essa richiama ancora le mitologie pagane) mentre il teaser di ForeBears mi sembra molto più azzeccato con tutti i suoi colori.
Wild Wolf
Martedì 25 Giugno 2013, 21.09.01
24
@Moro, su Belus mi hai spiazzato Andrea; definirlo un album "solare" mi sembra complicato. Brani come "Belus' tilbakekomst (Konklusjon)", "Morgenrøde" o "Belus' død" a mio parere trasudano claustrofobia ed atmosfere funeree da tutti i pori. Io, per altro, ho scritto che in “Sôl Austan, Mâni Vestan” non c’è oscurità, ma questo non significa decifrare l’album necessariamente tramite il suo contrario semantico. Del resto, negare il nero non significa affermare il bianco, e fra le due tonalità c’è tutta la tavolozza dei colori a disposizione. Io vedo Sôl Austan, Mâni Vestan come un lavoro dark ambient di natura ed ispirazione pagana, con tutte le conseguenze interpretative che una tale (limitante) etichettatura comporta. Più in generale, ritengo Belus un album maggiormente maturo, più esistenzialmente calibrato se vuoi, sicuramente più introspettivo, meno istintivo e nichilista rispetto ai dischi di Varg prima del periodo carcerario, ma per come la vedo i brani sopracitati potrebbero benissimo rientrare per caratteristiche ed aspirazioni compositive all'interno di un album non di certo “solare” come "Filosofem", magari più sviluppato e compiuto (non composto da un ragazzo della mia età diciamo), cosa che invece difficilmente si potrebbe sostenere per qualsiasi brano di questo “Sôl Austan, Mâni Vestan”. Il disco mi è parso si greve ed ossessivo (non di certo “solare”), ma in una percentuale nettamente inferiore rispetto a tutti i precedenti lavori di Varg, come se la sua ventennale attitudine compositiva fosse stata diluita con alte dosi di misticismo e contemplazione onirica, dando una conseguente sfumatura crepuscolare, “calda” (come scrivi anche tu) a questo "Sôl Austan, Mâni Vestan", mai sentita prima in Burzum, almeno a mio parere. Del resto, ci deve pur essere una differente volontà comunicativa ed emozionale nel momento in cui un artista decide coscientemente di utilizzare blast beat, linee vocali fosche e tremolo-picking (come pure in Belus) rispetto ad un altro che decida di usare sintetizzatori, effetti sonori artificiali e chitarre acustiche. Poi comunque Andrea, questa è la mia visione delle cose, è e resta sacrosanto che tu la veda in maniera parzialmente differente da me, la considerazione per la tua opinione non muta . Per quanto riguarda il resto, mi sento d’accordo con te nel ritenere quest’album non un coacervo informe di note senz’anima (un lavoro da 30 insomma), ma un disco dove melodie, attitudine, idee ed emozioni trapelino, pur senza grande trasporto ed in maniera sufficientemente noiosa. Del resto, io e te ne abbiamo parlato poco di questo “Sôl Austan, Mâni Vestan” prima della pubblicazione ufficiale, ma il voto è stato lo stesso, segno che queste caratteristiche (pregi e limiti) le avevamo viste entrambi
dylan cane
Martedì 25 Giugno 2013, 20.04.35
23
Poteva essere un album molto bello ma sembra fatto con molta fretta, inizia e finisce bene ma la parte centrale è davvero molto pesante e lo dice uno che ha comprato Umskiptar, album che ha diviso molto i fan di Burzum. Visto che ora è molto impegnato a occuparsi di altro è meglio che smetta di fare musica oppure si concentri di più su i suoi lavori e non pubblichi un album all'anno, era troppo bello avere un capolavoro ogni anno
Enrico
Martedì 25 Giugno 2013, 19.19.49
22
Noia mortale
Moro
Martedì 25 Giugno 2013, 12.03.09
21
Ma potenzialmente poteva essere un buon disco, io lo trovo molto simile a Hlidskjalf ed è anche un album "caldo". Non sono molto daccordo con Lorenzo (amichevolmente eh) quando dice che questo è il primo album "solare"... Belus, pur essendo blackmetal, lo trovo ancora più solare di questo. Il fatto è che dopo un po, questo album annoia. Però le melodie ci sono, gli strumenti e le idee anche.... forse dovrebbe essere considerato meglio come una colonna sonora.
Gasta
Lunedì 24 Giugno 2013, 20.29.04
20
Speravo in qualcosa di ispirato, un po' sulla scia di Hliðskjálf; così non è stato. Lo trovo veramente brutto. Proverò a riascoltarlo meglio, ma mi sa che ha toppato di brutto.
Radamanthis
Lunedì 24 Giugno 2013, 20.23.28
19
Come ho già detto non ce l'ho proprio fatta ad ascoltare tutte le canzoni, troppo pallose veramente però la copertina è bellissima.
Punto Omega (ex piggod)
Lunedì 24 Giugno 2013, 18.43.43
18
In campo ambient Burzum è una realtà di terzo livello. In confronto a un qualsiasi lavoro della Cold Meat Industry, questo Sôl Austan, Mâni Vestan, ne esce con le ossa rotte.
Kryptos
Lunedì 24 Giugno 2013, 17.39.49
17
I bei momenti non mancano, eppure nel complesso non solo è più ripetitivo del solito (del resto Burzum lo è sempre stato anche nei suoi più grandi capolavori, fa parte del marchio di fabbrica) ma anche fin troppo sciatto e limitato nei suoni, specialmente nella parte centrale (brano 5 carino ma sfianca dopo un minuto, brani 6 e 7 decisamente ridicoli con quei "coretti" da tastiera Bontempi che sembrano strimpellati dalla mia nipotina di 3 anni). Speravo che un disco ambient "post-carcere" potesse suonare più ricco e intrigante degli altri due ma pare proprio che il genere non si confaccia al Vikernes...
xXx
Lunedì 24 Giugno 2013, 17.01.06
16
E chi ha parlato di oggettività??? Ci sono cose ambient che sono belle, cose che mi scassano le @@, così come in tutti i generi che l'universo della musica possa cagare fuori! Non sono un ascoltatore abituale il che vuol dire che qualcosa posso anche ascoltare, no? Il non essere appassionato di un genere non vuol dire non ascoltare nulla di quel genere...no? L'italiano è italiano mi sembra. Comunque a me ANNOIA questo disco di burzum al di là del genere e lo voto 30 perchè NON MI E' PIACIUTO. Semplice mi sembra...poi se si vuole polemicizzare ok, facciamo polemica!
Theo
Lunedì 24 Giugno 2013, 14.42.08
15
E a me non è piaciuto, sia chiaro, faccio un discorso generale.
Theo
Lunedì 24 Giugno 2013, 14.40.53
14
@XXX: No scusa, una cosa non annoia oggettivamente. A te annoia l'ambient, a qualcun altro può annoiare il black. però se non ti è mai piaciuta una cosa non capisco nemmeno io, come dice Nikolas, il senso di dire 30 perchè di meno non si può. Questo sarà pure un lavoro scialbo e privo di idee decisive, ma non è che allora tutto l'ambient fa cagare o una cosa annoia oggettivamente, come tutto può piacere e non piacere, ma se non si è ascoltatori e neanche apprezzatori di un certo genere particolare come l'ambient non capisco il senso di venir qui a dare il voto minimo perchè non è piaciuto.
xXx
Lunedì 24 Giugno 2013, 14.14.33
13
nn sono nè ascoltatore abituale di ambient e nemmeno appassionato ma se una cosa annoia, annoia indipendentemente dal genere. ripeto: NOIOSO!
Nikolas
Lunedì 24 Giugno 2013, 13.21.00
12
Ma quelli che votano 30 sono appassionati o ascoltatori abituali di ambient? Perché sennò non ha senso, ve ne rendete conto?
xXx
Lunedì 24 Giugno 2013, 13.02.25
11
Al di là del fatto ke nn mi è mai piaciuto Burzum qui si parla di NOIA ASSOLUTA. Il mio voto è 30 solo perchè meno proprio non si può!
Andy '71 vecchio
Lunedì 24 Giugno 2013, 12.36.30
10
Adoro il Burzum musicista,e devo dire che non mi ha mai tradito coi suoi dischi,anche quando si è cimentato nell'ambient ecc.e devo dire che anche questa volta mi è piaciuto il suo disco.Non sarà un capolavoro,ed inoltre secondo me và ascoltato con determinati criteri ed in alcuni particolari momenti(Notte fonda in cuffia,oppure giornata grigia e piovosa in campagna,veramente suggestivo!)ed il successo è assicurato.Poi,la smettese di tirare in ballo i Tangerine Dream,saremmo tutti più felici.......75.
divusdprinceps
Lunedì 24 Giugno 2013, 11.43.58
9
Adoro Burzum in tutti i suoi dischi. Anche quelli "sinfonici" non mi sono spiaciuti, fin dai primi ascolti. Ma questo mi è venuto a noia subito. Lo trovo povero di idee e troppo povero nei suoni. Non ci siamo. Avrebbe potuto fare di meglio, dopo le ultime buone prove di questo periodo post carcere.
freedom
Lunedì 24 Giugno 2013, 11.28.44
8
Onestamente non sono riuscito ad ascoltarlo fino alla fine, ma non mi aspettavo niente di diverso. Questo è Burzum, o si ama o si odia.
Ahti
Lunedì 24 Giugno 2013, 11.23.48
7
Peccato. Quando ho letto della sua volontà di ritornare alla musica d'ambiente mi attendevo un risultato decisamente migliore. Questo disco e' purtroppo abbastanza dimenticabile....
Radamanthis
Lunedì 24 Giugno 2013, 11.02.21
6
Dopo neanche 20 minuti di ascolto ho dovuto smettere di ascoltare sta roba stritolapalle e mettermi su un pò di glam per ravvivarmi la giornata...mazza che rottura di palle tremenda..peggio del grunge!!!!!!!!!!!!
Matteo
Lunedì 24 Giugno 2013, 10.54.51
5
"L'ultima fatica black metal è stato un buon disco ma un po' al di sotto delle aspettative di tutti". Mia no... capolavoro Umpskiptar. Detto questo... buon album sicuramente SAMV, che necessita dei momenti appropriati per essere respirato fino in fondo. Grande Varg
il vichingo
Lunedì 24 Giugno 2013, 10.53.28
4
Io apprezzo molto l'Ambient, soprattutto quella dark o "cosmica", ma questo disco davvero l'ho trovato di una noia mortale, arrivare alla fine è stata un'impresa per usare un eufemismo. Capisco la necessità di Kristian Vikernes "di fare cassa" ma non avrà certo il mio dinero. E per gentilezza, che la smetta di scomodare giganti come i Tangerine dream, non è proprio il caso.
Nikolas
Lunedì 24 Giugno 2013, 10.40.32
3
Oh io non riesco più a starci dietro, fa uscire troppa roba... però di sicuro lo ascolterò, Burzum non fa mai delle toppate clamorose... può fare dischi più o meno buoni ma sempre da ascoltare!
BILLOROCK Fci.
Lunedì 24 Giugno 2013, 10.39.39
2
Lo dico o no lo dico ?? Sparati Burzum...voto 30
Radamanthis
Lunedì 24 Giugno 2013, 10.36.58
1
Burzum musica ambient? Devo ascoltare qualcosa almeno solo per curiosità! Ma ambient horror vero? o_O
INFORMAZIONI
2013
Byebolog Productions
Ambient
Tracklist
1. Sôl Austan
2. Rûnar Munt þû Finna
3. Sôlarrâs
4. Haugaeldr
5. Feðrahellir
6. Sôlarguði
7. Ganga At Sôlu
8. Hîð
9. Heljarmyrkr
10. Mâni Vestan
11. Sôlbjörg
Line Up
Varg Vikernes (Tutti gli strumenti)
 
RECENSIONI
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