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Chthonic - Bú-Tik
( 2283 letture )
Ispirati dalla mitologia e dalla storia del loro Paese, quel colorato e frenetico crocevia di misticismo e modernità rappresentato dall’isola di Taiwan, i Chthonic propongono dal 1995 una musica definita “orient metal" dalla forte componente visuale, ricca di influenze folk, operistiche e naturalmente metal. Sulla scena la band si presenta con un corpse paint mutuato dal black scandinavo contaminato con elementi taiwanesi e cinesi, ricchi di rimandi irriverenti all’iconografia religiosa, politica e militare, a testimonianza di una società taiwanese oggi particolarmente aperta ed in grado di assicurare libertà di stampa e di parola ai cittadini che ne fanno orgogliosamente parte. Il diverso background che caratterizza ciascuno dei membri del quintetto aggiunge un ulteriore elemento di varietà allo stile del gruppo, capace di trascrivere in musica una pittoresca varietà di scene che, sulle note di Bú-Tik, guiderà l’ascoltatore tra viaggi nel tempo e scene di violenza, storie di pirati e racconti di gangster, prigionieri e maestri di kung-fu, all’insegna delle diverse identità che rendono il cammino dell’esperienza umana così speciale ed universale. Sin dal debutto discografico, avvenuto nel 1998 e salutato da un ottimo successo di pubblico, i Chthonic hanno approcciato diversi linguaggi e stili differenti, dal power al death melodico al black, valorizzando strumenti musicali della tradizione per omaggiare la propria storia e le rispettive radici, rileggendo il racconto tradizionale in un’ottica tecnologica ed ambientalista. Capitanati dalla fascinosa bassista Doris, impegnati socialmente (con interessi che spaziano dai diritti umani alla giustizia sociale) ed instancabili interpreti di un talento artistico che non si limita all’espressione musicale, i poliedrici Chthonic rappresentano uno dei marchi più attivi e longevi della scena metal asiatica, mainstream nel Paese d’origine e considerati sulla scena internazionale grazie alla scelta di pubblicare, a partire dal 2002, tutti i propri album anche in lingua inglese: la volontà di trascendere i confini geografici li ha così visti calcare i palchi dei più blasonati festival internazionali, dal Fuji Rock al Loud Park fino all’Ozzfest, al Download ed al Wacken Open Air.

Bú-Tik costituisce il settimo album in studio per la band e si presenta forte di una produzione internazionale che ne ha visto le registrazioni completate allo Sweetspot Studio (Svezia) di Rickard Bengtson, cantante apprezzato nel recente Magnus Karlsson’s Free Fall e già al lavoro con la band su Takasago Army (2011, recensito non senza perplessità su Metallized), nonché autore in passato dei suoni di Arch Enemy, Spiritual Beggars, Opeth, Last Tribe e Shining. Con premesse tanto ricche, è sul terreno della distanza tra quanto ci si aspetta e quanto si troverà tra i solchi di Bú-Tik che si gioca la partita del gradimento: sarà l’album un assalto colorato e frenetico, implacabile e tecnico come intendono molto metal in Asia, frutto della dedizione ossessiva di otaku della musica desiderosi di emulare gli idoli occidentali? O saranno forse le esperienze internazionali fatte dalla band capaci di avvicinarla al nostro gusto ed alla sensibilità europea? Dopo le suadenti note sinfoniche dell’intro, tocca dunque al death melodico di Supreme Pain for the Tyrant presentarci la vera materia di cui sono fatti i Chthonic: l’alternanza di cantato growl e scream di Freddy sa certo di già sentito, si apprezzano tuttavia le frequenti aperture melodiche, l’ottima tecnica generale, la cura degli arrangiamenti e le sonorità folk, comunque non intrusive al punto da definire un genere nuovo. Gli elementi tradizionali costituiscono una base continua e discreta, piuttosto che intervenire prepotentemente a tratti come elementi di contorno, tessendo un tappeto sul quale il death si spalma in modo ragionato e coerente, con tempi non sempre esasperati e con sporadiche puntate verso lidi black (Rage of My Sword), secondo una tecnica affinata negli anni e lungo un’intera discografia che colpisce per il buon equilibrio di spunti e di suoni raggiunto dai cinque. L’ottima produzione di stampo europeo ne avvicina alcuni momenti a blasonati esempi di swedish death metal (Next Republic, Resurrection Pyre), aiuta a riconoscere gli elementi e ad apprezzarne la coesistenza, specialmente nei momenti più cantabili (Sail Into the Sunset’s Fire). Bú-Tik si rivela dunque un ascolto più maturo che curioso, dal momento che la band dispone di sostanza tecnica e compositiva, al di là della promessa “orient-metal” con la quale può guadagnare nuovi ascolti. L’album è un buon esempio di vivacità creativa, produzione accurata, riusciti momenti melodici ed aggressività funzionale fatta di pause e repentine quanto maestose ripartenze (Defenders of Bú-Tik Palace), in grado di giustificare se stessa senza affanni lungo quaranta minuti di esecuzione. La critica potrebbe riguardare il fatto che anche la varietà, se continuamente riproposta, può generare una sensazione di ripetitività: l’avvertimento è indirizzato soprattutto all’ascoltatore meno abituato a questo tipo di suoni, attratto dalla soave componente sinfonica e ritrovatosi in realtà in una selva oscura di growl, blast-beat, cori death e languidi accompagnamenti di una malinconica tradizione asiatica. La sfida è allora quella, attraverso ripetuti ascolti, di cogliere l’essenza della barocca architettura del disco, superando la tentazione di isolarne i singoli componenti a favore di un approccio più aperto, che nella valutazione finale non trascuri il messaggio storico, politico e religioso così caro alla band. Coerentemente con una simile visione, la musica non contempla assoli di alcun tipo, privilegiando un assalto organizzato e tenace alla ricerca di una sua personalità, come tipico della cultura militare ed industriale d’Oriente.

Ciò che davvero stupisce al termine dell’ascolto è il fatto che il vorticoso Bú-Tik non sia affatto quell’oggetto misterioso che ci saremmo aspettati, ma il frutto di un approccio collaudato, moderno ed antico insieme, a certe sonorità del metal estremo. Conforta, anzi, che un prodotto del genere arrivi da un territorio piccolo e remoto, evidentemente benedetto da una pluralità di influssi creativi che talenti multiformi sono stati in grado di recepire, rielaborare e tradurre in modo convincente. Quelle dei Chthonic non sono certo acque placide nelle quali sia dolce naufragar, obietterebbe Leopardi, eppure il disco ha una sua forza coerente e delicatamente sinistra, squarciata da sprazzi di luce (Set Fire to the Island) e sottili fili conduttori, che ne rendono l’intricata tela conoscibile a tratti, secondo quel concetto di misurata ambiguità ed inaccessibile intimità culturale che da sempre affascina, spaventa ed ispira l’altra parte del mondo.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
77.62 su 8 voti [ VOTA]
Moro
Mercoledì 3 Luglio 2013, 0.10.57
2
a me il disco ha un po' annoiato... le parti di synth sono decisamente le più interessanti. tutto il resto mi pare riempitivo. gli do un 62. ps: ascoltatevi allora gli Onmyo-za (che però non urlano).
d.r.i.
Domenica 30 Giugno 2013, 19.08.07
1
Bella recensione, concordo anche se gli darei un 82!
INFORMAZIONI
2013
Spinefarm/Universal Music
Melodic Death
Tracklist
1. Arising Armament
2. Supreme Pain for the Tyrant
3. Sail Into the Sunset’s Fire
4. Next Republic
5. Rage of My Sword
6. Between Silence and Death
7. Resurrection Pyre
8. Set Fire to the Island
9. Defenders of Bú-Tik Palace
10. Undying Rearmament
Line Up
Freddy Lim (Voce, Violino)
Jesse Liu (Chitarra)
CJ Kao (Tastiere)

Doris Yeh (Basso)
Dani Wang (Batteria)
 
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