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Arsaidh - Roots
( 2224 letture )
Diversi mesi fa ero più che mai contento per la notizia della rinascita degli Askival, dato che il frontman tuttofare Andy Marshall aveva appena concluso la sua avventura con i Falloch e si apprestava a riaprire il suo vecchio (e spettacolare) progetto musicale. Poi il nulla, il nulla più totale. Finalmente questa attesa è terminata qualche settimana fa quando sono venuto a conoscenza degli Àrsaidh, one-man band dello stesso Andy e musicalmente orientata verso un black metal atmosferico a tinte celtiche, dunque un genere perfetto per rievocare determinate sensazioni e stati d’animo. I riferimenti alle lande scozzesi sono infatti parecchi, così come sono presenti forti richiami nazionalistici (poetici) e naturalistici. Per portare subito un esempio si può parlare del testo dell’introduttiva Roots, il quale consiste in un verso del poema Scotia's Thistle di Henry Scott Riddell, poeta ottocentesco abbastanza sconosciuto a livello internazionale, ma evidentemente perfetto per delineare le “radici” che compongono quest’opera. Per quanto riguarda la distribuzione è doveroso omaggiare la tedesca Darker Than Black Records, mentre l’eccezionale artwork è frutto della Kogaion Art, duo rumeno che ha reso più che mai significativo anche l’esterno di questo disco. La produzione è senza dubbio distante da quelle taroccate finzioni che si sentono al giorno d’oggi, e, come già sapete, la mia opinione in merito a ciò consiste nell’appoggiare queste sonorità lo-fi perché sono in grado di far risaltare al meglio l’obiettivo finale dell’artista.

Durante un ascolto più particolareggiato ci rendiamo comunque conto di come il black metal sia un po’ il collante generale e non rappresenti il punto di forza di questo disco, il quale è fortemente legato a sonorità derivanti dal post-metal e dal post-rock. Dunque il progetto Àrsaidh assomiglia quasi ad una sintesi tra il carattere etereo, ma allo stesso tempo estremo degli Askival, e il lato più “aggressivo”, ma pur sempre ovattato dei Falloch. Passando alla musica vera e propria i primi minuti sono segnati da una sorta di caos ordinato, un rumore fastidioso e allo stesso tempo accogliente che racchiude dentro di sé i primi arpeggi, i rintocchi delle percussioni e le trame melodiche scandite dalla chitarra elettrica. Questa introduzione, decisamente articolata nel tempo, diventa essenziale per immergersi appieno all’interno dei vari scenari espressi dalla musica, la quale diventa ancora più accogliente dopo l’entrata in scena dei violini. Dopo sei minuti puramente strumentali veniamo travolti dalla veemenza dei blast beats, dalla rapidità dei riff di chitarra e dalle trame di basso, strumento che svolge un eccellente lavoro di rilegatura tra la classica base metal e le varie melodie di matrice celtica che particolarizzano la canzone, rendendola ricca di particolari e animata da quell'anima folk che dona freschezza all'intera composizione. L’avvento successivo dei fiati ha risvegliato in me il ricordo dei grandi Aes Dana, così come alcune parti si mostrano molto più vicine al post-rock di quanto si possa pensare, e sono proprio queste ultime a riempirsi di cori e di vocalizzi dal sapore celestiale, purtroppo (e non so quanto volutamente) poco distinguibili nel marasma generale, ma in sostanza l'effetto si può benissimo percepire e arriva dritto nell'animo di chi ascolta.

Al contrario della precedente, la seconda Carved in Stone è introdotta delicatamente da sottofondi derivanti dall’ambient e da una semplice chitarra acustica. Dal mio punto di vista questa è in assoluto la canzone più travolgente delle tre: la composizione si sviluppa ancora una volta tra soluzioni di matrice post e tra l'anima black metal costituita dalla batteria e dal particolare screaming di Andy, decisamente "rozzo" ma perfettamente adatto per cantare tutto l’attaccamento verso la propria terra e la propria arte: un'arte (espressa anche dalle liriche) che più che mai si rivela in grado di rappresentare le sue emozioni per i luoghi in cui vive, per la loro storia e per le sue innumerevoli tradizioni. La variazione verso lidi musicalmente più introspettivi e il rallentamento posto a metà del brano portano l'ascoltatore all'apice del proprio viaggio mentale: si ha solo il tempo sufficiente per assaporare un paio di tocchi di piano prima di immergersi nuovamente nel grezzo tepore delle chitarre e, successivamente, nel fascino melodico dei flauti e di altri diversi strumenti popolari. Un breve intermezzo ambient-folkloristico (Saorsa) ci introduce verso la conclusiva A Highland Lament, canzone che si apre in un clima musicalmente “noise” ma allo stesso tempo delicato, grazie alla tastiera e alle chitarre che diventano via via sempre più definite e riconoscibili. L'atmosfera è pervasa da un'aria colma di decadenza, rendendo il pezzo un vero e proprio lamento. Questa sensazione viene ampliata anche dalla lettura del testo: poche ma precise parole pregne di drammaticità e folklore. In questo frangente non c'è spazio per il divertimento e per la gioia, anche le sonorità celtiche si appropriano del fare cadenzato degli altri strumenti e le varie note diventano quasi una triste marcia che ci accompagna tra l'oscurità di questi tenebrosi paesaggi di montagna.

Il finale non è da meno rispetto ai minuti precedenti: se già siete rimasti incollati alle vostre cuffie (consigliatissime per questo tipo di produzione) o alle vostre casse non faticherete a lasciarvi trasportare dai violini, dalle lunghe cavalcate fatte esclusivamente di up-tempos, da parti vocali sussurrate e da lunghi assoli che portano la parola fine a questa nuova grande di opera di questo giovane ragazzo scozzese. In definitiva un disco ottimo che voglio consigliare agli amanti del black metal dalle atmosfere più dilatate e mistiche che non disdegnano delle influenze derivanti dal post-metal e dal folk, ovviamente quest'ultimo inteso come un richiamo alle proprie tradizioni e non ad una serie di sonorità goliardiche dedite esclusivamente al puro divertimento. Per l'ennesima volta nell'ultimo periodo il metal estremo proveniente dal Regno Unito ci delizia con un'altra piccola perla, anche questa assolutamente da non perdere.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
92.4 su 5 voti [ VOTA]
Painkiller73
Sabato 6 Luglio 2013, 21.45.17
7
Ci sono dischi che irrompono prepotentemente all'improvviso...colpendoti inaspettatamente...questo è uno di quelli...Intenso, coinvolgente. Il migliore del primo semestre 2013 nel suo genere. Voto 86.
Wild Wolf
Sabato 6 Luglio 2013, 13.38.09
6
Disco molto ispirato. La produzione è molto curata, l'ascolto in cuffia è un piacere. In questo 2013 la scena inglese si sta dimostrando estremamente prolifica in ambito black e derivati.
The Fool
Mercoledì 3 Luglio 2013, 18.54.56
5
Non sono un cultore del genere ma il materiale contenuto in questo album è davvero di qualità. Bellissima la copertina. Un "complimenti" a Mr. Andy e un "grazie" al recensore per avermi fatto conoscere questa perla!
Elijah
Martedì 2 Luglio 2013, 11.27.09
4
Forse il miglior disco di quest'anno per quanto riguarda il black atmosferico. Col voto io sarei stato un po' più largo ma anche un 83 va bene.
Le Marquis de Fremont
Martedì 2 Luglio 2013, 10.35.36
3
Disco assolutamente stupendo, ricco di atmosfera e con un eccellente songwriting anche se solo su tre pezzi "dilatati". Naturalmente i rimandi ai Falloch si sentono qua e la ma questo è senza dubbio un pregio visto che considero di grande levatura anche il disco dei Falloch. Carved in Stone, è un pezzo da brividi e sottolineo il fatto di ascoltarlo in cuffia. Tra le migliori uscite dell'anno, finora. Una nota per la copertina: semplicemente fantastica e fortemente evocativa. Au revoir.
fabriziomagno
Lunedì 1 Luglio 2013, 21.54.13
2
è piaciuto pure a me che di solito questa roba non mi piace...
Djkelino
Lunedì 1 Luglio 2013, 21.50.12
1
Bellissimo disco! Per quanto mi riguarda, addirittura migliore del già splendido album dei Falloch! Promossi a pieni voti!
INFORMAZIONI
2013
Darker Than Black Records
Black
Tracklist
1. Roots
2. Carved in Stone
3. Saorsa
4. A Highland Lament
Line Up
A. (voce, tutti gli strumenti)
 
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