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Royal Hunt - Show Me How to Live
( 1833 letture )
I destini di Stati Uniti e Danimarca si intrecciano nella storia dei Royal Hunt, dal 1989 band interprete di un progressive metal d’autore che sposa con sapienza il gusto per la melodia con quello, più ricercato ed elegante, tipico dello stile sinfonico. Fondati dal tastierista e poli-strumentista Andre Andersen -qui anche in veste di produttore- insieme al bassista Steen Mogensen, i Royal Hunt hanno goduto di un grande successo nel corso dell’ultimo decennio del secolo scorso, quando l’arrivo del singer statunitense D.C. Cooper diede voce e talento a classici del calibro di Moving Target (1995) ed il successivo Paradox (1997). Originario di Pittsburgh ed allievo di una cantante d’opera, il nome di D.C. Cooper aveva cominciato a girare nell’ambiente quando il cantante si propose ai Judas Priest come sostituto di Rob Halford: nonostante il provino non fosse andato a buon fine, le sue capacità non passarono inosservate e furono tante le band americane ed europee interessate ad ottenerne i servigi. A spuntarla furono proprio i danesi, con i quali intraprese un fortunato tour in terra nipponica dopo appena una manciata di prove. Nonostante il gruppo abbia poi dimostrato di sapersi destreggiare anche senza di lui, rimpiazzandolo “per ragioni personali” con John West e Mark Boals, è con Show Me How to Live che i Royal Hunt decidono di accontentare le pressanti richieste dei fan chiudendo idealmente il cerchio ed accogliendo nuovamente il cantante americano in formazione.

Andre Andersen ha ribadito a più riprese l’importanza dell’affiatamento tra i componenti del gruppo, sottolineando come i Royal Hunt non abbiano mai costituito un semplice progetto, quanto piuttosto una vera band capace di tracciare un proprio percorso, forte, oltre che del bagaglio tecnico posseduto da tutti i suoi componenti, anche di un’umanità che rendesse la proposta musicale non solo tecnicamente articolata, ma allo stesso modo immediatamente fruibile. Ne è vibrante testimonianza proprio Show Me How to Live, caratterizzato da una produzione che esalta il contributo di voci, strumenti e suoni ambientali, fondendo elegantemente il tutto senza esaltarne nessuno in particolare. A D.C. Cooper si deve il merito non solo di un’ottima prestazione vocale, ma anche di un approccio funzionale, quasi umile, che lo porta ad accompagnare le melodie, perdendosi lui stesso nelle storie che racconta (An Empty Shell) senza ricercare anacronistiche ribalte da prima donna: uno spirito di servizio intelligente che non ne mortifica la bravura, anzi, e che ricorda il Tony Harnell (TNT) ascoltato nell’interessante side-project Starbreaker. Show Me How to Live è un unico, profondo respiro e segna allo stesso tempo il ritorno di una formula vincente ed un nuovo inizio, capitalizzando un importante bagaglio di esperienze, viaggi, lontananze e ritrovamenti in poco più di quaranta minuti di musica, articolati in sette episodi dalla durata consistente. Eleganti anche nel fondere i suoni della battaglia con l’intro di One More Day, così come lo squillo del telefono con il silenzio che segue (e ritrovando uno smarrimento sexy che fa molto Operation Mindcrime), i Royal Hunt propongono un raffinato approccio di percussioni, archi riffati, cori femminili e ritmiche articolate e sostenute. L’attenzione tributata ad ogni aspetto della produzione, dai suoni brillanti agli arrangiamenti, permette di capire come quello che stiamo ascoltando sia uno di quegli album nei quali ogni traccia delinea i contorni di un mondo a se stante, di un’atmosfera che inquieta, di un percorso brillante ed oscuro insieme, di un quadro elaborato eppure squisitamente tentatore. Ammiccante negli assoli e trascinante nei cori (Another Man Down), lo stile dei danesi sa però farsi anche complesso nelle costruzioni corali, nelle durate che mai annoiano e nelle articolazioni intriganti (Angel’s Gone) nelle quali ogni singola traccia si sviluppa. Sinfonico e neoclassico, cinematografico e potente con irrinunciabile stile, l’undicesimo disco dei Royal Hunt possiede un passo trionfale come quello del guerriero raffigurato in copertina, che gioca con le velocità, con gli stacchi, con gli echi ed i continui contrappunti, italiano nel gusto ricercato, scandinavo nell’agile misura del basso di Half Past Loneliness ed americano nella capacità di costruire una scena immensa eppure credibile per tutta la sua durata. La title-track, un’opera di dieci minuti, sintetizza l’ambizione di un intero album con un gusto rock che trascende i generi e le catalogazioni, esempio di un bello assoluto come certi Dire Straits, di un risultato armonico e melodico che è unione di cori femminili, di stacchi preziosi, di orchestrazioni senza soluzioni di continuità che, dal quarto minuto in avanti, si fanno protagoniste assolute e straordinarie della scena. Proprio in queste durate dilatate e coraggiose il disco esalta l’umanità cara alla band che lo plasma, vincendo e convincendo grazie ad un’idea in continuo rinnovamento, un crescendo di contributi percussivi ed un assolo tecnico che la voce di Cooper sembra prendere per mano, accompagnando questo bellissimo tutto al termine del suo impegnativo minutaggio.

Al pari di altri lavori ugualmente riusciti, e dei migliori videogiochi di un tempo, Show Me How to Live è un disco che si presta ad una pluralità di letture, adatto con la sua matrice power/melodica a soddisfare l’ascoltatore più frettoloso così come ad intrigare chi voglia dedicare più tempo alla scoperta dei suoi complicati ingranaggi. La produzione pulita e democratica di Andersen permette di cogliere ed apprezzare i singoli elementi nelle combinazioni più disparate, in modo che ogni ascolto possa essere diverso dall’altro e quasi personalizzato. Certi, qualunque sia l’approccio, che alla base di ciascuna di queste esperienze d’ascolto ci saranno il gusto per un’informazione sorprendente, per la risposta che non conosciamo (“Information is surprise", dice l’autore americano James Gleick), per quella sensazione di illusorio e ripetibile contatto che rende l’ascoltatore di quest’arte non semplice spettatore ma interlocutore privilegiato, nel cui coinvolgimento l’album trova il segreto che lo rende straordinario.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
85.4 su 5 voti [ VOTA]
Andrew Lloyd
Sabato 9 Gennaio 2016, 1.31.11
7
Grran bel disco. Da Paradox 2 - Collision Course tornati in gran forma.
Mauroe20
Domenica 5 Aprile 2015, 14.58.06
6
Disco che va ascoltato attentamente, i royal una band che seguo volentieri.
entropy
Lunedì 30 Marzo 2015, 14.58.06
5
Condivido con tutti, ottimo album grande ritorno, molto vicino ai fasti che furono ed anche meglio del successivo ( pur buono ) a life to die for
lux chaos
Mercoledì 18 Dicembre 2013, 17.22.03
4
Grande album, sono un po di parte perchè sbavo appena D.C. schiude le labbra ...sugli scudi Half past loneliness e Hard rain per me
Bloody Karma
Mercoledì 28 Agosto 2013, 20.16.47
3
Lo dovrei rimediare poiche gli ultimi che ho scoltato, paper blood e paradox 2, erano parecchio insignificanti
d.r.i.
Mercoledì 14 Agosto 2013, 13.13.45
2
Confermo, gran bel disco!
Ad Astra
Giovedì 25 Luglio 2013, 19.35.22
1
bello, davvero bello come disco, non pensavo potessero farcela,
INFORMAZIONI
2011
Frontiers Records
Symphonic Metal
Tracklist
1. One More Day
2. Another Man Down
3. An Empty Shell
4. Hard Rain’s Coming
5. Half Past Loneliness
6. Show Me How to Live
7. Angel’s Gone
Line Up
D.C. Cooper (Voce)
Jonas Larsen (Chitarra)
Andrè Andersen (Tastiere)

Andreas Passmark (Basso)
Allan Sørensen (Batteria)
 
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