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Bruce Springsteen - Born in the U.S.A.
( 5796 letture )
La carriera e la vita di Bruce Springsteen, dopo Born in the U.S.A. non sarebbero più state le stesse. Prima di questo album, il cantante del New Jersey aveva avuto una solida carriera di successo, portando il singolo Hungry Hearts (dall’album The River) nella Top 5 e l’album stesso a vendite più che significative, come del resto gli altri della sua carriera, iniziata discograficamente nel 1973. Niente a che vedere con i quarantacinque milioni di dischi venduti da Born in the U.S.A. in tutto il mondo; il settimo album fu quello dell’esplosione del mito del Boss a tutti i livelli. Un grande e ormai famoso interprete che diventa una icona assoluta della musica e della cultura popolare a livello mondiale, portando i sette singoli estratti dall’album tutti nel Top 10 statunitense (evento ripetuto solo due altre volte nella storia delle classifiche americane) e il disco stesso a ingaggiare un lungo duello con Purple Rain di Prince per l’album in testa alle classifiche più a lungo tra 1984 e 1985. Un successo incredibile e straordinario che Springsteen, per la prima volta, aveva perseguito volontariamente. L’idea di aprirsi ad un pubblico più ampio venne al cantante, paradossalmente, proprio mentre stava componendo l’album più cupo e intimista della sua carriera, lo splendido Nebraska. Il cantante, che attraversava evidentemente un periodo straordinario di ispirazione, si trovò con un lotto di canzoni che non sarebbero state in linea con l’album che andava creando. L’atmosfera di Nebraska doveva riflettere un mood oscuro e duro, quasi ostile e senza speranza; per questo diversi brani furono scartati, ma non dimenticati, da Springsteen. In effetti, le canzoni che andranno poi a comporre Born in the U.S.A. condividono spesso una struttura acustica di partenza ed anche a livello lirico gli argomenti trattati resteranno gli stessi: gli eroi piccoli del cantante sono sempre loro, in guerra per la propria dignità e per un posto nella ricerca della felicità, diritto sancito dalla Costituzione statunitense; un mito esaltato poi da quello del “sogno americano”, quell’idea che col lavoro, col talento e con l’impegno, chiunque negli U.S.A. può trovare successo, denaro e felicità e realizzarsi a pieno. Uno scenario al quale Springsteen non rinuncia, ma del quale denuncia per converso le difficoltà, i limiti, i costi sociali e, soprattutto, i dolori individuali di chi da questa corsa folle finisce schiacciato o spinto ai limiti, ma non rinuncia alla propria dignità di uomo. Rispetto a Nebraska, però, i protagonisti di Born in the U.S.A., sembrano animati da una sorta di “pessimismo storico” leopardiano, per il quale la speranza, tutto sommato, resta un’opzione possibile, piccola, sfuocata, lontana, ma vera e palpabile. Una chiave di lettura che sarà una delle ragioni del successo del disco, in anni in cui gli Stati Uniti di Reagan ricercavano sicurezza, i contorni netti e definiti della propria identità e facevano i conti con i fantasmi del Vietnam, tentando di esorcizzare quella ferita profonda. Un parallelo questo che lo stesso Reagan tentò di sfruttare a suo favore, assicurando –o millantando- di apprezzare la musica del cantante ed i valori che lo stesso inseriva nelle proprie canzoni. Tentativo al quale Springsteen non volle rispondere direttamente, limitandosi ad affermare che, probabilmente, il Presidente pur essendo un suo fan, non aveva evidentemente ascoltato Nebraska.

Musicalmente, l’album non è poi così diverso da quello che ci si aspetterebbe di ascoltare in un disco di Springsteen: siamo sempre al cospetto di un disco di rock sanguigno e sincero, che oscilla tra brani più diretti e danzerecci e canzoni più introspettive ed acustiche, con richiami al blues e al country, ma con una nuova e per molti versi inaspettata propensione al pop da classifica. Il tutto sublimato da una produzione iperlaccata che per la prima volta apriva abbondantemente all’uso di sintetizzatori e suoni decisamente levigati e smussati con tante tastiere e arrangiamenti pomposi e carichi che contrastavano in maniera netta con le atmosfere del predecessore. Eppure, pur nella consapevolezza di quanto enunciato e pur sapendo che questa spinta di apertura alle masse fu voluta e perseguita dallo stesso Springsteen, non si può in alcun modo sostenere che la musica qua contenuta non sia onesta e sentita dallo stesso compositore, perfino nel suo episodio più vicino alle sonorità pop, quella Dancing in the Dark che da sola decretò l’immediato successo del disco. D’altra parte, il ripetuto, insistito, famosissimo tormentone della titletrack che apre l’album, tutto si rivela tranne un patriottico inno alla nazione del cantante, quanto piuttosto un chiaro atto d’accusa contro la guerra del Vietnam, combattuta da uomini senza speranza che quella di prendere il fucile, per poi tornare a casa e riprendere la stessa vita disperata di prima, con il solo ricordo degli amici morti in guerra. Certo non si può negare che quel famoso ritornello divenne un vero e proprio tormentone, ma che dire dell’interpretazione rabbiosa e sofferta del Boss, che nulla regala al patriottismo trionfante? Cover Me è invece un gran bel pezzo rock, condotto dalla chitarra solista, con un andamento irresistibile. Altrettanto può dirsi Darlington County, esempio riuscitissimo di quell’heartland rock che spopolò presto nelle classifiche americane in seguito al successo di questo disco, che trascinò con sé altri grandi autori come John Cougar Mellencamp e ridonò appeal ad altri, tra i quali Bob Seger e Tom Petty e Waylon Jennings. Ma è tutta la prima parte dell’album a mantenere ritmi elevati, come testimonia il rock’n’roll primigenio di Working on the Highway. Splendido e quasi epico l’andamento di Downbound Train, con una bella interpretazione di Springsteen che con la sua voce ruvida e roca riesce comunque a donare espressività ai brani quando necessario, diversificando il proprio approccio. Segue una delle canzoni più famose e intense del disco, I’m on Fire, pezzo se vogliamo semplicissimo e fatto di niente se non dell’interpretazione del cantante, che riesce a trasformare una canzoncina in un brano dotato di una tensione rara e potente, nella quale l’intensità sessuale è palpabile. No Surrender è l’unico brano di cui il Boss non fosse convinto, dato che la filosofia del “mai arrendersi” suonava un po’ troppo assoluta e di fatto contrastante con quella che è una delle idee profonde della poetica di Springsteen e cioè, che le cadute ci sono, che si scende a patti e a compromessi, perché la vita te li impone. Ancora due buoni brani rock con Bobby Jean e I’m Going Down e arriviamo a Glory Days. Sembra incredibile la distanza che si respira ascoltando questo brano e le sue tastiere spensierate rispetto alle canzoni di Nebraska, eppure furono scritte in contemporanea e, difatti, se si compie solo un piccolo passo dentro le liriche ecco che i giorni di gloria sono quelli rimpianti da un vecchio amico la cui vita ha avuto il suo apice quando lanciava la palla a baseball a scuola o quelli della ragazza che a scuola faceva girare la testa a tutti e ora si ritrova divorziata con due figli a carico o, ancora, quelli del padre, che dopo vent’anni di fabbrica si ritrova licenziato e senza prospettive, mentre lo stesso cantante si augura di non ritrovarsi un giorno anche lui a ricordare i momenti di gloria, ma al tempo stesso sa che questo accadrà inevitabilmente, prima o poi. Perché il tempo passa per tutti e ti lascia solo con le tue noiose storie dei giorni di gloria. Arriviamo così a Dancing in the Dark, canzone che è simbolo di un’intera epoca e nacque su insistenza del produttore Jon Landau che chiedeva a Springsteen un pezzo da classifica; è anche da questi brani che si capisce la statura di un compositore: al di là dei suoni e della produzione, marchiati a fuoco anni 80 e che forse appaiono oggi superati, come si resiste a un brano che non ha perso niente della propria potenza e della propria carica quasi epica? In nessun modo e allora non resta che accettare il gioco e ballare nel buio cercando di uscire da una situazione disperata, per la quale sembra non esistere soluzione né riscatto possibile, perché non puoi accendere un fuoco, se sei occupato a preoccuparti per il tuo piccolo mondo che crolla. Chiude My Hometown, forse il pezzo meno intrigante da un punto di vista musicale, ma uno dei più forti a livello lirico, a ripercorre idealmente tutto il disco: si apre con il protagonista da bambino, che seduto sul pick up del padre viene invitato a guardare le strade della sua città natale, crescendo arriviamo al 1965, negli anni delle lotte per l’affermazione dei diritti civili degli afroamericani; tocca quindi ad un cresciuto protagonista vedere i negozi che chiudono, come chiude la grande fabbrica tessile che dava lavoro a mezza città, finché lo stesso protagonista, ora sposato, è costretto a fare i bagagli e a trasferirsi per dare un futuro al proprio figlio, al quale non resta che mostrare le strade della sua città, prima di abbandonarla per sempre. Ancora una volta, quello che poteva apparire un trionfalismo retorico sulla “propria città”, nasconde in realtà un quadro durissimo e quasi senza speranza, se non quella di chi non si arrende e prova a cambiare il proprio destino, nonostante tutto.

Perfino la copertina di Born in the U.S.A. diventerà una icona pop e il posteriore di Springsteen in primo piano sarà l’ennesimo tassello vincente di un album che trasformerà il rocker in una leggenda. L’idea di base, era quella di mettere la bandiera in copertina, visto il titolo dell’album, che si apriva appunto con la titletrack, poi la scelta definitiva cadde su una foto di spalle perché, a detta dello stesso Springsteen, la foto del suo culo sembrava migliore della foto della sua faccia. In realtà, qualcuno volle interpretare in maniera provocatoria la copertina, sostenendo che il cantante stesse in realtà urinando sulla bandiera. Ipotesi del tutto smentita e categoricamente da Bruce Springsteen. Siamo in conclusione al cospetto di un disco ottimo, che di per sé non sarebbe particolarmente diverso dagli altri album del cantante statunitense, non fosse proprio per la propensione voluta da lui e dal produttore Jon Landau e accompagnata dalla Columbia. La casa discografica credette nel progetto e lanciò il disco con una campagna promozionale enorme, che lo portò ad essere sovraesposto per quasi due anni, ottenendo delle vendite stratosferiche e una permanenza di 84 settimane nella top ten statunitense. Ma Born in the U.S.A. non è solo il frutto di una forte campagna pubblicitaria ed il suo valore non si misura con i record di vendita, o parleremmo di capolavoro ad ogni disco che vende molte copie. Probabilmente non è neanche il miglior disco del Boss, a dirla tutta. La verità è che, come detto nella prima parte della recensione, l’album rappresentò qualcosa di più di una raccolta di ottime canzoni: qui si misurava un intero Paese, un’intera nazione, un’intera generazione. Milioni di persone che si riconoscevano nelle parole e nella musica di Bruce Springsteen e che fecero di Born in the U.S.A. la colonna sonora di quegli anni e di quel periodo. Non capita spesso che queste convergenze si creino e questo è uno di quei casi. In questi termini, non si può non parlare di capolavoro e dopo tanti anni il tempo ha tolto poco o nulla a questi brani e questo è un altro segno del solco che questo disco ha lasciato e del valore intrinseco delle canzoni in esso contenute. Un capolavoro è per sempre.



VOTO RECENSORE
93
VOTO LETTORI
73.43 su 51 voti [ VOTA]
Argo
Giovedì 10 Ottobre 2019, 20.01.03
52
Thank you.
Galilee
Giovedì 10 Ottobre 2019, 19.45.42
51
E poi le influenze country.
Rob Fleming
Giovedì 10 Ottobre 2019, 19.10.45
50
@Argo. Assolutamente no. O quanto meno, Bryan Adams lo sento più orientato ad un sublime AOR muscolare (potrei sbagliarmi, ma Reckless lo associo più facilmente a Slippery when wet). Born in the USA è mooooolto americano nelle tematiche (quelle descritte da @Replica), moooooolto ammmericana nela voce; musicalmente quasi una big band di rock and roll.
Argo
Giovedì 10 Ottobre 2019, 19.04.03
49
Non ho mai ascoltato Springsteen, per farla breve, come mi paragonate questo suo cd a Reckless di Bryan Adams? Siamo più o meno da quelle parti?
Replica Van Pelt
Giovedì 10 Ottobre 2019, 18.58.28
48
E poi resta il mito della frontiera,dei motel,del deserto,delle stazioni di servizio,dei bar dove si incrociano storie da ascoltare,paesaggi che cambiano e treni che vanno chissà dove.E Bruce che ci racconta questo,meglio se con una acustica con le corde sghembe,e tutto scorre e fa parte della vita.
Rob Fleming
Giovedì 10 Ottobre 2019, 18.45.57
47
Per quanto mi riguarda questo è il suo album che preferisco in assoluto. I suoi testi sono obiettivamente magnifici. Per i concerti prima o poi ci riuscirò ad andare. Le canzoni sono belle. Però, non mi ha mai convinto appieno; anche nei suoi classici degli anni '70. Non ho mai capito perché fino a quando un giorno, ascoltando un album dei Creedence ho avuto l'illuminazione. Là dove Fogerty gioca con le sottrazioni, Springsteen va per accumulo. I dischi di quest'ultimo sono troppo "pieni" (Nebraska escluso, ovviamente).
Galilee
Giovedì 10 Ottobre 2019, 18.37.47
46
E poi resta una carriera di quasi 50 anni sorretta da una discografia praticamente impeccabile e decine e decine di classici estrapolati da ogni album. Una voce personalissima, stupenda e dei testi che solo i grandi cantautori riescono a scrivere. Un plotone di super musicisti e un migliaia di live ad un livello che pochi altri hanno saputo raggiungere e mantenere nel tempo. Una provocazione di ben basso profilo oserei fire..... Ok Born in The USA ma poi? È un po' come scrivere.... Ok il black album, ma poi?. Insomma, Che ve lo dico a fare
Andrew Lloyd
Giovedì 10 Ottobre 2019, 18.03.47
45
Anche per me sopravvalutato ma NON SIGNIFICA che Springsteen faccia schifo e, intendiamoci, la Estret band non di discute. Ottimo artista ma non quel genio che ci è stato tramandato e venduto dal mainstream. Gli è stata cucita addosso un'imponente e astuta campagna mediatica che Jon Landau orchestrò prima degli Anni Ottanta costruendogli addosso con pazienza e astuzia il personaggio ( "Ho visto il futuro del Rock'n'Roll") e imponendolo come l'artista della "working class" con tutta quella odiosa retorica americana. Certo, "Born in the USA" l'abbiamo cantata tutti a squarciagola, ma poi?
Tbone
Domenica 18 Agosto 2019, 11.52.59
44
Non c'è dubbio che sia un discone!!!! Lo ascolto spesso e mi piace sempre, poi se i pezzi sono radio friendly vuol dire che sono scritti bene e ti rimangono impressi, ciò non vuol dire che la musica non sia di qualità. Però secondo me qua di AO R non ce ne è. Che poi anche li con sta mania di etichettare tutto si rischia di far confusione, il West coast aor, l'high tech aor etc etc. Possiamo parlare di sonorità affini ma catalogare tutto per forza non ha senso. La musica si divide in 2 categorie, la musica bella e la musica di merda
lisablack
Domenica 18 Agosto 2019, 11.14.51
43
Hai ragione..😄
Galilee
Domenica 18 Agosto 2019, 11.12.44
42
Ma te stai anche li a rispondere.. Lisa Lisa...
lisablack
Domenica 18 Agosto 2019, 10.18.41
41
Ma che sopravvalutato..non diciamo fesserie, per favore ..non buttiamo merda su un' icona, se non ti piace va bene, ma e' un'artista che ha fatto epoca..eddai!
Chaosgoat
Domenica 18 Agosto 2019, 10.11.21
40
Album e autore decisamente sopravvalutato. Le strutture delle canzoni sono le stesse da 40 anni, e poi criticano Ramones...
DEEP BLUE
Domenica 28 Luglio 2019, 11.01.05
39
Bello, ma non all'altezza dei 4 precedenti, gli preferisco anche Tunnel of love, The Rising e l'ultimo Western Stars
Area
Martedì 23 Ottobre 2018, 13.10.42
38
il Real American per eccellenza della musica!
Macca
Domenica 20 Novembre 2016, 11.08.18
37
Un album irresistibile e probabilmente anche il più noto del buon Bruce. Non un brano sottotono, dalla totale track a Dancing in the dark. Trovato ieri a 5 € alla fiera di Genova e preso al volo. Capolavoro, 90.
ObscureSolstice
Sabato 9 Luglio 2016, 12.36.57
36
BORN IN THE U.S.A. echeggia. Un italiano NATO IN AMERICA, e lo dice a voce alta. Proveniente da una famiglia di italiani emigrata in usa con pochi soldi e molte speranze in una valigia di cartone, sicuramente se loro fossero rimasti in Italia a quest'ora il Bruce Springsteen che conosciamo tutti non esisterebbe, questo è poco ma sicuro. Com'è strana la vita
Rob Fleming
Sabato 16 Gennaio 2016, 19.48.54
35
L'album che preferisco. 85
Galilee
Lunedì 22 Giugno 2015, 12.31.32
34
Mi cogli impreparato. Non è un filone che ho mai seguito molto. L'AOR in generale l'ho sempre seguito poco, Ho solo qualche disco dei Journey, Toto, BAdams, Michael Bolton, Boston, Bad company, fair warning, House of Lords, Bad englihs et etc, insomma i pù famosi. Ma non sono avvezzo al genere.
Full metal jacket
Lunedì 22 Giugno 2015, 11.39.28
33
Ora non ho tempo di pensarci approfonditamente, mi vengono in mente quelli classici dell'aor che ruotavano intorno all'informazione metal di quegli anni, Giant e molti altri. Ma anche i solisti di Don Henley ad esempio, mai sentito Dirty Laundry? Ce ne sono davvero parecchi con quel suono che spopolava nell fm amaricano
Galilee
Lunedì 22 Giugno 2015, 11.08.59
32
Per lavori simili cosa intendi? Cosi tanto per vedere se ne conosco qualcuno.
Full metal jacket
Lunedì 22 Giugno 2015, 9.50.20
31
Anche a me piacciono diversi successi radiofonici. Ma quello che mi preme sottolineare e che non esiste una musica 'radiofonica', ma mercati radiofonici. In questo periodo in Europa dominava il new romantic - Spandau, Duran Duran, ecc.ecc.- e non si sono mai sentiti Journey o bands simili. Quindi qui non si mette in relazione la bontà del disco, ma il motivo per cui è stato fatto. Ed è un disco lontano dalla vera vena creativa di Bruce - che è un novello B.Dylan- e per me, ripeto, negli '80 c'erano molti prodotti aor simili, solo che non li hanno mai trasmessi o addirittura affossati dalle stesse case discografiche. Per me fare critica vuol dire analizzare, poi se uno non vuole entrare nel merito può benissimo pubblicare direttamente le classifiche di Billboard
Galilee
Venerdì 19 Giugno 2015, 17.41.32
30
Beh, come tanti altri direi di no. Poi il fatto che sia radiofonico non significa che sia qualitativamente inferiore. E' uno dei dischi rock più significativi degli anni 80. BS non sarà il numero uno USA, ma ci manca poco. E parlo di artista non musicista.
Full metal jacket
Venerdì 19 Giugno 2015, 16.58.40
29
Volevo semplicemente dire che Bruce non è il più grande musicista americano di sempre, per me. E dubito molto degli ascoltatori che hanno conosciuto la musica americana con Born in the Usa, perché negli anni '80 c'erano molti dischi dello stesso valore. Perché è appunto un disco radiofonico, bello, ma come tanti altri
Galilee
Venerdì 19 Giugno 2015, 16.41.56
28
Ma cosa centra? Non ho Capito. Il Boss dal vivo non ha quasi eguali. Lui e il suo plotone di musicisti coordinati da Little Steven, fenomeni.
Full metal jacket
Venerdì 19 Giugno 2015, 16.29.57
27
Grandissimi live, però boss proprio no! Cioè non è Duane Allman o Jimi Hendrix tanto per citarne due, solo che loro purtroppo loro non ci sono più
Galilee
Venerdì 19 Giugno 2015, 15.57.25
26
Vero, ma il Boss è diventato famoso anche per i suoi live. Dopo la tournèe di questo disco chi lo vide dal vivo non lo mollò più.
Full metal jacket
Venerdì 19 Giugno 2015, 15.50.17
25
Si ma in Europa il Boss ha fatto successo con questo, prima non così tanto conosciuto. E stavo specificatamente parlando solo dei due dischi in questione
Galilee
Venerdì 19 Giugno 2015, 15.43.39
24
A prescindere dalle catalogazioni credo che tra i due rockers ci sia una notevole differenza di stile. Reckless comunque me lo ricordo più rock di questo BIUSA. Disconi entrambi.
Full metal jacket
Venerdì 19 Giugno 2015, 15.20.52
23
Perché il Boss dovrebbe essere considerato tale nella musica americana? Non voglio far polemica ma per me non è assolutamente così. Il disco in questione poi - a me piacciono le cose precedenti - è stato fatto appositamente per avere un suono radiofonico: perché il Boss è considerato dunque un rocker scatenato mentre B.Adams - stesso anno con il capolavoro Reckless - un artista aor? Eppure come suono non c'è grande differenza
SOL
Sabato 16 Agosto 2014, 9.47.32
22
Parere personale errato. La title track, ad esempio, risale ai tempi di Nebraska ed è una feroce critica agli USA del Vietnam. Quell'idiota di Reagan ha scambiato il brano per un inno patriottico, ma il boss si è smarcato subito e con forza. Potrà essere il più ottantiano nei suoni, ma nei testi questo album è al pari della maggior parte dei dischi del boss: un mix di canzoni sull'america di provincia, malinconia, lotte per la sopravvivenza, amore e duro lavoro.
Andrew Lloyd
Sabato 16 Agosto 2014, 2.02.57
21
La retorica americana al suo massimo splendore con questo Born in the Usa uscito casualmente l'anno delle olimpiadi Los Angeles. Il cinema, lo sport, la comunicazione e la musica: tutto era impregnato di Reaganismo ( e di buonismo). Detto questo questo album è di sicuro un inno di quel decennio, anche se il Boss per me è stato sopravvalutato. Parere personale.
dario
Mercoledì 19 Febbraio 2014, 21.20.05
20
Capolavoro della storia della musica rock, ma si dovrebbe dire della musica e basta. Indiscutibile. 100.
Galilee
Venerdì 2 Agosto 2013, 15.22.38
19
Capolavoro, ma non il migliore. Darknees of the edge of town, Nebraska, Born to run, the river, non sono da meno.
exileonmst
Venerdì 2 Agosto 2013, 12.47.47
18
Discone, ma The River e Born To Run sono imbattibili
BLS Furlan Chapter
Mercoledì 31 Luglio 2013, 16.26.42
17
Ricordo che mio padre comprò il disco quando uscì, su consiglio di un amico. A undici anni me ne innamorai subito, disco meraviglioso!!! Meraviglioso risentirlo ogni volta. 99 Capolavoro anche la recensione Lizard!
M0RPHE01978
Mercoledì 17 Luglio 2013, 14.34.03
16
Album mitico!
Le Marquis de Fremont
Lunedì 15 Luglio 2013, 14.49.30
15
Per me, il migliore album del Boss, rimane The River anche se un po' tutti, fino alle "sessions" sono pressapoco sullo stesso piano. Di questo la canzone che più mi ha colpito è Downbound Train che per me è il prosieguo di The River e mi dispiace che non sia stata inserita in Live 1975 - 1985. All'epoca questo disco era pompatissimo su MTV, come citato nella recensione e il Boss è diventato una star. Ma i pezzi sono buoni e pur non essendo il mio genere preferito, li ascolto sempre volentieri.
BJP
Domenica 14 Luglio 2013, 14.03.48
14
Si, con "Tunnel of Love" intendevo l'album del Boss del 1987 Mi piacciono molto pure i Dire Straits, anche se l'unico album che possiedo, al momento, è Brothers in Arms
dario
Domenica 14 Luglio 2013, 12.29.23
13
Si infatti la rece di Making movies (DIRE STRAITS) , album dove è presente il brano Tunnel of love , c'è ed è valutato benissimo. Che defaiance !
dario
Domenica 14 Luglio 2013, 12.23.03
12
Azz...figura di M...
Matocc
Domenica 14 Luglio 2013, 12.18.56
11
@ dario: credo proprio che BJP si riferisse all'album del Boss uscito nel 1987 , non alla canzone dei Dire Straits contenuta in Making Movies
dario
Domenica 14 Luglio 2013, 12.10.32
10
@bjp: Credimi, erano veramente anni fantastici per il metal e per il rock in generale. Non che adesso manchino capolavori e grandi band, ma allora era tutto una novità e l'entusiasmo era notevole. Hai citato un altro capolavoro anni '80: Tunnel of love. I dire Straits ho avuto la fortuna di vederli a Milano nel '92. Cosa dire di M. Knopler ; ogni parola è quasi superflua, si tratta di uno dei più grandi. Personalmente, credo che un LP come Tunnel... non possa che essre valutato tra il 90 e il 100 come voto, e positivamente da ogni punto di vista. Ma ovviamente è un mio parere personale. Ciao
BJP
Sabato 13 Luglio 2013, 19.47.56
9
Album che acquistai circa un anno fa. Conoscevo la title-track e Dancing in the Dark, il resto no. Come @dario nel precedente commento, mi sono innamorato subito di Cover Me (non immagini quanto t'invidio per il fatto che hai vissuto quel periodo!).. Inoltre, mi piacciono tantissimo anche I'm on Fire, No Surrender (che a quanto ho saputo il Boss ha riproposto durante la campagna elettorale di Obama l'anno scorso in versione acustica), Glory Days e My Hometown. Concordo con il voto. Sono veramente curioso di sapere poi come verrà valutato (nel caso dovesse esserci una recensione) Tunnel of Love
dario
Sabato 13 Luglio 2013, 17.45.58
8
Ricordo come se fosse ieri l'uscita di questo LP. Mi colpì subito per la grinta del boss e per la bellezza dei brani. M'innamorai subito di Cover me, bobbie jean e i'm on fire. Ricordo sempre volentieri un episodio simpatico legato a questo album : in spiaggia dei ragazzi ascoltavano musica afro, genere che andava molto a quei tempi, ma che io odiavo. Poco dopo si affiancarono degli altri che accesero a palla la loro radio emettendo le note di Cover me. Fraternizzai con quest'ultimi e nacquero delle belle amicizie. Ritengo sia un album fondamentale degli '80 quindi da voto massimo, 100.
xXx
Sabato 13 Luglio 2013, 17.21.50
7
pazzesco, solo 6 comemnti x questo capolavoro!!!!
anvil
Sabato 13 Luglio 2013, 12.50.56
6
Capolavoro.
xXx
Venerdì 12 Luglio 2013, 15.24.31
5
un disco dal valore assoluto. da avere. bella recensione lizard, complimenti!
Jimi The Ghost
Venerdì 12 Luglio 2013, 13.52.17
4
Premetto che non tollerando l'ostentato patriottismo degli americani con le loro contraddizioni, ma la cover è un icona generazionale. ....Quanti ricordi riaffiorano solo osservando la copertina del vinile. 1984. Uff! Quanto tempo. Del Boss è L'unico vinile che posseggo. Di valore impeccabile. Jimi TG
Shred
Venerdì 12 Luglio 2013, 13.45.02
3
Ottima recensione, come l'album in questione, del resto. A mio avviso è secondo solo a Born to Run.
hm is the law
Venerdì 12 Luglio 2013, 12.04.49
2
Vengo dal concerto romano del boss di ieri, Born in the U.S.A. dal vivo è adrenalinica come poche altre canzoni!
Radamanthis
Venerdì 12 Luglio 2013, 11.45.09
1
Disco epocale, credo possa essere definito il migliore album che il Boss abbia mai realizzato, il suo disco perfetto. La rece è ottima, complimenti a Lizard (dopo la mia risposta sul disco degli Infinita Symphonia non volermente eh... ) e condivido le sue parole, il suo giudizio nonchè il voto. Born in the USA e Glory days sono in assoluto tra le tracce rock più belle della storia della musica. Voto 95
INFORMAZIONI
1984
Columbia Records
Rock
Tracklist
1. Born in the U.S.A.
2. Cover Me
3. Darlington County
4. Working on the Highway
5. Downbound Train
6. I’m on Fire
7. No Surrender
8. Bobby Jean
9. I’m Going Down
10. Glory Days
11. Dancing in the Dark
12. My Hometown
Line Up
Bruce Springsteen (Voce, Chitarra elettrica ed acustica)
Steven Van Zandt (Chitarra acustica, Mandolino, Cori)
Roy Bittan (Piano, Sintetizzatore)
Danny Federici (Organo, Glockenspiel, Piano su traccia 1)
Clarence Clemons (Sassofono, Percussioni)
Garry Tallent (Basso)
Max Weinberg (Batteria)

Musicisti Ospiti
Richie "La Bamba" Rosenberg (Cori su trace 2 e 7)
Ruth Davis (Cori su traccia 12)
 
RECENSIONI
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