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Chimaira - Crown Of Phantoms
( 3354 letture )
Felipe Massa mode on!

Sul fatto che i Chimaira siano in pista da anni e, malgrado le difficoltà di formazione (manco fossero l’Inter), i cali di popolarità (peraltro mai raggiunta davvero) e problematiche varie tipiche di quando ci si aspetterebbe tutt’altra fortuna, già si è parlato nella recensione dell’album precedente.
Un dato è certo, la band non si arrende e continua a sfornare nuovi lavori. In questi giorni esce Crown Of Phantoms, ovvero l’ottavo album in studio per il gruppo di Cleveland, con buona pace (ma anche tanta comprensione) per chi ne ha sempre ignorato l’esistenza.

Da qualche anno, i nostri hanno abbandonato la tipica attitudine “saltellante” propinataci dai rimasugli del nu-metal e l’hanno nascosta nelle soffitte della memoria, quasi fosse marchiata dal suggello dell’infamia, dirigendosi quindi verso un groove/thrash decisamente più attuale. In effetti, ascoltando l’ultimo lavoro, come anche il precedente, le ritmiche 4/4 hanno il sopravvento su qualsiasi idea che possa definirsi tale. Il riferimento materiale che viene in mente, almeno al sottoscritto, è quello che trova sede nella band di Dez Fafara, i DevilDriver, dai quali i Chimaira provano a trarre ispirazione in maniera netta. Peccato che la band guidata dall’ex Coal Chamber viaggi su ben altri ritmi e ritmiche, sostenuto da un songwriting sì alterno qualitativamente, ma comunque di differente spessore.

Per chiarire meglio il concetto espresso, trovo giusto allegare un esempio che forse renderà il tutto più comprensibile. Il raffronto tra Chimaira e DevilDriver è un po’ lo stesso che si potrebbe evincere osservando le qualità di guida di Massa e Alonso. Hanno entrambi la stessa macchina non più brillante, ma il secondo riesce quasi sempre a portare a casa risultati accettabili o quantomeno decenti, il primo arranca nelle posizioni di metà classifica. La metafora racconta al meglio, non solo Crown Of Phantoms, ma anche gran parte della discografia dei sei statunitensi. Nell’ultimo lavoro, ancora una volta, si percepisce la volontà di portare a casa un risultato senza mai eccellere, quasi come se lo scopo di una carriera fosse quello di esistere invece che di arrivare, di completare ogni volta l’opera invece che stare attenti ad elevarla. Il frutto di suddetto modo di intendere la creatività, o presunta tale, fa sì che ancora una volta, eccetto qualche spunto slegato dal complesso, il risultato finale lasci indifferenti. Non si possono eccepire errori di forma, né tantomeno si può imputare un deficit di volontà, eppure siamo di nuovo al cospetto di un album sostanzialmente piatto, che non trasmette quasi mai emozioni e procede ad andatura costante, compromettendo l’elasticità delle palpebre, realmente minacciate dall’incombenza di un sonno riparatore. E’ pur vero il disco sia tutt’altro che breve, ma magari sarebbe stato opportuno condensare meglio le poche idee in un numero minore di tracce, se non altro per alleviare la ripetitività presente. Invece no, i nostri sono sicuri dei propri mezzi, convinti che allungare il brodo sia sintomatico di una qualità altrimenti vilipesa e perseverano nei loro giri di pista (o se preferite, nelle loro canzoni), regalando sorpassi (o se preferite, cambi di ritmo) troppo raramente, quasi fossero utili solo per reclamare un’esistenza altrimenti impalpabile.

Tutto il ragionamento consegue anche dalla verifica di buone qualità tecniche, come di un’ottima registrazione, con suoni di chitarra perfetti per il genere ed un cantato formalmente ineccepibile, ma proprio per ciò ci si aspetterebbe qualcosa in più. Si rimane in attesa del quid in grado di far memorizzare alcune tracce invece che sottolineare pochi intermezzi, di far stralunare gli occhi e non abbassare le palpebre, di segnare il passo anziché essere segnati dal tempo.
Niente, i nostri non ne vogliono sapere e probabilmente avranno ragione loro. Fatto sta che dopo l’ascolto di Crown Of Phantoms a me sono tornati alla mente tutti quei gran premi del Felipe verde-oro, in cui sembrava che da un momento all’altro potesse emergere dal mucchio con la sua Rossa. Pareva sempre sul punto di fare chissà cosa, ma alla fine, dopo un paio di intrepidi sorpassi al box, lo si vedeva arrivare nell’ultimo posto utile per racimolare punti in classifica e, tra uno sbadiglio ed una parolaccia, si spegneva il televisore.



VOTO RECENSORE
62
VOTO LETTORI
79 su 3 voti [ VOTA]
andrea
Martedì 15 Ottobre 2013, 12.33.16
4
mah. devo dire che ai primi ascolti mi convince più dei precedenti, e trovo le varie recensioni lette un po' troppo severe nei loro confronti. non saranno un gruppo di prima linea, o particolarmente originale, ma nell'ambito di appartenenza non sfigurano di certo. io mi spingerei addirittura verso il 75, trascurando il fatto che gli assoli di chitarra forse suonano un po' troppo puliti e quasi neoclassici
freedom
Giovedì 8 Agosto 2013, 12.01.56
3
Dopo un distratto ascolto del primo pezzo rilasciato e dopo aver letto la recensione mi aspettavo di peggio sinceramente. Il disco non è poi così male, il suono delle chitarre è molto aggressivo come piace a me, Mark Hunter fa il suo dovere alla perfezione, e Emil Werstler finalmente fa quello che deve fare, cioè suonare la chitarra. Lo ritengo migliore del precedente, certo non brillano per originalità, ma secondo me un 70 lo portano a casa.
Sonny
Martedì 6 Agosto 2013, 22.03.40
2
Bella recensione come al solito, ormai non mi aspetto più molto da loro.. In ogni caso penso tu abbia invertito Massa ed Alonso
hm is the law
Martedì 6 Agosto 2013, 9.19.49
1
Che delusione, pure la cover è brutta
INFORMAZIONI
2013
eOne Entertainment / SPV Long Branch
Groove
Tracklist
1. The Machine
2. No Mercy
3. All That's Left Is Blood
4. I Despise
5. Plastic Wonderland
6. The Transmigration
7. Crown of Phantoms
8. Spineless
9. Kings of the Shadow World
10. Wrapped in Violence
11. Love Soaked Death
Line Up
Mark Hunter (Voce)
Emil Werstler (Chitarra)
Matt Szlachta (Chitarra)
Jeremy Creamer (Basso)
Austin D'amond (Batteria)
Sean Zatorsky (Tastiere)
 
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